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A chi fa male il vino low-cost?

A chi fa male il vino low-cost?

Ha avuto ragione, Sandro Boscaini, presidente di Federvini, quando ha posto come obiettivo, per i produttori italiani, di colmare il gap che separa il prezzo dei loro vini da quello dei francesi: è solo mirando alto che si possono ottenere grandi risultati. E ancor più ragione ha avuto quando li ha messi in guardia contro la tentazione di adeguarsi alla logica del low-cost, incitandoli a non usare la leva del prezzo per aumentare le vendite: è una strategia da mettere al bando perché ha il suo sbocco naturale nella corsa al ribasso, una corsa suicida che ha portato in un passato non molto remoto il vino italiano ad affrontare il suo momento più difficile e triste.

Non solo metanolo. Perché fa male il vino low-cost

Per una singolare coincidenza il numero scorso di Civiltà del bere (maggio-giugno), che a pagina 89 ha dato notizia della presa di posizione di Boscaini, a pagina 15 ha rievocato proprio quel momento buio, provocato dallo scandalo del metanolo, attraverso i ricordi di un testimone d’eccezione come Ezio Rivella, che della scena enologica internazionale è un protagonista da quarant’anni. È quindi ancor più significativo che siano proprio le considerazioni espresse da Rivella qualche pagina dopo, analizzando la situazione dei nostri giorni, che inducono a riflettere sulla questione del prezzo dei vini.

Fenomeno Prosecco: limiti e rischi

I suggerimenti di Boscaini sono infatti giusticati dal felice momento che stanno attraversando le esportazioni italiane, ma questi entusiasmi, rammenta Rivella, sono generati dal fenomeno Prosecco, “la bollicina per mille occasioni”, sottolinea, “che soprattutto costa poco”. Ragion per cui non si chiede: “Riusciranno i prosecchisti a farsela pagare come la bollicina di Champagne?” perché la sua preoccupazione è profondamente diversa: “Riusciranno i prosecchisti a mantenere i prezzi nel limite della convenienza economica?”. Il boom del Prosecco, infatti, è determinato da una moda, e l’esperienza dimostra che le mode cambiano, nel settore del vino. E poi, aggiunge Rivella, il successo è dovuto, in parte, a una tecnologia industriale replicabile in qualunque parte del mondo.

I dati dell’export sono incoraggianti

Secondo lui, perciò, la speranza di un’espansione infinita delle esportazioni può diventare una chimera. Va detto però che a indurre all’ottimismo, sul futuro prossimo venturo delle esportazioni vinicole italiane, non sono soltanto le cifre del 2016 analizzate dal rapporto Censis-Federvini che hanno spinto Boscaini a lanciare la parola d’ordine sull’eliminazione del gap italo-francese: anche le previsioni formulate dall’Ismea dopo aver studiato l’evoluzione del mercato mondiale del vino dai primi anni Duemila a oggi fanno ben sperare. Secondo questa ricerca, infatti, il valore delle esportazioni vinicole italiane crescerà del 10%, quasi quattro punti in più dell’aumento previsto per il valore dell’export francese (+6,1%).

Ma resiste il gap con la Francia

Tuttavia questa previsione, pur brillante, non sarebbe certo sufficiente per colmare la differenza di 3 miliardi di euro che separa attualmente il valore delle rispettive esportazioni (5 miliardi contro 8). Per riuscirci, Boscaini ha suggerito di non far leva sul prezzo ma sui valori immateriali del vino, come la cultura e la valorizzazione del territorio, in modo da metterlo in simbiosi anche con altre filiere, soprattutto con il turismo. Sacrosante parole anche queste, ma solo se innestate sulla consapevolezza che la leva fondamentale per ottenere dal mercato il riconoscimento del valore di qualunque merce è quella della qualità.

Un altro Coca Cola wine? No, grazie

Negli anni Settanta, ricorda nel suo articolo Ezio Rivella, la qualità dei vini italiani era tale che a riscuotere un clamoroso successo negli Stati Uniti fu un Lambrusco delle Riunite che proprio lui aveva messo a punto con l’obiettivo di farne un “Coca Cola wine”, come lui stesso lo definisce oggi. È il balzo di qualità che il vino italiano ha compiuto in questi 40 anni che gli permette oggi di misurarsi senza complessi con quello francese.

Occhio al consumatore

Il rischio è ritenere che sia già oggi in parità, anzi perfino un po’ in vantaggio, e di riprendere una detestabile abitudine che gli anni di crisi hanno fatto abbandonare: quella per cui i vini che avevano ottenuto la valutazione più alta sulla guida del Gambero Rosso, i tre bicchieri, festeggiavano l’evento raddoppiando il prezzo di vendita. In questo modo non si colma nessun gap: si corre anzi il rischio di ottenere l’effetto contrario, inducendo i consumatori a reagire ispirandosi al compianto Paolo Villaggio: “Questo vino costerà anche il doppio degli altri ma per me è una boiata pazzesca”.

 

L’articolo è tratto da Civiltà del bere 4/2017. Per leggere la rivista, acquistala sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 22/09/2017

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