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Arnaldo Rivera presenta i cru storici

Arnaldo Rivera presenta i cru storici

Un progetto con cui i soci della cooperativa Terre del Barolo rendono omaggio al fondatore. Otto vini (più uno), presentati a Vinitaly nella nuova annata 2018, raccontano le sfaccettature del territorio. La nobiltà di Monvigliero e Vignarionda.

Nelle Langhe dei vigneti tra i più belli del mondo, patrimonio Unesco, passati di mano nelle ultime transazioni a suon di milioni di euro, c’è una realtà che accomuna il lavoro di 300 vignaioli. Di questi, circa 30 famiglie, cioè 1/10 del totale, si sono impegnate con un contratto quinquennale a mettere da parte le uve delle proprie vigne più belle nell’ambito dei cru storici. Barolo oggi imbottigliati singolarmente e quintessenza della natura e della tradizione langhetta. Nasce così nel 2017 il marchio Arnaldo Rivera, emanazione delle Terre del Barolo, la realtà cooperativa più importante delle Langhe.
Dalla fascia di colline che occupa circa 2.000 ettari in un lembo di terra di 20 chilometri per 20, parte «un viaggio attraverso il territorio dove il Nebbiolo è un esaltatore di differenze e peculiarità di una denominazione relativamente piccola, ma con una enorme eterogeneità di sottosuoli, climi e altitudini», ha spiegato Stefano Pesci, direttore della Cantina, presentando una degustazione tenutasi in occasione dell’ultimo Vinitaly.

Arnaldo Rivera
I principi sposati da Arnaldo Rivera e ancora oggi alla base del progetto sono integrità morale e ridistribuzione della ricchezza

Il valore della differenza

Per capire la portata di questo progetto occorre fare un passo indietro. A quando cioè in piazza Savona, oggi piazza Michele Ferrero, c’era il mercato delle uve di Alba, definito anche il “mercato dei morti” per via delle contrattazioni senza scrupoli. Bruno Giacosa racconta, per esempio, che suo padre Mario non ce lo portava mai. Ma l’8 dicembre del 1958 Arnaldo Rivera fonda Terre del Barolo, una cooperativa che oggi raccoglie appunto 300 famiglie, l’80% delle quali possiede meno di 2 ettari di vigneto e che conferisce l’intera produzione alla cooperativa.
“Integrità morale e ridistribuzione della ricchezza sul territorio” i principi guida mai traditi dal progetto iniziale. Il marchio Arnaldo Rivera vuol essere la sublimazione del territorio all’interno di questa organizzazione. Si uniforma il lavoro umano: fermentazioni, macerazioni, legno, «cercando di farlo diventare solo un rumore di fondo», spiega sempre Pesci. L’idea è quella di rendere così ancora più nette le differenze tra una menzione e l’altra. Per tutti i vini dunque 3-4 settimane di macerazione, solo botte grande fino a un minimo di 700 litri per supportare i differenti volumi di vendemmia, minimo 36 mesi di affinamento in legno.

Dall’annata 2019 sarà prodotto anche il Barolo Cannubi da vecchie vigne di 76 anni d’età

La vendemmia 2018 racconta

Pesci sottolinea, ad esempio, come Serralunga abbia cru molto specifici prima di tutto per le dimensioni, mentre a Monforte le Mga sono molto più grandi e quindi vanno declinate. C’è stato il tempo per annunciare anche l’arrivo di Cannubi, vigna storica dal 2019 per Arnaldo Rivera, da piante di 76 anni di età. Ma c’è ancora tempo.
Al momento, dopo appunto la prima annata, è il 2018 a raccontare il dettagliato spaccato geologico e vitivinicolo langhetto. Una delle annate più torride, ma anche piovose degli ultimi anni. Temporali col clima caldo. Arrivata dopo la calda e siccitosa 2017. Attraverso 11 comuni che diventa anche l’unica etichetta blend della gamma Arnaldo Rivera. «L’Undicicomuni», ha aggiunto Stefano Pesci, «dice cosa siamo noi agricoltori del Barolo». Poi spazio ai cru storici.

La degustazione

I differenti suoli dei cru storici

undicicomuni, Barolo Docg 2018

Questo Barolo viene raccolto da 10 a 21 parcelle diverse ed è stato prodotto nel tempo, ma sempre più o meno con le stesse quantità. È l’unico ad affinare in legno per un periodo più limitato, di soli 24 mesi, rispetto ai cru storici. Evolve infatti anche in cemento. Molto classico al naso, con note di fragolina e tanto floreale fresco. Un frutto che diventa via via più maturo, sempre accompagnato dalla viola, fino alla ciliegia e alla spezia dolce della cannella al gusto. Il tannino è stabile e sabbioso ma maturo e tutto sommato leggero, mentre l’acidità molto rinfrescante.

Barolo Castello Docg 2018

È l’unico Castello presente sul mercato. Le vigne sono quelle ripide che si vedono salendo a 250 metri sul livello del mare, proprio verso lo storico castello di Grinzane dove viveva Camillo Benso di Cavour e dove sono stati fatti i primi esperimenti sul Barolo. Sono terreni più scuri e argillosi. Il vino, prodotto in 3.500 bottiglie, è «particolarmente riservato e carnoso, con frutti più scuri, balsamicità spiccata, spezie come sandalo e incenso», ha sottolineato Alessandro Torcoli, il direttore di Civiltà del bere, che ha guidato la degustazione. Vellutato ma un po’ squadrato e serrato in bocca, rinfrescante nell’acidità, è un Barolo maschio, non per tutti, ma di personalità.

Barolo Monvigliero Docg 2018

Nell’estremo nord della denominazione, da vecchie vigne fino a 295 metri, questo cru viene dal Bricco Monvigliero, vigneto sotto uno storico pino marittimo, piantato tra il 1948 e il 1972, al culmine quindi della omonima Menzione geografica aggiuntiva. Al naso ha una grazia particolare che ricorda la viola di Parma, con un frutto diviso tra la fragolina di bosco selvatica e l’arancia rossa, gesso, liquirizia e radici. «Aristocratico, altezzoso e verticale», lo ha definito Torcoli. Sorprende per la concentrazione in un’annata come la 2018, per la grazia del tannino, granuloso ma elegante e per la brillante freschezza.

Barolo Ravera Docg 2018

Si sale qui fino a 430 metri, comunque mai sotto i 350. Siamo nella parte più a sud ma a un’altitudine maggiore, quindi possiamo immaginarci un Barolo più fresco. Tuttavia il sottosuolo è lo stesso di Monvigliero, con le marne laminate. Fiori macerati, ciliegia rossa e cannella si intrecciano a cipria e a un agrumato più deciso. «Bizantino», secondo Torcoli. In bocca è pieno, molto teso e l’acidità va a sottolineare anche il tannino, austero nel finale ma buono.

Barolo Bussia Docg 2018

Nella grande vigna della Bussia, storico cru di Monforte, queste uve vengono raccolte tra 380 e 430 metri sul livello del mare. Nel bicchiere è forse quello più granato. Gli aromi sono riservati e ritrosi, più profondi e minerali che fruttati. La rosa, il lievito, radice di rabarbaro, cannella e cioccolato in polvere con la ciliegia rossa sullo sfondo. Il tannino qui è solido e potente, così come è stabile e tesa l’acidità. Vini come questo vanno attesi anche in annate più approcciabili come questa. Ma è il bello della Bussia.

Barolo Rocche dell’Annunziata Docg 2018

Sulle Marne di Sant’Agata, una vigna piantata tra il 1988 e il 1991 a 384 metri, ovvero sulla sommità dell’Annunziata. Un Barolo speziato, con l’accentuato sottobosco di La Morra, erbe aromatiche e melograno. Molto fresco anche in bocca, con una bella ciliegia carnosa e finale di cioccolato. I tannini sono vellutati e maturi, l’acidità ben integrata.

Barolo Vignarionda Docg 2018

Un 30% di calcare e arenaria, radici sottili come capelli, perché Vigna Rionda è una conca molto calda, ma ha un ciclo vegetativo equilibrato che consente una straordinaria maturazione polifenolica. Le vigne di Arnaldo Rivera si trovano sulla cresta al centro del cru. Ciliegia essiccata, viola di Parma, poi tanta radice e frutti a nocciolo, con un gusto di caramella alla cannella. Teso e fermo, ha un tannino austero, ma elegante nel finale. Il migliore tra i cru storici insieme a Monvigliero.

Barolo Villero Docg 2018

Da vecchie viti degli anni Cinquanta e Settanta a 300 metri, questo cru storico di Castiglione Falletto è molto floreale, con rosa e acqua di rosa in evidenza, poi una ciliegia matura e ben definita, toni balsamici e di finocchietto. Più semplice in bocca, ha però tannini molto levigati e leggeri, quasi setosi con rinfrescante acidità.

Barolo Rocche di Castiglione Docg 2018

È frutto di un intreccio di suoli e territori. Le Arenarie di Diano d’Alba da antiche frane sottomarine tornate in superficie e dall’erosione di milioni di anni. Qui le radici esplorano in orizzontale, dando foglie regolari e in equilibrio. Il vino ha un naso austero con un finale più sottile, tra erbe aromatiche e arancia sanguinella. Vellutato ma austero con una delicata ma rinfrescante acidità.

Foto di apertura: i vini della collezione Arnaldo Rivera raccontano le sfaccettature di un territorio capace di esprimere ai massimi livelli il concetto di cru

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© Riproduzione riservata - 26/05/2022

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