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Monteverro è un piccolo Château sulla costa toscana

15 Aprile 2017 Alessandro Torcoli

L'anno scorso un paio di membri francofoni di Slow Food fecero un can can contro l’associazione, perché al Salone del Gusto si intendeva valorizzare il Sassicaia, cioè un Cabernet “il solo vitigno non Mediterraneo”, che nulla avrebbe a che vedere con la tipicità italiana. Già il collega Cesare Pillon si è espresso magistralmente sul tema (vedi Civiltà del bere luglio-agosto 2016), spiegando come questo attacco potesse essere visto come una sorta di razzismo, un rifiuto del diverso che poi tanto “diverso” non è, visto che alla fine si torna sempre alla vitis biturica portata in Gallia dai legionari romani.

Nel 2016 ho visitato per ben due volte (caso raro, nello stesso anno) la tenuta Monteverro di Capalbio, sulle coste toscane che culminano nell’incanto del monte Argentario. Entrambe le volte ho avuto il medesimo pensiero, aggirandomi nella tenuta della famiglia tedesca Weber, tra le vigne studiate dai francesi Lydia e Claude Bourguignon, nella cantina seguita da Michel Rolland e dallo svizzero-californiano Jean Hoefliger... cosa dovremmo dire di loro?

Una compagnia straniera a sud di Bolgheri

Invece, è affascinante questa concentrazione di buon gusto europeo in una terra che, diciamolo, sotto Bolgheri non ha ancora saputo esprimere molte punte di eccellenza. E una tale profusione di capitali potrebbe favorire la nascita di una nuova stella enologica. Se solo si ascoltasse, prima di giudicare, la passione di questa giovane coppia educata, Julia e Georg Weber, e in silenzio si assaggiassero i loro vini, che non hanno ancora una lunga storia, ma sono già così profondi ed espressivi di quest’angolo di macchia mediterranea.

Monteverro, uno Château a Capalbio (in conversione biologica)

«La macchia, la macchia», ci invita a sentire con il suo accento teutonico Georg, specialmente dinanzi al calice di Tinata, un blend di Grenache e Syrah intriso di profumi balsamici e di rosmarino. Vino ruvido e gentile, come un nobile contadino. La vigna è un giardino, e circonda la cantina come in uno château bordolese. Tra i filari – in conversione biologica – si favorisce la biodiversità, la macchia mediterranea è stata massicciamente conservata, e molte sono le tecniche suggerite da entomologi per regolare naturalmente la natura, se così si può dire: ad esempio, l’adozione di una bat-box, un nido per i pipistrelli che si nutrono di insetti nocivi per le vigne. Sono state investite enormi risorse, come dicevamo, sotto la guida dei Bourguignon: 30 ettari di Cabernet Sauvignon, Merlot, Grenache, Syrah, Petit Verdot, Chardonnay... e in arrivo 3 ettari di Cabernet Franc, varietà che sta dimostrando grandi potenzialità.

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 6/2016. Per continuare a leggere acquista il numero sul nostro store (anche in formato digitale). Per info scrivi a store@civiltadelbere.com

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