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Tenuta di Capezzana festeggia i 40 anni di Ghiaie della Furba con una verticale memorabile

Tenuta di Capezzana festeggia i 40 anni di Ghiaie della Furba con una verticale memorabile

1979-2019: il Ghiaie della Furba entra negli “anta”. Per celebrare questo compleanno speciale, la famiglia Contini Bonacossi ha organizzato una degustazione di nove annate, inclusa la prima vendemmia (1979) e la più recente immessa sul mercato (2019).

Passano i mesi, ma certe degustazioni restano impresse nella memoria come fossero assaggi di ieri. È il caso della verticale organizzata lo scorso 29 settembre in occasione dei 40 anni del Ghiaie della Furba, vino simbolo della Tenuta di Capezzana.
Siamo nel comprensorio di Carmignano, a cavallo tra Prato, Firenze e Pistoia, una delle più antiche denominazioni italiane. I suoi confini furono tracciati nientemeno che dal granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici nel suo celebre Bando del 1716. La Tenuta di Capezzana è fra le Cantine simbolo della zona: in questi luoghi la produzione di vino è documentata dall’804 d.C. Oggi la proprietà della famiglia Contini Bonacossi si estende per 650 ettari (di cui 80 vitati e 140 ad oliveto) all’interno del Barco Reale, una riserva di caccia seicentesca che nei secoli ha mantenuto tutto il suo fascino bucolico.

Ghiaie della Furba
Una veduta dall’alto della Tenuta di Capezzana

La grande novità di un taglio bordolese

«Il Ghiaie della Furba debuttò nel 1979», spiega Filippo Contini Bonacossi, che oggi guida l’azienda in qualità di Ceo insieme alle sorelle, ai fratelli e ai nipoti. «Nostro papà Ugo ebbe l’idea di produrre un uvaggio bordolese, novità assoluta per l’epoca. E quindi 1/3 di Cabernet Franc, 1/3 di Cabernet Sauvignon e 1/3 di Merlot. In principio il Ghiaie della Furba venne classificato come vino da tavola, poi diventò un SuperTuscan, ovvero un’Igt». Inutile dire che l’obiettivo era il mercato anglosassone e il modello quello di Bordeaux. «In un periodo in cui il complesso di inferiorità nei confronti dei francesi era notevole, ottenemmo subito un grande successo sia di pubblico che di critica».

Nome, vigne e uve di riferimento

Furba è il nome del torrente locale, che scende dalle pendici del Montalbano, e nei secoli ha dato origine ad un terreno alluvionale molto sassoso e ciottoloso; da qui il termine Ghiaie. «La prima vigna fu quella del Poggio Licciardo, piantata nel 1968 a Cabernet Sauvignon», racconta Beatrice Contini Bonacossi, direttrice commerciale. «Nel 1975 venne piantata una seconda vigna con Cabernet Franc e Merlot, proprio nei pressi delle rive della Furba». Ancora, nel 1992 entrò in produzione anche la vigna Sant’Alessandro e il Cabernet Sauvignon aumentò la sua quota fino al 60%; il Merlot rimase invariato al 30%, mentre il Cabernet Franc diminuì fino al 10%. «Ma la svolta più importante nell’uvaggio risale al1998, quando il Cabernet Franc venne completamente sostituito con il Syrah, che dal 1994 coltivavamo nella vigna di Trote». Il 1998 è un anno cruciale anche perché ha segnato l’ingresso di Benedetta Contini Bonacossi come wine maker aziendale. Al suo fianco fino al 2012 il consulente Stefano Chioccioli; dal 2013 la supervisione è passata a Franco Bernabei.

La vocazione dei terreni e la scelta biologica

Carmignano gode di un microclima particolarmente favorevole. La vicinanza degli Appennini ingentilisce le temperature nei mesi più caldi, mentre il Montalbano ripara dai venti più freddi. I diversi appezzamenti sono posti ad un’altitudine compresa fra i 200 e i 300 metri. Terreni a prevalenza alluvionale-argillosa nel caso del Merlot e calcareo-argillosa per il Cabernet Sauvignon e il Syrah. Ma il quadro morfologico si dimostra fortemente eterogeneo, garantendo a questa etichetta un corredo aromatico sfaccettato e una notevole longevità.
«In azienda abbiamo adottato una gestione biologica, non solo per conservare l’integrità della terra in favore delle nuove generazioni, ma anche per aggiungere complessità al sistema vigneto», spiega l’enologa Benedetta Contini Bonacossi. «Il poter applicare un’agricoltura etica su una superficie così vasta garantisce che non ci siano contaminazioni». Concimazione organica, sovesci effettuati con multi-essenze, trattamenti eseguiti solo con prodotti di copertura, lavorazioni meccaniche al posto del diserbo e confusione sessuale sono solo alcune delle pratiche previste in campo.

La verticale di Ghiaie della Furba

Ghiaie della Furba

1979

Il viaggio indietro nel tempo comincia con l’annata d’esordio, che si offre al calice con un bel colore aranciato. Frutto ancora croccante, bouquet di erbe officinali, timo, rabarbaro e china. Poi incenso, tostatura, liquirizia e un richiamo di iodio che fa pensare al mare. Il tannino è sottile e raffinato. L’alcol contenuto, con un’acidità spiccata. Si tratta dell’unica annata elevata in botte grande. Poi l’invecchiamento avverrà sempre in barrique. Colpisce la grande precisione, soprattutto considerando che si tratta di una prima prova.     

1985

Un’altra annata dalla tenuta sorprendente. Al naso la nota terrosa si fonde con quella iodata, da vino marino. Ritornano anche i sentori di liquirizia, rabarbaro e china. In bocca la cremosità si fa più evidente, con un grande equilibrio tra tannino e acidità. È un vino vibrante: orgoglioso figlio del suo terroir.

1994

Bel colore aranciato, ma dal cuore ancora tendente al rubino. Naso intenso di maggiorana, frutti di bosco, erbe officinali, macchia mediterranea, humus e tabacco. In bocca tensione e freschezza. Finale di eucalipto e nocciola.

1998

È il primo anno sotto la guida enologica di Benedetta Contini Bonacossi, che sceglie di diminuire i volumi produttivi per alzare ulteriormente il livello qualitativo e cambia il blend. Opta per il Syrah, un’uva che ha sempre amato molto perché conferisce un colore viola acceso e un retrogusto di prugna e pepe. Le nuove proporzioni sono: 60% Cabernet Sauvignon, 30% Merlot e 10% Syrah. Bouquet avvolgente con frutto deciso e una sorprendente mineralità. Ricorda il millesimo 1979, ma è ancora più salina.

2000

Il clima cambia e lo si nota anche nelle gradazioni: dai 12,5% vol. della 1979, si arriva ai 14 della prima annata del nuovo millennio. Il frutto è integro, note di liquirizia e mirto segnano un sorso dinamico. Bella struttura e grande compostezza al palato.

2006

Naso molto sottile e sinuoso che spazia dalla terra bagnata alla camomilla e alla genziana. Il tannino si apre impetuoso, ma poi si addolcisce grazie alla densità materica e alla ricchezza alcolica (quasi 15% vol.).

2010

Annata leggermente più fresca delle precedenti. Il risultato è un rosso iodato, dal bouquet mediterraneo. Ginepro, liquirizia, spezie dolci. In bocca è generoso, di vibrante freschezza. Ha un bel futuro davanti a sé.

2015

Una delle migliori annate degli ultimi decenni, che segna una nuova strada: la scelta di lavorare con lieviti indigeni per dare una maggiore caratterizzazione e personalizzazione ai vini aziendali. Naso caleidoscopico di mora, ribes, rabarbaro, corteccia, muschio, incenso, accenni ferrosi. È ancora giovane ma molto promettente.

2017

Grande qualità, poca quantità (circa il 50% in meno rispetto alla media) per un’annata caldissima e complicata. Che però non ha impedito a questa etichetta di vincere la Gran Medaglia d’oro al Concours de Bruxelles. Florealità in primo piano, piacevolezza minerale e finale di inchiostro e cannella. In bocca è corposo, dal tannino integrato.

2019

Il profilo olfattivo richiama i frutti rossi freschi, seguito da note terziarie che spaziano dal tabacco biondo alle spezie. Freschezza ed esuberanza in bocca. Ancora giovanissimo, colpisce per l’energia e la pulizia stilistica.

Foto di apertura: per celebrare i 40 anni dell’etichetta Ghiaie della Furba, la famiglia Contini Bonacossi ha organizzato una degustazione di nove annate

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© Riproduzione riservata - 25/01/2023

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