Vent’anni di Sagrantino Tenute Lunelli

Vent’anni di Sagrantino Tenute Lunelli

Una verticale di quattro annate spiega l’evoluzione nel tempo e nello stile del Montefalco Sagrantino (Carapace e Lunga Attesa) che nasce nella tenuta umbra della famiglia Lunelli. Anni di studi e sperimentazioni per raggiungere un equilibrio che coniuga eleganza, bevibilità, morbidezza e identità territoriale, oltre che un grande potenziale evolutivo.

2004, 2013, 2016 e 2018: queste le quattro annate scelte come più rappresentative dei primi 20 anni del Montefalco Sagrantino di Tenute Lunelli. Così si è festeggiato l’anniversario di questo vino, prodotto per la prima volta nel 2003 nella tenuta umbra della famiglia Lunelli e affinato dal 2012 nella cantina-scultura progettata e costruita da Arnaldo Pomodoro, il Carapace. E proprio la Fondazione milanese dello scultore ha ospitato, il 2 marzo, la degustazione della verticale riservata alla stampa.

L’amore per l’Umbria

«Era il 2001 quando la mia famiglia si innamorò di questo angolo dell’Umbria, tra i comuni di Bevagna e Montefalco (Perugia)», ricorda Alessandro Lunelli, Ceo di Tenute Lunelli e direttore tecnico di Cantine Ferrari, «un posto simile al nostro Trentino perché privo di sbocchi sul mare e culla di un vino come il Sagrantino, fortemente legato al territorio e al suo luogo di origine. E qui acquistò la Tenuta di Castelbuono che oggi si estende su 37 ettari vitati, tutti certificati bio e Biodiversity Friend».

Sagrantino Tenute Lunelli
Alessandro Lunelli, Ceo di Tenute Lunelli, e l’enologo Luca D’Attoma

Il progetto generazionale

Dopo l’acquisto, venne avviato il progetto “Patriarchi”, un importante lavoro di selezione massale delle migliori viti di Sagrantino.
«Si tratta di un progetto generazionale», continua Alessandro Lunelli, «perché i frutti si tramandano alla generazione successiva e dove il concetto di “attesa” gioca un ruolo di primo piano». Tutto nella tenuta umbra dei Lunelli segue il lento scorrere del tempo: dall’evoluzione del vino alla cantina-scultura, che ha richiesto 6 anni di lavoro per la realizzazione, dall’opera del Carapace che evolve cambiando il colore della sua “corazza” (rame brillante, poi scuro, in futuro virando al verde) fino alla tartaruga, animale che ha ispirato l’opera e che è lento per definizione.

Sagrantino, vitigno da domare

«Il Sagrantino, dal canto suo, è un cavallo di razza, che ha bisogno di un fantino che sappia domarlo e condurlo nella giusta direzione», spiega Alessandro Lunelli, quando introduce Luca D’Attoma, winemaker toscano che dal 2013 segue la tenuta umbra per la parte enologica. L’excursus di 20 anni in quattro annate ha permesso di apprezzare l’evoluzione e i cambiamenti di stile dello stesso vino in era pre e post D’Attoma, e in più si è scoperto il passo ulteriore verso il futuro con il Montefalco Sagrantino Lunga Attesa, presentato con la 2018, la sua seconda annata. Tutti i vini sono stati degustati in magnum.

L’inizio: Montefalco Sagrantino 2004 e Carapace 2013

La 2004 rappresenta la seconda annata di Montefalco Sagrantino, quando il vino non porta ancora il nome Carapace. Da uve selezionate nel vigneto storico di Montefalco, è vinificato solo in acciaio, cui segue un affinamento di almeno 2 anni tutto in legno piccolo, responsabile di una tannicità molto pronunciata. Nel calice è molto concentrato, ma ancora fresco; frutta rossa disidratata, mirtillo, erbe di montagna, con tannini “nebbioleggianti”. Da lì in poi si cambia rotta e si passa all’uso del legno grande per l’affinamento, per una 2013 che, nonostante i problemi di acinellatura e un principio d’estate freddo, si rivela nel calice piena, ricca e fresca, con tannino evidente ma integrato.

L’evoluzione: Carapace 2016 e 2018

Il vero “stacco” si percepisce nel 2016, dove l’intervento di D’Attoma cambia l’approccio in cantina. La massa viene suddivisa e segue tre fermentazioni, spiega l’enologo, «parte in acciaio per estrarre i profumi più freschi, parte in botti tronco-coniche di rovere per conferire apertura e cremosità, e il resto in anfore e orci di terracotta toscana, che garantiscono un’ossigenazione importante e note ematiche, di arancia sanguinella donate dall’argilla ferrosa di cui è composta». Segue poi l’affinamento di 2 anni in tonneau e botti grandi. In questo modo si estrae la parte più morbida dei tannini e il blend bilancia le sue componenti. La 2018, che segue lo stesso procedimento, è ancora una bambina e sa ancora di vinaccia fermentata. Lo stile ricercato è di grande eleganza, bevibilità e morbidezza senza cedere in espressione d’identità territoriale.

Il futuro: Lunga Attesa 2016

Dopo oltre vent’anni di lavoro e sperimentazioni sul Sagrantino, ecco nascere il Lunga Attesa, con la 2016 alla sua seconda annata. Una sintesi di tutto quello che l’Umbria rappresenta per la famiglia Lunelli: una terra dal fascino quasi mistico, da rispettare con una viticoltura sostenibile. Le uve arrivano da vigna al Pozzo, che ha oltre 30 anni d’età. La tripla fermentazione (acciaio, tini e orci) aiuta anche qui a estrarre la parte dolce dei tannini e a smussare le durezze del Sagrantino, conferendo rotondità e morbidezza. Poi il vino affina ben 7 anni in cantina. Si presenta molto fresco, balsamico, agrumato, speziato, dal sorso pieno, pulito ed elegante con tannini fini. Una bottiglia che sa esprimere la sua tipicità, ma che può essere anche dimenticata in cantina e aperta a distanza di moltissimi anni.

Foto di apertura: i vini degustati per i 20 anni del Montefalco Sagrantino di Tenute Lunelli

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© Riproduzione riservata - 12/03/2023

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