Da Bolgheri (con Ca’ Marcanda) a Montalcino (con Pieve Santa Restituta), la famiglia del vino ha creato nella regione un progetto che non cerca di replicare il modello piemontese, ma di interpretare luoghi diversi attraverso vitigni, suoli e identità proprie. Una strada lunga, difficile, ma autentica
Quando Angelo Gaja decise di investire in Toscana, non cercava una semplice espansione aziendale. L’obiettivo era confrontarsi con territori capaci di esprimere caratteri distinti, al di là delle mode e delle denominazioni. E se possiamo sospettare che valutò anche l’attrazione internazionale delle destinazioni, da navigato avanguardista dei mercati del mondo, parimenti decise di non seguire la via facile, quindi banale, di replicare modelli già affermati, ma quella più difficile: interpretarli in maniera convincente e personale, senza cadere nel rischio – che corrono certe personalità forti – di copiare se stessi. Insomma, se a Barbaresco Angelo Gaja è stato uno dei maggiori compositori del Novecento, altrove è stato in grado di ascoltare lo spartito dei territori e delle uve e di proporre una propria interpretazione, dopo anni di studio. Ne sono passati 30. Prima arrivò Montalcino, nel 1994, con l’acquisizione di Pieve Santa Restituta.

Bolgheri, oltre il mito degli internazionali
Due anni dopo fu la volta di Bolgheri, dove nacque il progetto Ca’ Marcanda. Due realtà profondamente diverse, unite da una stessa filosofia: il vino è figlio del luogo, prima ancora che del vitigno. A Bolgheri il rischio è sempre stato quello di fermarsi all’etichetta dei “vitigni internazionali”. Per la famiglia Gaja la sfida è stata invece capire come Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot potessero diventare interpreti autentici della costa toscana. La tenuta Ca’ Marcanda, acquistata nel 1996 e sviluppata sui terreni della precedente azienda Santa Teresa, sorge su un mosaico di argille bianche e brune che verso il mare si arricchiscono progressivamente di limo. È un ambiente modellato dal vento: prezioso perché consente di entrare rapidamente in vigneto dopo le piogge, ma anche capace di aumentare la pressione delle malattie.
Sostenibilità e sperimentazione
L’attenzione alla sostenibilità passa da una viticoltura sempre più biologica e da un intenso lavoro di ricerca. La gestione dei parassiti si affida alla confusione sessuale (contro la tignola) e agli insetti antagonisti (come Cryptolaemus e Anagyrus, contro la cocciniglia) allevati in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Pisa, in primis l’entomologo Andrea Lucchi (che abbiamo intervistato recentemente nel nostro podcast La barricata). Mentre per contrastare il mal dell’esca si sperimentano tecniche innovative insieme a specialisti come Laura Mugnai dell’Università di Firenze, come l’utilizzo di un fungo antagonista che colonizza la pianta e la difende, dato che – comunque – dal mal dell’esca non si guarisce, come da certe malattie croniche degli umani: ci possiamo convivere, anche a lungo senza pregiudicare eccessivamente la qualità della vita.
La condivisione di conoscenze
Anche in vigna nulla è lasciato al caso. Guyot e cordone speronato coabitano per rispondere alle esigenze delle diverse varietà e ai cambiamenti climatici, mentre portinnesti e sovescio vengono scelti in funzione della disponibilità idrica e della fertilità dei suoli. Una nota importante, a margine, che forse è il dato più interessante del viaggio: abbiamo spesso l’idea di una famiglia Gaja un po’ chiusa e gelosa dei suoi segreti, mentre all’opposto in questi giorni i figli di Angelo, Gaia, Rossana e Giovanni hanno condiviso conoscenze e visioni con grande generosità. E Angelo, sia chiaro, era presente, ma non è mai intervenuto, lasciava fare e si rilassava guardando gli ulivi e il mare all’orizzonte. A richiesta, si concedeva per qualche intervista. Noi lo rivedremo presto, protagonista tra “I tenori del vino italiano” a VinoVip Cortina, il 12 luglio.
La cantina e i vini di Ca’ Marcanda
5Tornando a Ca’ Marcanda,la cantina, tra le prime strutture ipogee realizzate in pianura, riflette la stessa ricerca di equilibrio che abbiamo osservato in vigna. Qui nascono etichette ormai simboliche come Promis, Magari e Camarcanda. Quest’ultimo rappresenta la sintesi più compiuta del progetto: un vino di grande energia, capace di coniugare concentrazione e freschezza, dimostrando come l’identità di Bolgheri possa andare ben oltre l’idea di semplice potenza.

Montalcino, il valore delle differenze
Se a Bolgheri il tema è l’interpretazione dei vitigni internazionali, a Montalcino tutto ruota intorno al Sangiovese. Ma anche qui Gaja ha scelto una strada personale, fondata sulla valorizzazione delle differenze tra i vigneti. Pieve Santa Restituta si estende lungo un dislivello di quasi 400 metri, dai 250 ai 620 metri di altitudine. Una variabilità che oggi rappresenta un vantaggio decisivo di fronte al cambiamento climatico. Nelle annate più calde le diverse quote consentono di preservare freschezza ed equilibrio, mentre i boschi che circondano i vigneti contribuiscono a mitigare gli eccessi termici. I suoli, di origine marina, cambiano radicalmente da una parcella all’altra. Da questa complessità nascono i due cru storici della tenuta: Rennina e Sugarille. Il primo unisce tre vigneti distinti e offre un profilo più sfumato e balsamico; il secondo, da un unico appezzamento di 5 ettari, esprime maggiore verticalità, profondità e tensione.
Vigneto Santo Pietro, il primo acquisito a Montalcino
La gestione agronomica è altamente differenziata. In questo senso, il vigneto Santo Pietro, il primo acquisito dall’azienda, a 350 metri con esposizione sud-ovest, è un laboratorio di viticoltura e un bell’esempio dell’attenzione della famiglia per le differenze dei terreni. Giovanni Gaja, guidandoci nella visita, ha mostrato come le piante del medesimo vitigno, il Sangiovese, sono gestite in modo completamente diverso tra parte superiore e inferiore dell’appezzamento: la porzione alta ha un terreno povero, per dilavamento, con argilla, quella bassa tufo, argilla e galestro e finale roccioso.
L’obiettivo della vinificazione parcellare
Cambiano quindi il sistema di allevamento (sopra cordone che spinge maggiormente, sotto Guyot per ottenere grappoli più piccoli e spargoli) e gestione del terreno: nella parte povera del suolo seminano leguminose (che portano azoto che nutre il terreno) e cimano (tolgono le femminelle) perché la pianta spinga maggiormente. Nella parte bassa mantengono sempre inerbito, seminano cereali al posto di legumi, per creare maggiore competizione. Negli ultimi anni la tenuta ha investito in nuove strutture per aumentare la capacità di vinificare separatamente le singole parcelle, una scelta che riflette la crescente attenzione verso le sfumature territoriali. È la stessa logica che anima i vini: dal Rosso di Montalcino al Brunello, fino ai cru Rennina e Sugarille, l’obiettivo non è costruire uno stile aziendale riconoscibile a tutti i costi, ma lasciare che siano i luoghi a parlare.