L’azienda vitivinicola è anche un borgo da sogno, nelle campagne a sud-ovest di Montalcino. L’opera di restauro del paese e il sostegno di attività culturali per la celebre città del vino. Eccellenti la selezione Paesaggio inatteso e la Riserva Gualto
Camigliano è un’azienda, anzi no è un borgo rurale, anzi tutti e due: è il nome di una frazione di Montalcino dove la famiglia Ghezzi, di origine milanese, da oltre mezzo secolo ha creato il suo angolo di paradiso, aperto sempre di più al pubblico, con nuovissime stanze ricavate nelle tipiche case di mattoni che colorano il paese. Situata nel versante sud-ovest della celebre città del vino, ovvero la zona nota come calda e soleggiata, l’azienda vitivinicola Camigliano è tra le prime ad essere nata nel dopoguerra, ben prima che Montalcino assurgesse alla notorietà enologica planetaria.
Lo stupore e la scoperta
È affascinante il racconto su Walter, papà dell’ing. Gualtiero Ghezzi, 79 anni, l’attuale presidente e amministratore delegato, che nel 1957 si trovò in faccia al borgo quasi per caso dopo un viaggio di 12 ore da Milano, tra strade sterrate e guadi di torrenti, perché allora la rete stradale era minimale, per non dire inesistente. Walter e sua moglie all’ultima curva scorsero improvvisamente un “paesaggio inatteso” (che ora è il nome di una selezione aziendale) e rimasero incantati. Ne fecero più di una seconda casa, ma una ragione di vita, e il figlio Gualtiero oggi vive quasi stabilmente a Camigliano. Ma anche il nipote Tommaso, figlio di sua figlia Silvia, vi trascorre sette mesi l’anno.
La proprietà e i riconoscimenti
D’altronde, 93 ettari di vigna su 500 di proprietà non sono la casa al mare col giardino, ma qualcosa di più. E nel tempo, i Ghezzi hanno compiuto numerose opere di restauro, dalla piazzetta al tetto della chiesa. Oggi producono oltre 330.000 bottiglie, tutte a regime biologico, la maggior parte Brunello di Montalcino e la maggior parte (85%) esportate. L’anno scorso, nella Top100 di The Wine Spectator, il Brunello Camigliano 2020 si è piazzato 21° e primo tra i pluripremiati vini di Montalcino.
Lo spirito del luogo e della Cantina
Ci ha accolto la grande famiglia, dal nonno a Silvia, a tre dei quattro nipoti: Tommaso Laviano, laureato in Ingegneria meccanica ma già coinvolto nella commercializzazione dei vini; il fratello Lorenzo, neolaureato in Enologia, pronto per qualche esperienza preferibilmente nell’emisfero australe, per approfittare delle due stagioni e delle due vendemmie; la sorella Costanza, neolaureata in Scienze politiche in procinto di seguire un master in Business a Lisbona («alla fine, tutti hanno due master e tre certificazioni, è meglio che vada», ha ammesso con la spontaneità dei ventenni 3.0). La più piccola, diciottenne, sta per affrontare l’esame di maturità. Se indugiamo su dettagli minori, familiari, non è per vezzo di colore, ma per trasmettere lo spirito del luogo e della Cantina, che ruota attorno ai Ghezzi, i quali non si presentano in Ferrari (cosa che accade in certe zone di successo), né come caricature di contadini.


La famiglia Ghezzi e i collaboratori
Fanno il loro lavoro, cercano di farlo al meglio, con understatement – quello sì – un po’ lombardo. Questa è una famiglia che ha cura dei collaboratori, come Adem il macedone che ci ha accompagnato spesso, Marta la cuoca, che ci faceva trovare la sua crostata al mattino, e ovviamente l’agronomo Simone Luchini e il nuovo enologo Michele Turchi, che si sente già di casa ed è aperto ai confronti. Il tutto in un’atmosfera casalinga, come se tutti si occupassero di faccende domestiche, essenziali, come chiudere porte e sistemare l’aria condizionata, non di una grande azienda vitivinicola di Montalcino, che oltre a gran parte del borgo possiede sette poderi, con vista mozzafiato sul versante sud verso Sant’Angelo e quelle colline tratteggiate da cipressi, vigne e ulivi oltre le quali possiamo immaginare il mare.
La visita al vigneto
Abbiamo visitato le vigne, con Tommaso Laviano e Simone Luchini, e visto situazioni particolari, che dimostrano una tensione alla qualità. Ancora una volta, come se fosse normale, il loro dovere. Cioè come se fosse come dovrebbe essere: quindi ci parlano delle prove che stanno realizzando con Marco Simonit per capire quale forma di Guyot è più adatta a Camigliano (e fino al 2019 si conduceva tutto a cordone speronato). Passiamo a vedere i gioielli di famiglia, le vigne Poggiaccio vecchio e Sassi, da cui nascono storicamente le Riserve, e scorgiamo tra odorose ginestre nell’acme dell’espressione lo stagno delle ninfee, coi loro flottanti fiori carmini, orgoglio del nonno.
I vini, il motore di tutto
Assaggiamo anche i vini, naturalmente, con Michele Turchi. Enologo consulente di Camigliano è Carlo Ferrini. Colpiscono i Brunello di Montalcino 2020 e 2021. Entrambi per motivi diversi. L’annata 2020 molto celebrata, da cui il premio di Wine Spectator, è uno spettacolo di sensazioni stratificate, dai tabacchi alla scorza arancia, con tannino deciso ma elegante. La 2021, colpita da gelata e quindi con produzione ridotta, si staglia per freschezza, il tannino è muscoloso e teso.
La selezione Paesaggio inatteso e la Riserva Gualto
Accennavamo poi al Paesaggio inatteso, una delle selezioni di Brunello: la 2021 è sinfonica, con 30 mesi di botte anziché 24, ha frutto più maturo che si bilancia ottimamente con le acidità dell’annata; il bouquet è ampio con tabacchi, composte di frutti rossi, sanguinella, finocchietto selvatico, il tannino è assertivo. Infine, la Riserva Gualto 2020, che amplia ancor di più lo spettro delle sensazioni, dal finocchietto fresco ai frutti rossi, dal cuoio alla violetta. È denso e succoso, con acidità importante, tannino deciso e finale lungo.
Il Red Line Festival amplia i confini
Infine, negli anni Camigliano ha avviato anche partnership con eventi territoriali, allo scopo di sostenere la vivacità culturale del luogo, anche oltre il vino. Possiamo testimoniare che la città sembra vivere una sorta di paradosso, per cui all’esplosione planetaria del Brunello non ha corrisposto altrettanto entusiasmo per Montalcino: per le vie si susseguono le enoteche, poche altre attività artigianali, alcuni (nemmeno molti) ristoranti, molti dei quali chiudono due sere a settimana e non accettano prenotazioni dopo le 21. Andare oltre il calice, per attirare visitatori e villeggianti, è fondamentale e così manifestazioni come Red Line International Film Festival, dal 10 al 14 giugno, sono un tentativo di allargare i confini, grazie al coinvolgimento di registi di vari Paesi, corto e lungometraggi, proiezioni in Fortezza o al Teatro degli Astrusi.
La nostra selezione cinematografica
Tra i nostri preferiti: Kneecap (2024, Irlanda, 105 min.), un film importante e contemporaneo, storia vera di un gruppo trap che ha contribuito al riscatto della lingua irlandese, e il corto Unreal Estate Agent (2024, Paesi Bassi, 12 min.), esilarante commedia dark. Da non perdere anche The Blue Trail (2025, Brasile, 105 min.), poetica fuga per la vittoria di una donna anziana che si rifiuta di essere internata nelle colonie per vecchi volute dal governo brasiliano, lungo il tracciato sinuoso di un Rio delle Amazzoni popolato da personaggi improbabili. Ottima idea, questa del cinema, come da 29 anni lo è quella del Jazz sostenuta da Banfi. Le arti unite al vino posso fare grandi cose.
I vincitori
Siamo ora in grado di comunicarvi i vincitori dell’edizione 2026 del Red Line International Film Festival. Il premio miglior lungometraggio è stato assegnato a Il sentiero azzurro (The blue trail) di Oscar Mascaro. Il premio miglior documentario a Moving Mountains di Andrea Costa. Il premio miglior cortometraggio a Rhubarb Rhubarb di Kate McMullen. Il premio miglior regia viene assegnato a Dimitris Moutsiakas per Gekas. Il premio miglior fotografia viene assegnato a Dino Berguglia per Black Beast. Il premio miglior opera nella sezione Red Line Kids viene assegnato a The Legend of Hummingbird di Morgan Devos. Una menzione speciale della giuria va a Il Futuro di Antimo Campanile.