Il Verdicchio dei Castelli di Jesi nasce nella Bassa Valle del fiume Esino, su dolci colline vitate geometricamente alternate a campi di grano e oliveti
Stessa uva, due macro-terroir che conducono a espressioni quasi antitetiche: un bianco “di mare” e uno “di montagna”. Ma la versatilità di quest’antica varietà marchigiana va ben oltre le generalizzazioni. E l’unica certezza comune è l’eccezionale longevità
Ci sono uve giramondo, inclini al viaggio e all’avventura, e vitigni sedentari, che preferiscono la sicurezza della propria comfort zone. Il Verdicchio appartiene alla seconda categoria. Protagonista di una delle produzioni bianchiste più importanti d’Italia, è una varietà territoriale, o meglio regionale, giacché fuori dai confini delle Marche la diffusione è quasi nulla e trascurabile sotto il profilo qualitativo. Sulla sua nascita – e dunque sulla sua autoctonia in senso stretto – il dibattito resta aperto. Alcuni studi sembrano suggerire origini venete, che troverebbero conferma nella familiarità genetica tra il Verdicchio e il Trebbiano di Lugana e di Soave. Altre teorie lo vogliono imparentato con la Verdeca e il Trebbiano toscano. Più indietro nel tempo, non mancano richiami storici alla civiltà degli Etruschi, ai Visigoti di Alarico e al Sacro Romano Impero di Federico II di Svevia.
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