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Non sottovalutiamo le sottozone

Non sottovalutiamo le sottozone

Sempre più denominazioni stanno lavorando per individuare aree omogenee, tali da potersi distinguere per la specificità dei vini che vi si producono. Ma c’è ancora molto lavoro da fare. Il giornalista Cesare Pillon propone un’interessante riflessione sul senso e sul ruolo delle sottozone in Italia.

Che cosa succede nel mondo del vino Doc e Docg? Revisione dei disciplinari di produzione, zonazioni, riconoscimento di aree omogenee all’interno del territorio. È in atto una rivoluzione? Non esageriamo: il sommovimento, che in allegro disordine sta trasformando la classificazione dei vini italiani, è il rattoppo di una rivoluzione mancata. Quale rivoluzione? Quella che intendeva innescare il decreto n. 930 con cui il Presidente della Repubblica istituì il 12 luglio 1963 la Denominazione di origine controllata e cioè la valorizzazione del vino di qualità come espressione di una specifica area territoriale. Come mai non fu attuata?

La visione francese

Perché non fu capita la portata rivoluzionaria di quella innovazione che si ispirava all’esperienza francese. La si realizzò all’italiana, in modo distorto, fin dalla prima Doc, riconosciuta il 6 maggio 1966 con il nome di Vernaccia di San Gimignano. I francesi l’avrebbero chiamata semplicemente San Gimignano, perché convinti che la personalità del vino è determinata dal terroir: il vitigno, per loro, è solo uno strumento con il quale esso si esprime. Il riferimento indiscriminato ai due elementi, oltretutto, ha spiacevoli conseguenze pratiche. Perché se un vino si chiama Barolo ha il nome di un’area geografica e quindi può chiamarsi così soltanto se è prodotto in quel luogo.

Il caso Prosecco

Se invece si chiama Prosecco perché è fatto con uve di questa varietà, chiunque le coltivi in qualunque parte del globo può chiamare Prosecco il vino che ne ricava. Proprio questo è successo, nel momento in cui il Prosecco stava diventando lo spumante più venduto al mondo. Per impedire che fosse copiato dai concorrenti è stato necessario creare una Doc, includendo un paesino nei pressi di Trieste chiamato Prosecco, dove era nato. Cosicché, essendo diventato il nome di un territorio comunale, la denominazione Prosecco non può più essere usata per un vino nato altrove.

Il senso delle sottozone italiane

All’italiana è stata anche realizzata la rivoluzione delle sottozone. Si tratta di questo: i terreni delle Doc e Docg sono assai variegati per origine geologica, tipologia, composizione, altitudine, pendenza, esposizione. Ecco perché si è manifestata una crescente esigenza di individuare al loro interno appezzamenti omogenei, tali da potersi distinguere per la loro specificità nei vini che vi sono prodotti. Sono quelli che in Francia sono detti cru, lieu dit o climat; siamo noi italiani che con linguaggio classificatorio da burocrati li definiamo sottozone.

Mga, Uga e Rive

Sarebbe però un grosso errore sottovalutarle: grazie ad esse è possibile realizzare la mappa dettagliata del potenziale vinicolo delle Doc. Ci sono già riusciti Barolo e Barbaresco, che hanno chiamato Mga, Menzioni geografiche aggiuntive, le parcelle con cui hanno suddiviso il loro territorio: 181 per il Barolo, 66 per il Barbaresco. Ci stanno provando anche il Chianti Classico, che ha individuato e delimitato 11 aree, chiamandole Uga, Unità geografiche aggiuntive, e il Prosecco Docg di Conegliano-Valdobbiadene, che nel suo Pantheon ha collocato accanto al Cartizze, storico cru, 43 vigneti in forte pendenza che richiedono un lavoro manuale più lungo e faticoso ma dalle cui uve nascono vini di eccellenza e li ha chiamati Rive.

Bisogna stabilire una gerarchia

In questo caso la rivoluzione è avvenuta, ma è congelata a metà strada: che senso hanno le 43 Rive, le 11 Uga e soprattutto le 247 Mga, tutte ufficialmente dello stesso valore, se tra di esse non esiste una gerarchia qualitativa? Il sistema francese, che esse vorrebbero tradurre in italiano, ha la sua essenza in una piramide di valori al culmine della quale ci sono non molti Premier Cru nel Bordolese e pochi Grand Cru in Borgogna. In Italia, evidentemente, nessun produttore accetterebbe di veder classificato in seconda o terza posizione il suo vino.

La nascita del Nizza Docg

In compenso i produttori di una zona ad alta vocazione hanno trovato un modo diverso per far riconoscere la sua unicità. Sono i produttori della Barbera di Nizza Monferrato – tra cui Michele Chiarlo, scomparso a novembre – un vino che fino al 2000 faceva parte della Doc più estesa del Piemonte, quella della Barbera d’Asti. Quell’anno riuscirono a far riconoscere tre aree di pregio: oltre a Nizza, Tinella e i Colli Astiani. Ma era solo il primo passo: appena possibile, nel 2014, sono usciti dal pelago della Barbera d’Asti, hanno creato la loro Docg e dimostrando di aver capito la lezione l’hanno chiamata Nizza e basta, senza alcun riferimento alla Barbera. Anche le rivoluzioni all’italiana qualche volta riescono.

Foto di apertura: il Barolo Bussia di Batasiolo nasce dal vigneto Bofani © Batasiolo

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© Riproduzione riservata - 16/02/2024

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