Premio Strega e Campiello, giornalista e poeta, Giovanni Arpino ci ha regalato un breve testo, pubblicato nel 1984, con le sue riflessioni da bevitore (moderato) maturo. Criticando chi del vino fa propaganda, ogni calice per lui è, invece, una scoperta o una conferma
Si parla poco o niente o troppo del vino, del bere, dei problemi di gusto e di economia e di costume e di salute che riguardano il vino ed il bere? Non lo so più. Forse un eccesso di attenzione nuoce alla sacra bottiglia, forse una larga noncuranza – gli astemi sono un pericolo, lo dico da sempre – pregiudica una cultura ben fondata e quindi in grado di fornire aiuti e sapienza sia a chi beve sia a chi si limita a centellinare un bicchierino.
La nobiltà della bottiglia
Le filosofie dei beoni sono sempre state labili, come i loro carmi bene o male intonati. I veri beoni di genio si contano sulla punta delle dita d’una mano, già dopo Rabelais non sai più chi sia all’altezza. Lo stesso “maledetto” Villon amava più le taverne del bere in sé, anche se il suo bere giustamente prevedeva un nascondersi, un sottrarsi, malandrino ma forte di umane verità.
Da bevitore moderato e forse mai saggio, non leggo con piacere chi propaganda il vino con i toni che vengono usati per detersivi o tessuti o macchine o frullatori. La nobiltà di una bottiglia è degna di rispetto, quindi di segreto. Chi oltrepassa la soglia di questo segreto e vaneggia, lancia “ultimatum”, redige appelli, mi pare un sobrio via via infurbitosi nel mestiere del venditore. Chi beve non vende. Compera.
Onesti bevitori con il palato in allarme
Ho un lontano cugino, medico nel Cuneese, che possiede una casa-cascina (ovverossia una stupenda villa derivata da una vecchia, enorme cascina) che spregia le serrature alle porte, i gioielli pur donati alla moglie, i quadri e i mobili. Ma tiene sottochiave solo la sua cantina, perché gli è costata fatica, ricerche, selezioni, stagioni intere di lavoro. Ha bottiglie già etichettate per il futuro pranzo delle nozze d’oro nel 2003, ha destinato damigiane a nipoti non ancora nati, per sé stesso sceglie Dolcetto abbastanza giovane ma sa che il vino vecchio è cosa serissima, delicata, superba. Andiamo d’accordo – bevendo Dolcetto – proprio perché non siamo fanatici, ma onesti bevitori alla buona e con il palato in allarme.
Il vino è come la politica
Come lui, detesto i vini regalati. Ne ho una cantina piena. Poiché rispetto il prossimo mio più di me stesso, non oso nemmeno depistarli, quei vini entrati abusivamente nella mia minuscola cantina. Li lascio crepare lì. Chissà come saranno felici i becchini, quando mi dichiarerò pronto all’ultimo trasloco.
Sta diventando sempre più difficile parlar di vino o di grappa o di whisky proprio perché tutti sanno la loro, dicono come la pensano, non accettano i ragionamenti altrui, si difendono dietro stupidi gusti personali, cianciano a vanvera. Il vino che fu serio e grave è diventato come la politica, di cui tutti sono esperti, dietologi compresi.
Scoperte e conferme
È bello il tacere, dunque. È bello essere fedeli alle proprie conoscenze, concedendosi qualche lieve avventuretta di gusto, purché ben spiegata da chi ne sa più di te. Ogni bicchiere infatti è una scoperta o una conferma, e la vita di ogni uomo, sia di cervello o di pura fatica, è sempre fatta solo di conferme e di scoperte.
Lo so, sto diventando molto sofistico. Ma ormai, da bevitore maturo, ho le mie pretese. E a chi mi dice con banalità: “Beviamo qualcosa?”, io gli levo il saluto. Un bicchiere non è mai “qualcosa”, ma “qualcuno”.