In Italia In Italia Jessica Bordoni

La enogioventù: Brando Baccheschi Berti è l’anima del Castello di Vicarello

La enogioventù: Brando Baccheschi Berti è l’anima del Castello di Vicarello

Il giovane produttore toscano under 35 Brando Baccheschi Berti guida il progetto enologico del Castello di Vicarello, in Maremma. La tenuta produce quattro vini (più uno in arrivo) dal timbro fortemente territoriale, che non rinunciano all’eleganza tipica di Bordeaux.

Quando, nel Duemila, prese avvio il progetto enologico di famiglia, Brando Baccheschi Berti aveva appena finito le elementari. «Ma ricordo come se fosse ieri le varie fasi di preparazione e sistemazione del terreno. In particolare le operazioni con le macchine escavatrici che a me, bambino, facevano quasi paura da quanto erano grandi. E poi il momento in cui furono piantate le barbatelle, che negli anni successivi si sono trasformate nelle nostre preziosissime viti…». La prima vendemmia risale al 2004, ed è un’altra esperienza impressa nella memoria di questo giovane produttore, che dal 2015 guida in prima persona il Castello di Vicarello, storica dimora tra le colline della Maremma.

Ospitalità e produzione vinicola

«Siamo a Poggi del Sasso, frazione del comune grossetano di Cinigiano; Montalcino non è così distante», precisa Brando. «Il nostro maniero risale al XII secolo e, tra gli anni Ottanta e Novanta, è stato amorevolmente restaurato e ammodernato dai miei genitori Carlo e Aurora. Oggi io e i miei fratelli, Neri e Corso – siamo tutti e tre under 35 –   portiamo avanti i due grandi progetti di famiglia. Da un lato l’hospitality, che include nove raffinate suite di lusso; dall’altro la viticoltura, con la produzione di una collezione di vini eleganti e autenticamente territoriali».

La formazione e il confronto con i mercati esteri

«Dopo il liceo scientifico, per un paio d’anni ho fatto la spola tra l’Italia e New York seguendo il nostro importatore americano». È stata un’esperienza molto formativa per Brando, che gli ha permesso di conoscere da vicino, anzi dall’interno, le dinamiche di vendita del vino italiano all’estero. «Durante la permanenza negli States e nei successivi viaggi di lavoro per il mondo ho capito quanto le richieste dei consumatori siano cambiate. Oggi le persone cercano vini di carattere e dotati di grande freschezza. Il tempo per i rossi opulenti e impegnativi è finito. Anche io sono di questa opinione: sì alla struttura, ma il vino deve essere bevuto, non può stancare dopo qualche sorso. Ed è proprio seguendo questa filosofia che ogni giorno interpretiamo il mestiere di vigneron».

I 7 ettari di vigna si estendono attorno al Castello di Vicarello, circondati dalla macchia mediterranea e dagli uliveti secolari

I principi che ispirano l’attività aziendale

Dopo una parentesi sportiva, come velista, nel 2014 Brando torna a tempo pieno al Castello di Vicarello per occuparsi della gestione della tenuta vinicola. «È stato un rientro a step, con un anno di gavetta in cui mi sono dedicato al lavoro in campo, alla potatura, ovviamente alla vendemmia, passando poi alle operazioni di cantina, i tagli e la scelta dei legni per l’affinamento». Il passaggio di testimone con papà Carlo è avvenuto ufficialmente nel 2015 ed è stato decisamente all’insegna della continuità. «I valori di riferimento sono gli stessi, a cominciare dalla tutela del paesaggio e della natura, passando per la cura dei dettagli ed una dedizione assoluta per ogni attività intrapresa, sempre nel segno dell’artigianalità o meglio dell’artigianato d’arte».

Produzione biologica e densità di impianto elevatissima

I vigneti si estendono per circa 7 ettari attorno al Castello, circondati dalla macchia mediterranea e dagli uliveti secolari. «Il mar Tirreno ad ovest offre fresche brezze tardo-primaverili ed estive, mentre il monte Amiata a sud-est protegge i filari dai venti più forti. La presenza di fitti boschi e del fiume Ombrone che scorre sotto la tenuta consente escursioni termiche molto elevate». Quanto ai suoli, sono particolarmente fertili e ricchi di minerali argillosi, alberese, calcari attivi e depositi marini. Tutte le nostre vigne vengono coltivate in regime biologico; lo zolfo naturale e il rame sono gli unici trattamenti che utilizziamo. Gli impianti si dividono tra il sistema di allevamento ad alberello e il cordone speronato. La densità è volutamente elevata, tra le 9.000 e le 14.000 piante per ettaro, che ci permettono di produrre vini ricchi, complessi e intensi, ma al tempo stesso di grande bevibilità».

Merah e l’omaggio alla toscanità

Il modello è quello francese e in particolare Bordeaux, ma con una forte impronta toscana, maremmana. Le varietà, impiantate dopo un’attenta zonazione, spaziano dal Sangiovese al Cabernet Franc e Sauvignon, passando per il Petit Verdot e il Malbec. Il viaggio alla scoperta dei vini aziendali non può che cominciare con Merah, prodotto a partire dall’annata 2014. Si tratta di un Sangiovese in purezza che cresce ad un’altitudine di circa 500 metri. La fermentazione avviene in tini di legno di rovere di Slavonia e in tini di acciaio inox. Poi il vino riposa in tonneau di quercia francese e acciaio e fa un successivo passaggio di 1 anno in bottiglia. Al naso si esprime con sentori di viola, piccoli frutti rossi croccanti e un accenno di erbe balsamiche. In bocca è teso e rotondo, con una chiusura sapida e minerale. Il significato del nome? «Merah significa rosso in indonesiano. I miei genitori hanno vissuto a Bali per 18 anni e io stesso fino ai 4 ho fatto avanti e indietro».

Terre di Vico, un rosso moderno che parla la lingua del territorio

Nel Terre di Vico il Sangiovese (70%) si unisce al Merlot (30%) per dar vita ad un rosso dalla personalità più intensa e importante, ma che mantiene la leggiadria tra le sue note distintive. Gli impianti, a cordone speronato, arrivano a quasi 12 mila ceppi per ettaro, con una resa di 950 grammi per pianta per il Sangiovese e 850 grammi per il Merlot. La fermentazione si svolge in tini di legno e acciaio. Il Sangiovese resta 24 mesi in rovere francese da 500 litri, il Merlot 2 anni in barrique quercia francese; poi 18 mesi in vetro. Anche in questo caso, l’utilizzo del legno è dosatissimo, regalando un rosso dal bouquet intrigante con ricordi di lavanda, pepe rosa, ciliegia, eucalipto e noce moscata. Tannini fitti e setosi, finale lungo e mediterraneo. Di grande pulizia e scorrevolezza.

L’eleganza del Castello di Vicarello, emblema della tenuta  

E poi c’è il fuoriclasse aziendale, che porta il nome della tenuta, Castello di Vicarello. Qui la trama si infittisce e nel calice troviamo un vino austero e vibrante. È un blend di Cabernet Franc (45%), Cabernet Sauvignon (45%) e Petit Verdot (10%) che provengono da alcuni appezzamenti vocati, come la Vigna del Castello e la Vigna Poggio Vico: l’intensità varia dalle 13 mila alle 11.834 piante per ettaro; con una produzione media di 4000 kg per ettaro e solo 350-400 grammi per pianta. Fermentazione in tini di rovere di Slavonia per 2-4 settimane e malolattica in botti piccole di rovere francese, dove il vino resta per 12 mesi prima di affinare in bottiglia per altri 2 anni. È un Supertuscan sinuoso e cangiante, che si fa un po’ aspettare nel bicchiere e poi si apre meravigliosamente. Cardamomo, confettura di more, sentori agrumati, ricordi minerali e una speziatura orientale di incenso e legno di sandalo. Un vino capace di vincere la sfida del tempo; a detta di Brando Baccheschi Berti può superare a pieni voti i 25 anni di età.

Il rosato Santaurora e la sfida Malbec

Da ricordare anche la sfida del Malbec, una varietà fortemente voluta dal padre di Brando, Carlo Baccheschi Berti che in Maremma ha visto il potenziale per la crescita di questo vitigno dalla tannicità spiccata, originario del sud della Francia e naturalizzato argentino. L’originale versione proposta dal Castello di Vicarello è un rosato fresco e fruttato, Santaurora. La fermentazione e la maturazione avvengono in acciaio, con permanenza di 6 mesi in bottiglia. Il naso è ricco e caleidoscopico, con note di fiori primaverili, ribes, mora e timo. Grande pienezza e sapidità anche al palato, con un finale piacevolmente balsamico. Ma la sfida sul Malbec, cominciata nel 2014 con il rosato, non è ancora finita. Entro fine anno dovrebbe vedere la luce un rosso in purezza su cui Brando e il suo team stanno lavorando in questi mesi.

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© Riproduzione riservata - 29/08/2022

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