Il nostro Paese è un’opportunità d’investimento per ricchi e super ricchi, secondo il report di Knight Frank, agenzia specializzata in proprietà di lusso. I motivi? Flat tax, ma anche “effetto Trump” e instabilità globale. Le mete preferite: Piemonte, Toscana, Alto Adige e Friuli
Si è soliti dire che nei momenti di crisi si possono aprire anche delle opportunità. Non per tutti, naturalmente, ma per chi è molto ricco e dotato di ingenti quantità di denaro da investire, probabilmente sì. Dove? «Questa è la prima volta nella mia carriera in cui in Italia c’è una situazione davvero eccezionale». Ad affermarlo non è una persona qualsiasi, ma Bill Thomson, chairman del network italiano di Knight Frank, una delle principali agenzie immobiliari globali indipendenti, specializzata in proprietà di lusso, investimenti e consulenze per clienti un po’ particolari.
The Wealth Report, la bussola della ricchezza mondiale
Si chiamano HNWI (High Net Worth Individuals) e hanno un patrimonio di almeno 1 milione di dollari. Poi ci sono gli UHNW (Ultra High Net Worth Individuals), che invece superano i 30 milioni di dollari. A fare il punto su come e dove si stiano muovendo i loro investimenti milionari ci pensa ogni anno The Wealth Report, pubblicazione di riferimento del settore del lusso redatta da Knight Frank che quest’anno giunge alla sua ventesima edizione: al suo interno analisi approfondite a partire dai mercati immobiliari di lusso (prime property), ma anche arte, yacht, jet, orologi e il vino, al quale è dedicata una specifica sezione.
L’Italia, nuovo eldorado per capitali esteri
«In un mondo incerto, c’è la consapevolezza che l’Italia sia un posto sicuro, dove la legge funziona, dove c’è stabilità economica e senso dell’ordine». L’incipit di Thomson durante la presentazione alla stampa non può che lasciare perplessi chi solitamente è abituato a descrizioni non così rassicuranti del proprio Paese. Eppure, la sua non è un’affermazione che parte da un personale giudizio politico, quanto la fotografia di uno stato di fatto che emerge da «quello che hanno deciso coloro che investono capitali». L’Europa, secondo Thomson, ha nuovamente ritrovato una posizione centrale per chi è dotato di ingenti ricchezze, soprattutto l’Italia.
Flat tax, una calamita per i milionari
Il motivo? Il primo, fondamentale, si chiama certamente flat tax, il regime fiscale opzionale introdotto in Italia nel 2017 e che consiste in un’imposta forfettaria fissa, in questo momento fissata in 300.000 euro, sui redditi prodotti all’estero da parte dei neo-residenti stranieri. Una decisione che si è rivelata “brillante” secondo Thomson e che «continua a portare gente estremamente ricca in Italia». Secondo il manager inglese, ormai da trent’anni nel nostro Paese e recentemente diventato anche cittadino italiano a tutti gli effetti, questo «porta ricchezza anche a tutti quelli che hanno a che fare con loro». Il report stima che entro il 2031 in Italia il numero di milionari aumenterà ancora del +34%: i loro investimenti si orientano verso settori classici, a partire da quello immobiliare naturalmente, ma anche verso quelli emergenti, come data center, energia e vigneti.
L’amore degli americani per l’Italia
La maggior parte degli ultra facoltosi che arriva in Italia è soprattutto statunitense: dei 713.626 milionari over 30 milioni presenti nel mondo – negli ultimi cinque anni sono aumentati del +29,4%, 89 al giorno! – il 41% si trova d’altronde nel Paese a Stelle e Strisce. Oltre alla flat tax, potrebbe essere centrale anche una sorta di “effetto Trump” nella fuga dal loro Paese? «Può essere, ma non lo so» risponde il chairman italiano di Knight Frank, che si mantiene naturalmente sempre distante da qualsiasi commento di natura politica. Le guerre che imperversano altrove stanno probabilmente contribuendo a rendere più desiderabile rispetto al passato investire in Italia? Anche in questo caso Thomson si astiene da giudizi, sebbene lasci intuire qualcosa quando afferma che «l’assenza di opzioni migliori altrove attira l’attenzione di questi milionari».
Tutti vogliono comprare case (lussuose) a Milano
Tra le città che hanno certamente beneficiato dell’arrivo di capitali esteri da investire, c’è naturalmente il capoluogo lombardo: «È talmente alto l’interesse per Milano, che non ce la fa a soddisfare la richiesta e questo sta strozzando un po’ il mercato». Il PIRI 100, ovvero il Prime International Residential Index, che analizza l’andamento dei prezzi degli immobili di lusso in 100 mercati residenziali, cresciuto del +3,2% a livello mondiale, vede la presenza di diverse destinazioni italiane, come Firenze, il lago di Como, Roma, Lucca, Venezia e soprattutto Milano, al centro di una vera e propria esplosione di richieste. Nel capoluogo lombardo, con 1 milione di dollari nel 2020 era possibile acquistare appartamenti di lusso grandi 59,9 mq, oggi 45,8, il 25% in meno.
L’opportunità offerta dai vigneti italiani
Cosa c’entra il vino italiano all’interno di questo scenario? «Mi occupo di vigneti in tutto il mondo, ma in questo momento l’Italia occupa l’80% della mia attività: questo vi dice qualcosa dell’importanza del mercato dei vigneti nel vostro Paese». Spetta questa volta ad Alexander Hall, Head of international vineyards di Knight Frank, parlare dello scenario degli investimenti nel mondo del vino, che vede anche in questo caso l’Italia al centro delle attenzioni dei milionari. Sebbene il settore stia affrontando un momento delicato – nel report l’approfondimento dedicato al vino si intitola: “Glass half full” – a partire dalle sfide portate dai cambiamenti climatici e dal calo dei consumi, vi sono molte opportunità.
Non solo Piemonte e Toscana
I vigneti rappresentano un asset interessante per gli HNWI, una diversificazione rispetto agli investimenti tradizionali perché consentono di unire un prodotto unico e la fruizione di un’esperienza: le aziende vinicole possono diventare destinazioni lussuose, che offrono un’ospitalità autentica e originale. Interessano sia come investimento che come destinazione. Osservando il costo a ettaro dei vigneti in Italia non stupisce la geografia disegnata dal report, con in cima Barolo (2,7 mln US$) e poi a seguire Montalcino e Bolgheri (entrambi a 1,2 mln US$) e il Chianti Classico (245 mila US$), quanto i possibili sviluppi futuri. «Sono le aree non sotto il radar in questo momento e non così note a interessarmi», afferma Hall. E dal report arriva qualche possibile indicazione, considerando l’attuale attenzione del mercato verso vini bianchi freschi e i rossi dalla silhouette leggera e snella: Alto Adige e Friuli.
Focus sulle zone più “fresche”
I cambiamenti i climatici, in realtà, stanno ridisegnando la mappa delle zone vitivinicole di qualità a livello mondiale e quindi le regioni ora da osservare con interesse dal punto di vista degli investimenti stanno cambiando rispetto al passato. Nel report vengono segnalate Mosella e Rheingau in Germania, Valle della Loira e Limoux in Francia, Sussex, Kent ed Essex in UK, Willamette Valley in Oregon in Usa. E ancora, le zone costiere in Cile, così come Tasmania, Central Otago e Marlborough in Australia.
La supremazia dei terroir più famosi non è in discussione
Questi cambiamenti non mettono comunque in discussione la supremazia di regioni, vigneti e vini da sempre considerati top dal mercato del lusso. “Sebbene la Borgogna affronti alcune sfide climatiche, ha una narrativa del terroir ineguagliabile e una profonda domanda globale per i suoi scarsissimi brand ultra-premium” si legge nel report. “Lo stesso vale per il Piemonte in Italia, dove i vini di Barolo e Barbaresco mantengono un enorme fascino, mentre i top Châteaux di Bordeaux continuano a guidare il mercato globale dei fine wine”. Per gli investitori la scarsità dell’offerta continua a essere un valore fondamentale. I segmenti super premium crescono più velocemente a valore che a volume e dimostrano come “le persone siano disposte a pagare di più per la qualità e l’autenticità, anche quando i mercati sono colpiti da venti contrari: i brand sanno bilanciare lusso e qualità tangibile”.
L’indice dei beni di lusso
Infine, uno sguardo al Knight Frank Luxury Investment Index (KFLII), indice annuale che misura l’andamento di un paniere di beni di lusso – orologi, auto, gioielli, diamanti, monete, borse ecc. – tra i quali è presente anche il vino. Se a livello complessivo l’indice, dopo due anni di flessione a causa delle supervalutazioni del 2022, è ora sostanzialmente stabile (-0,4%), registra una crescita notevole se osserviamo il suo andamento negli ultimi 10 anni: +38,6%.
Fine wine: vince la liquidità. Il caso Supertuscan
Nel caso del vino emerge come il mercato si stia spostando verso etichette che riescono a coniugare insieme qualità, valore e liquidità. Questo significa che i cosiddetti “illiquid wines”, vale a dire le bottiglie più iconiche e rare a livello mondiale, al tempo stesso però difficili da rivendere in tempi rapidi senza perdere valore, soffrono di più. Al contrario, una categoria che si è dimostrata più resiliente è quella dei Supertuscan. Il report rileva come questi vini abbiano tenuto meglio rispetto al resto del mercato perché uniscono riconoscibilità, buona disponibilità e un rapporto qualità/prezzo più competitivo rispetto a Bordeaux e Borgogna.


