Verso un neomedioevo illuminato

Verso un neomedioevo illuminato

Questa settimana anticipiamo l’editoriale di Alessandro Torcoli pubblicato nel numero in uscita della rivista Civiltà del bere. Il tema ruota intorno alle tensioni opposte che si registrano nell’economia e nel marketing enologici, una tendente a semplificare, unire e globalizzare, l’altra a complicare (non necessariamente in senso negativo), separare e localizzare.

Non vi tedieremo con analisi storiche, il nostro oggetto di riflessione resta l’enogastronomia. E dunque, cosa c’entrano il medioevo, i castelli, i gonfaloni? Riflettiamo sulle spinte opposte dell’economia e del marketing.

Come fare sintesi tra i Comuni e il mercato globale?

Da una parte, le forze universali, i cavalieri della globalizzazione, grandi gruppi che cercano alleanze sempre più ampie. Si pensi di recente alla joint-venture nell’e-commerce (Tannico, Campari, Lvmh), alle acquisizioni di aziende (Italian Wine Brands con Enoitalia, negli Stati Uniti l’ingresso dei vini di Francis Ford Coppola in Delicato Family Wines). Dall’altra, le proposte particolari, le rivendicazioni di Mga (Menzioni geografiche aggiuntive), Uga (Unità geografiche aggiuntive, molto discusse quelle del Chianti Classico), sottozone varie (da quelle del Romagna Sangiovese alle “Pievi” del Nobile di Montepulciano).

Il bisogno di affermare la propria identità

Analizzando le dinamiche che hanno portato all’approvazione di queste ultime, si percepisce una tensione tra universale e particolare. Per esempio, i romagnoli si sono preoccupati innanzitutto di cambiare il nome della Doc da “Sangiovese di Romagna” a “Romagna Sangiovese”, ovvero hanno voluto dare la priorità alla regione; le “Pievi” arrivano un anno dopo la delibera della menzione obbligatoria di “Toscana” sulle etichette del Nobile di Montepulciano. Entrambi chiari tentativi di mantenere il quadro d’insieme (che ha un impatto maggiore sul mercato) e i dettagli particolaristici che esaltano le micro-identità.

Una comunicazione di nicchia…

Le quali, quando parliamo di vino di pregio, sono necessarie, perché servono a raccontare storie più interessanti e definite, esaltano i caratteri organolettici di prodotti che diventano sempre più riconoscibili e per questo apprezzati. Certamente, nella nicchia e non nel mercato globale. Il destinatario dei cru è l’appassionato, non il semplice curioso, per il quale i dettagli sono eccessivi. La massa dei consumatori sceglie la marca di pasta preferita, che spesso suona italiana, ma la materia prima non lo è.

…e spesso non chiara

Inoltre, la ricerca di identità, ossia la scelta di mettere in evidenza le sottozone (definizione che di per sé, lo ribadiremo fino alla nausea, comunica inferiorità mentre vorrebbe essere il contrario), non sempre persegue il giusto riconoscimento di differenza, col sottinteso di maggiore qualità, ma cede alle leggi del compromesso politico che alimentano solo la confusione.

Il troppo stroppia


l “wine educators” dovranno spiegare le Uga del Chianti Classico o le sottozone della Romagna. E se queste fossero importanti gli studenti dovrebbero impararle a memoria, come si studiavano “Grumello, Inferno, Maroggia, Sassella, Valgella”, sottozone della Valtellina, perché erano poche e importanti. Tralasciamo le centinaia di Mga di Barolo e Barbaresco, dove forse un terzo fanno la differenza, ora sono arrivate le 11 Uga del Chianti Classico, le 12 sottozone di Romagna, ma alcune sono discutibili, talvolta scarsamente vitate (Meldola in Romagna) o dai nomi impronunciabili persino in italiano, figuriamoci in inglese, come Montefioralle e Vagliagli nel Chianti Classico… agli occhi di chi cerca di raccapezzarsi nel mondo enologico sembra di entrare in una babele toponomastica.

È necessario trovare una sintesi tra comunicazione e marketing

Insomma, sembra che l’Europa del vino sia stata influenzata più dal medioevo dei Comuni che dalla rivoluzione industriale, almeno a giudicare dalla corsa a creare Doc minuscole o menzioni geografiche “politiche”, ma non fasciamoci la testa. La formula è la sintesi degli opposti, lavorando su entrambi i fronti con la comunicazione e il marketing; il Paese e le Regioni promuovano l’unità universale e le associazioni o i singoli produttori le differenze particolari. Per vincere sui mercati servono sia l’Italia di Dante sia quella di Cristoforo Colombo, perché siamo entrambe le cose: poeti ghibellini e navigatori alla scoperta di nuovi mercati. Il problema, per dirla con Ennio Flaiano, è quando ci dimostriamo un popolo “di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti e di cognati…”.

Foto di apertura: © S. Ghiasvand – Unsplash

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© Riproduzione riservata - 23/07/2021

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