Un grande potenziale vinicolo fatto di tradizioni centenarie e un’ampia offerta ampelografica autoctona a noi quasi sconosciuta, su cui bisogna lavorare dal punto di vista scientifico e normativo. La competizione all’estero e la libertà d’azione interna
Buoni vini, a volte ottimi, non di rado conformi agli standard dei palati occidentali. Spesso e senza dubbio curiosi, a tratti intriganti, fatti con vitigni autoctoni, quasi sconosciuti dalle nostre parti tranne che dagli addetti ai lavori, ma di cui il produttore vanta sovente, e a ragione, origini antichissime. E racconta di recuperi coraggiosi dopo le macerie lasciate in Albania prima dalla viticoltura di massa perseguita dal comunismo (l’export nel 1971 era di 61.000 ettolitri, scesi a 22.000 già nel 1985) e poi dal crollo del regime nel 1990, con una perdita di produzione del -75% tra il 1989 e il 1994. In etichetta riportano, in libertà, nomi un po’ magniloquenti e tipologie di frequente fantasiose. Nell’insieme danno l’idea di un mondo brulicante e intraprendente. Che stenta però a uscire dal guscio nazionale e ad affermarsi fuori confine.
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