Andrea Picchioni e Giulio Fiamberti condividono una porzione di collina vitata dell’Oltrepò Pavese che è considerata un cru di alto lignaggio, non privo di sfide che ciascuno affronta a suo modo, generando due vini diversi
Oggi è una vigna tra le più note dell’Oltrepò Pavese, la Solenga. Sta tornando alla fama del passato lontano, mentre negli anni della folle corsa all’abbondanza, i Sessanta, era stata quasi abbandonata, come tutta la vallata, d’altronde. Era un tempo in cui i contadini si illudevano di trovare vie semplici per risultati facili, all’opposto di oggi – pare – tempo in cui per ottenere qualcosa di straordinario, degno di nota, si accettano grandi sfide. La Solenga è irta, assolata, come rivela il nome, con variazioni termiche notevoli tra la parte alta e quella bassa. Non è facile. Oggi le famiglie Fiamberti e Picchioni condividono 3 ettari di questo cru, 1 ettaro e mezzo a testa, e ciascuno a suo modo non solo la custodisce ma soprattutto la interpreta, imbottigliando così due vini diversissimi per stile, ma con diversi punti in comune, oltre alla vigna d’origine.
Le origini della Solinga
Entrambi i vini hanno la verve del Buttafuoco e l’uvaggio tipico di Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto. La Solenga, il luogo in cui nascono e il cui toponimo mappale è Solinga, appartiene allo Sperone di Stradella, il tratto più avanzato delle prime colline appenniniche dell’Oltrepò orientale. È un luogo centrale nella storia del Buttafuoco. L’areale di Canneto Pavese è considerato uno dei centri di produzione più antichi. Il vino della zona era conosciuto già nell’Ottocento come “di Canneto”, appellativo legato all’uso delle canne a sostegno delle viti coltivate allora; tanto che nel 1886 il comune che prima si chiamava Montù de’ Gabbi assunse la denominazione attuale di Canneto Pavese. Il luogo, quindi, è storicamente vocato, così come è connotata l’esposizione al sole e al calore, leggibile anche nella geografia: nei dintorni si trovano il Monte Bruciato e la Casa del Diavolo.

Le caratteristiche geologiche
Giuseppe Zatti è un altro elemento in comune tra Fiamberti e Picchioni. È l’agronomo di entrambe le aziende, segue il vigneto, il suolo, la vegetazione delle piante, la maturazione delle uve. Ci spiega che la matrice geologica è principalmente quella dei conglomerati di Rocca Ticozzi, formazioni di origine marina risalenti dai 3 ai 7 milioni di anni fa, composti soprattutto da ciottoli arrotondati, elementi calcarei e arenacei, sabbie e marne. Infatti, qui si verifica il peculiare incontro di tre matrici: i conglomerati calcarei di Rocca Ticozzi, appunto, le arenarie di Monte Arzolo e le marne sabbiose di Sant’Agata. La tessitura sciolta favorisce il drenaggio e costringe la vite a esplorare gli strati profondi, giù fino a 10 metri nel sottosuolo. È una condizione che consente di ottenere uve concentrate senza sacrificarne l’acidità, portando nel calice note balsamiche, speziatura, sapidità e una naturale propensione all’invecchiamento.
Le particolari condizioni climatiche
A fare la differenza, oltre al suolo, sono le condizioni climatiche. «Nella vigna c’è un costante giro d’aria», afferma Zatti. «Nel fondo valle si registrano 5-6 gradi in meno, con maturazioni diverse rispetto alla sommità. Si assiste anche a un’inversione termica, con l’aria fredda che scorre verso il basso». Bisogna considerare che la Solinga si estende dai 120 fino ai 280 metri sul livello del mare.
Un uvaggio molto tipico
A completare la ricchezza e complessità del luogo, e del vino, i diversi vitigni che lo compongono. Si parte dalla Croatina, presente per un 50% circa e disposta nella parte alta della vigna, seguita dalla Barbera (30-40%), piantata verso valle, con il complemento dell’Uva Rara e dell’Ughetta di Canneto. È un vero e proprio uvaggio: si raccoglie tutto e si vendemmia insieme. La fermentazione dei vini parte spontaneamente, ma di fronte a gradazioni molto alte talvolta si utilizzano lieviti specifici per completarla. Si verificano strane alleanze, tra i vitigni, che forse spiegano anche perché nel passato remoto i contadini avessero individuato questa base ampelografica: ad esempio, a volte la Croatina sviluppa il poco gradito brettanomyces (per gli amici “il brett”), che l’acidità della Barbera doma e neutralizza. In vinificazione Picchioni e Fiamberti si comportano allo stesso modo, con macerazioni lunghe oltre 40 giorni.
Due visioni dello stesso mondo
Dove Andrea Picchioni e Giulio Fiamberti divergono è nell’interpretazione. Per intenderci, come lavorare su uno spartito di Mozart e decidere se esibirsi con il clavicembalo o con il fortepiano o con il pianoforte. Partendo dalla selezione, Picchioni utilizza quasi tutte le uve del suo ettaro e mezzo per il Bricco Riva Bianca, mentre Fiamberti per il Vigna Solegna Buttafuoco seleziona in campo e in cantina l’equivalente di circa mezzo ettaro. Picchioni fermenta e affina il vino in tini troncoconici di rovere di Slavonia da 40 ettolitri, Fiamberti fermenta in cemento e affina in tonneaux, piegate a vapore, per non incidere eccessivamente sull’espressione aromatica.
La degustazione doppio slalom
Con vista memorabile sulle colline dell’Oltrepò al tramonto, a Canneto, sovrastanti la vigna della Solinga, abbiamo assaggiato diverse annate dei due vini, per afferrarne complessità e differenze. Li dividiamo per autore.

Fiamberti
Vigna Solenga, Buttafuoco Doc 2021 ****
La ricchezza di frutto nero, composta di more, si lega alle erbe aromatiche, polvere di gesso e un tocco boisé ancora acceso. In bocca è succoso, fresco, energico, gessoso, persistente (16% vol). L’annata è considerata equilibrata, caratterizzata dalla temperatura elevata mitigata dalle piogge.
Vigna Solenga, Buttafuoco Doc 2017 ***
Il frutto è intenso con sentori di tabacco, cuoio, balsamico, radice, erbe aromatiche. Sapido, un po’ severo e lungo. Da questa annata sono state prodotte basse quantità, a causa delle gelate di aprile. Ha energia in bocca e potenza, un po’ severo (15,5% vol).
Vigna Solenga, Buttafuoco Doc 2015 ****
È la prima annata dopo il reimpianto realizzato dalla famiglia. L’annata “è bella tutta”, per citare gli autori. Al naso si presenta con un intenso frutto nero, tocco di buccia d’arancia, erbe aromatiche, cioccolato bianco, tostatura. In bocca ha morbidezza, succo, freschezza, con finale di umami e gessoso (15% vol).
Picchioni
Bricco Riva Bianca, Buttafuoco Doc 2021 ***
In questo vino, dalle note molto classiche, predominanti sono le erbe, cui seguono frutti rossi e neri e poi i primi terziari di cuoio e legna. Il tannino è severo, verticale; la sensazione conclusiva sapida e marina (14% vol).
Bricco Riva Bianca, Buttafuoco Doc 2018 ****
Un’annata equilibrata, simile alla 2021, che oltre ai soliti generosi frutti dona sfumature di tabacco, liquirizia, note balsamiche e umami. Bocca molto fresca, tannino deciso, con finale piacevolmente amarognolo (14,5% vol).
Bricco Riva Bianca, Buttafuoco Doc 2016 *****
Siamo sempre più conviti, di assaggio in assaggio in giro per l’Italia, che la 2016 sia stata una delle più straordinarie annate degli anni Duemila sinora, quasi dappertutto. Profumato ed elegante, di fresco balsamico (eucalipto), ha in bocca equilibrio perfetto: secco, energico, dal tannino deciso e voluminoso, morbido, dalla persistente sapidità (14,5% vol).