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Il micro-vigneto Polonia sogna in grande

25 Settembre 2017 Stefano Tesi

Se dipenda davvero dal cambiamento climatico che, anche a latitudini prima impossibili, ha da qualche tempo reso praticabile la viticoltura di qualità o se, invece, dal fatto che il recente wine boom nei consumi, per effetto trascinamento, ha (ri)portato nella gente anche la voglia di fare vino, è difficile a dirsi. Forse la verità sta nel mezzo e alla rinascita dell’enologia polacca stanno contribuendo, di pari passo col crescere della disponibilità economica collettiva, tutti e due i fattori.

In 10 anni balzo nei consumi e nella produzione

Resta che, con sorpresa di molti, nell’arco di un decennio il Paese slavo è passato tanto da consumi e da produzioni esigue a quote significative, anche in valore assoluto, dei primi, quanto a quote piccole, ma interessanti, dei secondi. Sotto il profilo sociologico, l’esplosione della wine mania è senza dubbio il fenomeno più rilevante nella Polonia dell’ultimo triennio, considerato che tra il 2005 e il 2016 ha conosciuto tassi annuali di crescita a doppia cifra, con una media del 10%.

Bere bene è di moda

E se fino a un lustro fa il mercato assorbiva in prevalenza prodotti di bassa fascia, distribuiti in Gdo e destinati a un pubblico di massa, oggi basta passeggiare per le vie di Varsavia e di Cracovia, ma anche in molti centri minori, per imbattersi in enoteche, wine bar, ristoranti che offrono, pure al bicchiere, vini di qualità di tutto il mondo. Produzione locale compresa. E di livello spesso niente affatto modesto. In Polonia, insomma, bere vino è di gran moda e l’importazione tira. L’Italia è il primo fornitore, con circa il 20% del mercato. Anche produrlo però sta diventando un trend. Nonostante le notevoli difficoltà operative che tuttora produttori, distributori e commercianti incontrano.

Dal 1989 riprende lo sviluppo

«Per molto tempo il clima qui è stato considerato troppo rigido per la viticoltura», spiega Wojciech Bonkowski, direttore di Winicjatywa, la principale rivista sul vino on line polacca, «sebbene fino alla fine del Settecento ci fossero, nelle nostre regioni orientali, aree con una discreta produzione. Per il successivo irrigidimento del clima, l’influenza dei fattori politici e culturali e, dopo il 1945, per il disinteresse del regime alla coltivazione della vite, questa era sostanzialmente scomparsa dalla Polonia, sebbene lo spostamento postbellico dei confini a ovest avesse comportato l’annessione del Grünberg, Zielona Góra in polacco, il comprensorio a sud-est di Berlino che era stata una delle più ampie zone vinicole della Germania. La rinascita a cui assistiamo ora comincia solo dopo il 1989, grazie all’impegno di alcuni piccoli viticoltori come Roman Myśliwiec della Fattoria di Golesz, a Jasło, al confine con la Slovacchia».

Mille ettari per 16 provincie

Oggi si stima che siano almeno 700 le aziende che producono vino, anche se ufficialmente ne risultano solo un centinaio a causa di un sistema burocratico e fiscale punitivo, che rende la vita dei viticoltori estremamente difficile e induce molti a vendere tutta o parte della produzione sul cosiddetto mercato “grigio”.
Un migliaio in tutto gli ettari di vigna, sparsi in ognuna delle 16 provincie amministrative, con netta prevalenza però di quelle meridionali, per una produzione di circa 2 milioni di bottiglie, pari ad appena l’1% del consumo nazionale. «Bisogna considerare che da noi non c’è un sistema di denominazioni di origine e a oggi sarebbe anche oggettivamente difficile», prosegue Bonkowski, «individuare stili o caratterizzazioni dei vini in base alla loro provenienza geografica. Tutto è ancora emergente e il prodotto finale dipende molto dalla mano del singolo viticoltore, dei vitigni che ha impiantato e del metodo che utilizza per vinificare».

Sei i distretti vinicoli polacchi

Uscendo dalla maglia amministrativa e cercando di circoscrivere comunque le aree a maggiore vocazione o produzione, la Polonia si può suddividere in sei distretti: la Subcarpathia (a sud-est, al confine con Slovacchia e Ucraina), con un clima continentale e vitigni prevalentemente ibridi, ove la produzione di vino è piuttosto sviluppata e sostenuta anche a livello governativo; la Piccola Polonia (Małopolska, intorno a Cracovia), con terreni calcarei molto vocati: è qui che ha sede il più avanzato e noto progetto vinicolo polacco, quello di Winnica Srebrna Góra, sulle colline appena fuori dalla città; la più settentrionale Piccola Polonia sulla Vistola (Małopolski Przełom Wisły) e il comprensorio di Sandomierz, lungo il corso del fiume, che grazie a questo beneficiano di un microclima migliore e di una buona esposizione: qui si trovano alcune aziende molto attive come Dom Bliskowice e Winnica Płochockich.

Pinot nero e grigio in Slesia, Riesling in Zielona Góra

La Slesia Inferiore, attorno a Wrocław, nella Polonia sud-occidentale, la regione più temperata del Paese e quindi, in prospettiva, anche la più promettente per vitigni europei classici come il Pinot nero e il Pinot grigio; la già citata zona di Zielona Góra, nella Polonia occidentale, prima della guerra in territorio tedesco e ricca quindi di una forte tradizione, con tante piccole aziende che coltivano Riesling, Sylvaner e Traminer.

I vitigni più impiantati? I “nobili” e i nuovi ibridi

Quella delle cultivar è un’altra delle caratteristiche distintive, nonché uno dei punti critici, della nascente viticoltura polacca. Come accennato, qui i rigori del clima hanno sempre condizionato la coltivazione della vite, che in grandissima percentuale ricorre ancora a ibridi ricavati dall’incrocio con la vite selvatica, più resistenti al freddo e alle malattie. Solo l’elevazione delle temperature medie e la progressiva individuazione di terreni, esposizioni, sesti di impianto e tecniche di coltivazione adeguati ha di recente consentito la messa a dimora, con successo, di vitigni nobili, la cui presenza sta crescendo rapidamente e ovunque nel Paese: Riesling, Pinot grigio, Traminer, Chardonnay, Müller-Thurgau, Auxerrois, Pinot bianco, Bouvier, Kernling tra i bianchi, Pinot nero, Zweigelt, Dornfelder, Frühburgunder, Merlot, Acolon tra i rossi.

Foto di Photocreo M. Bednarek

L’articolo prosegue su Civiltà del bere 4/2017. Per continuare a leggere acquista il numero sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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