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Oltre le Doc: a Vinitaly la degustazione di Civiltà del bere dedicata al valore delle sottozone

Oltre le Doc: a Vinitaly la degustazione di Civiltà del bere dedicata al valore delle sottozone

L’unicità espressiva di dieci micro territori di cinque denominazioni storiche (Soave, Etna, Chianti Classico, Romagna Sangiovese e Barolo) raccontate direttamente dai loro produttori.


Che questo sia un anno speciale per Civiltà del bere, lo avete capito. Al Vinitaly abbiamo voluto festeggiare il 50° della rivista alla nostra maniera, condividendo contenuti e riflessioni intorno all’enologia nazionale e alle sfide del presente e del futuro. Con questo spirito domenica 14 aprile la Sala Tulipano di Veronafiere ha ospitato la nostra degustazione Oltre le Doc – Nuove prospettive del vino italiano. Un incontro molto partecipato che ha puntato i riflettori sul trend delle sottozone, raccontando cinque micro territori di altrettante denominazioni storiche: Soave, Etna, Chianti Classico, Romagna Sangiovese e Barolo.

La timeline di Civiltà del bere

Il direttore Alessandro Torcoli ha salutato il pubblico ricordando le tappe chiave della storia di Civiltà del bere: dalla fondazione nel 1974 a cura di Pino Khail (con la copertina del primo numero disegnata dall’artista Aligi Sassu) fino alla nascita del contest WOW! The Italian Wine Competition nel 2018 e l’inaugurazione del nuovo spazio Enoluogo nel dicembre 2022. In mezzo, l’organizzazione di viaggi pionieristici per far conoscere il valore del vino made in Italy in tutto il mondo a partire dalla fine degli anni Settanta. E la creazione di format di successo come VinoVip Cortina nel 1997, poi declinato anche nella versione “marina” a Forte dei Marmi, e la kermesse milanese Simply the best, che ha debuttato nel 2016.

Alla scoperta delle differenze e delle sfumature

«Per questa masterclass veronese abbiamo voluto riallacciarci a quanto emerso lo scorso giugno nell’ultima edizione VinoVip al Forte durante il dibattito sul futuro delle Doc», ha spiegato il direttore Torcoli. «Da una parte oggi si evidenzia la richiesta di una semplificazione e una riduzione del loro numero, per facilitare la comprensione da parte del consumatore mainstream. Dall’altra, però, c’è anche l’esigenza di valorizzare le differenze sul fronte dei fine wines. Penso al mondo della ristorazione, del collezionismo, ma anche alla schiera dei grandi appassionati che vogliono approfondire i singoli territori e degustarne le diverse sfumature».

Dieci interpretazioni d’autore

Così, in anni relativamente recenti, in molti disciplinari nazionali sono state introdotte le Mga (Menzioni geografiche aggiuntive), le Uga (Unità geografiche aggiuntive), senza dimenticare altre nomenclature più poetiche come le Rocche e le Pievi, per citare le maggiori. Il concetto di riferimento è quello francese di Cru, fondato su una divisione parcellare del territorio della Doc a partire da una zonazione e dunque da una specificità a livello pedo-climatico, che inevitabilmente si traduce in un’identità gusto-olfattiva nel calice. «Oggi sempre più produttori orgogliosamente dichiarano e rivendicano in etichetta le peculiarità di queste “piccole patrie” per accrescerne la riconoscibilità e la rilevanza», ha proseguito il direttore Torcoli. «Da qui l’idea di riunire cinque esempi ben riusciti, proponendo per ogni distretto due interpreti significativi e iconici».

Pieropan e il Soave Classico Calvarino

Si comincia da una Denominazione bianchista come quella del Soave, che dopo un percorso di oltre 15 anni di ricerca su suolo, clima e storicità, ha definito le sue 33 Unità geografiche aggiuntive. Un lavoro di mappatura tutt’altro che semplice, considerando la natura vulcanica dei terreni, che variano molto anche a distanza di pochi metri.
Antesignana di questa impostazione è stata l’azienda Pieropan con il mitico Calvarino, Soave Classico Doc proposto in assaggio con l’annata 2021. Come ha spiegato Andrea Pieropan, quarta generazione alla guida aziendale: «La prima vendemmia commercializzata risale al 1971 e nel 2024 ricorrono i 50 anni. L’appezzamento collinare si trova sul versante che guarda ovest, sotto il comune di Soave. È stato mio padre, dalla metà degli anni Sessanta, ad avviare vinificazioni separate, dopo essersi reso contro del carattere così distintivo delle uve». Blend di Garganega, 70%, e Trebbiano di Soave, 30%, da filari tra i 30 e i 60 anni a pergola veronese, fermenta in vasche di cemento e non effettua malolattica per mantenere l’integrità e la purezza del frutto. Sapidità e mineralità in primo piano, con un ritorno fruttato di mela e limone. Da gustare giovane e lasciare invecchiare.

Suavia e il Soave Classico Monte Carbonare

Tra gli interpreti più apprezzati del distretto del Soave c’è anche Suavia, fondata nel 1982 dalla famiglia Tessari, oggi alla seconda generazione rappresentata dalle sorelle Alessandra, Meri e Valentina. «La Cantina si trova nel punto più alto della Denominazione», ha raccontato Valentina Tessari. «Suavia è l’antico nome del comune di Soave, a sottolineare il nostro fortissimo legame con il territorio».
Nel bicchiere il Monte Carbonare, Soave Classico Doc 2021, da una vigna di 6 ettari e circa 70 anni impiantata a Garganega su una collina impervia di forte pendenza. «L’esposizione a nord, nord-est ci garantisce una maggiore freschezza e acidità. Raccogliamo a metà ottobre per avere uve molto mature». Un anno in vasche d’acciaio sulle fecce fini e poi bottiglia per un bianco elegantissimo e dall’acidità sferzante, con note di pietra focaia e fiori di campo.

Tenuta delle Terre Nere e l’Etna bianco Calderara Sottana

Il viaggio prosegue alle pendici di un altro terroir vulcanico, l’Etna, che negli ultimi anni ha sviluppato il concetto di Contrada. La classificazione ne ha identificate oltre 140, dislocate in 11 diversi comuni sui versanti nord, est, sud-ovest e sud-est. Tenuta delle Terre Nere è stata tra le prime Cantine locali a vinificare e imbottigliare separatamente le diverse parcelle, interpretando l’Etna come “la Borgogna del Mediterraneo”.
Impossibilitato a partecipare all’incontro a causa di un problema di salute, il titolare Marco de Grazia (già storico “intermediario” dei Barolo boys per il mercato americano) è stato sostituito dal direttore commerciale Christian Liistro, che ha raccontato l’unicità dell’Etna Bianco Calderara Sottana Doc 2022. «Prodotto dal 2020, rappresenta il nostro “Grand Cru”. L’appezzamento si trova nel comune di Randazzo ed è la contrada in assoluto più ricca di sasso, da particelle situate tra i 600 e i 700 metri». 9 mesi in botte da 10 ettolitri di quinto passaggio contribuiscono a farne un Carricante prismatico, versatile e strutturato. 

Planeta e l’Etna Bianco Contrada Taccione

La famiglia Planeta, alla guida di un gruppo di aziende modello che toccano i principali distretti enologici dell’isola, ha deciso di misurarsi anche con la produzione etnea verso la fine degli anni Duemila. È nato così il progetto Feudo di Mezzo. «Oggi le contrade sono un ragionamento vincente soprattutto dal punto di vista comunicativo, un domani lo saranno anche sul fronte tecnico», spiega Alessio Planeta. «In questi anni stiamo delineando i diversi caratteri delle microzone e diventa sempre più evidente il filo conduttore della suddivisione».
Durante il tasting è stato servito, in Magnum, l’Etna Bianco Contrada Taccione 2021, da una vigna di quasi 10 ettari a 700 metri vicino a Randazzo. Il 20% della massa fa un passaggio in botte di rovere da 25 e 50 hl e in tonneau di rovere Nevers e Allier; il resto solo acciaio. Un’espressione contemporanea ed elegante del Carricante, con un profilo olfattivo articolato e un palato succoso e vibrante.

Villa Papiano Romagna Sangiovese Modigliana

L’impronta territoriale del Romagna Sangiovese è racchiusa nel concetto di Rocche, che rappresentano l’apice qualitativo della denominazione. «Spesso l’evoluzione parte proprio dalla provincia e la Romagna si è rivelata un laboratorio straordinario per la creazione delle sottozone, accelerato anche dal cambiamento climatico», ha precisato Francesco Bordini di Villa Papiano a Modigliana, oasi naturalistica a ridosso del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.
«In particolare la nostra è una storia di confine e di viticoltura appenninica. Il Vigna Beccaccia, Romagna Sangiovese Modigliana Doc 2020 nasce a 570 metri di altezza in un piccolo vigneto vicino ad un bosco, che regala al sorso inconfondibili note di mentastro ed elicriso. Fa un anno di affinamento in cemento e poi tanta bottiglia». Minerale e balsamico, si rivela un Sangiovese di grande freschezza e finezza.

Fattoria Nicolucci e il Romagna Sangiovese Predappio di Predappio

Ci spostiamo a Predappio Alta, una collina sulfurea dove la famiglia Nicolucci produce vino dal 1885. Il Vigna del Generale, Romagna Sangiovese Predappio di Predappio Superiore Riserva Doc, in assaggio con l’annata 2020, è il vino di punta della collezione aziendale. «Si tratta di una vigna centenaria, che abbiamo totalmente rinnovato nel tempo con il medesimo clone ad acino medio-piccolo preesistente, di cui stiamo ancora approfondendo la genesi», ha precisato Alessandro Nicolucci, rappresentante della quarta generazione. «Siamo in un territorio con un passato politico ingombrante, ma anche con un grande passato enologico. Questo cru fermenta 1 mese in cemento e poi resta 2 anni in grandi botti di rovere per acquisire potenza e complessità. Si chiama così perché l’appezzamento fu acquisito da mio nonno da un generale». Un vino monumentale, ma al tempo stesso agile e scattante.  

Riecine e il Chianti Classico Gaiole Gran Selezione Docg

Quest’anno il Consorzio del Chianti Classico festeggia un secolo di attività, che in anni recenti lo ha visto impegnato nella mappatura sistematica del territorio, suddivio in 11 Uga che di fatto hanno introdotto una nuova geografia del Gallo Nero. «La nostra azienda si trova nella zona nord dell’Uga Gaiole, siamo una delle ultime realtà della provincia di Siena», spiega Alessandro Campatelli, enologo e direttore generale di Riecine. «Vigna Gittori, Chianti Classico Gaiole Gran Selezione Docg 2020 nasce da un appezzamento che siamo finalmente riusciti ad acquisire nel 2019, dopo un affitto ventennale. Circa 2,7 ettari a 500 metri di altezza con esposizione a sud. «Il terreno è molto roccioso e immerso in un bosco che conferisce una particolare “resinosità” al vino e fotografa perfettamente il terroir».

Fèlsina e il Chianti Classico Calstelnuovo Berardenga Gran Selezione

Ci spostiamo a Castelnuovo Berardenga, sul confine meridionale della denominazione del Gallo Nero alle porte delle Crete Senesi. È qui che sorge Fèlsina, fondata dalla famiglia Poggiali nel 1966 e tra le prime a vinificare in purezza il Sangiovese, sovvertendo la ricetta classica del Barone Ricasoli. «Il nostro Colonia, Chianti Classico Calstelnuovo Berardenga Gran Selezione Docg 2020 nasce da un appezzamento impervio situato in cima alla collina di Rancia, da terreni di colore bruno rossastro di medio impasto, ricchi di magnesio e ferro su macigno di alberese e marna calcarea. Un suolo diverso da qualunque altro a Fèlsina». Il risultato è un vino di grande sapidità e concentrazione, con raffinate note di spezie e tabacco.    

Pio Cesare e il Barolo Mosconi

Le Menzioni geografiche aggiuntive del Barolo somigliano più al concetto di Vigna che a quello di Cru francese. Così le intende il Consorzio di tutela, che ne ha classificate 181, di cui 11 comunali, che i produttori possono aggiungere in etichetta per distinguere ulteriormente il proprio prodotto.
Fondata nel 1881, la Pio Cesare di Alba a partire dagli anni Settanta ha portato avanti un lungimirante lavoro di acquisizione dei migliori appezzamenti, fino ad arrivare a circa 70 ettari in 16 diverse località tra le più vocate delle Langhe. «L’ultima acquisizione di mio zio Pio Boffa, che purtroppo è mancato tre anni fa, è stata la vigna Mosconi di Monforte d’Alba: una Mga molto rinomata per la longevità, la tannicità e l’eleganza dei suoi vini», spiega Cesare Benvenuto Pio.Il Barolo Mosconi Docg 2016, seconda vendemmia prodotta, è figlio di un’annata classica, che regala un sorso di rara armonia, strutturato e al tempo stesso vellutato, quasi da Barbaresco.

Michele Chiarlo e il Barolo Cerequio

Chiudiamo con un’altra bandiera del vino piemontese, Michele Chiarlo, che ha il suo quartier generale a Calamandrana, nell’Astigiano, ma ha puntato moltissimo anche sulla produzione di Barolo, concentrandosi sulla prestigiosa Mga Cerequio, ma anche Cannubi e Asili. «Il Barolo Cerequio Docg, in degustazione con l’annata 2016, è il nostro Grand Cru», spiega Stefano Chiarlo. Si estende per un totale di 22 ettari (e sette produttori) tra La Morra e Barolo, su un terreno di epoca tortoniana composto da marne calcareo-argillose di origine sedimentaria marina. «Il suolo caratterizzato dalla presenza di moltissimi microelementi: in particolare il magnesio si trova in concentrazioni quattro volte superiori rispetto agli altri terreni del Barolo». Freschezza balsamica unita a una struttura importante, in armonia tra finezza e aromaticità.

Foto di apertura: i vini degustati a Oltre le Doc

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© Riproduzione riservata - 18/04/2024

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