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Nomi insoliti (8): quando la fantasia del produttore entra in campo

7 Marzo 2023 Roger Sesto

Continua il nostro viaggio alla scoperta degli appellativi più curiosi dei vini italiani, dietro ai quali si cela spesso una storia familiare, un ricordo o una passione personale del titolare.

La Quadratura del Cerchio è un vino rosso prodotto da Roberto Cipresso con un mix di uve che, secondo l’enologo, rappresenta una perfetta complementarietà delle stesse: 50% Sangiovese, da San Quirico d’Orcia (Siena); 25% Montepulciano, da Moresco (Fermo); 25% Sagrantino, da Spello (Perugia). L’assemblaggio è il risultato di vigne ubicate al 43° parallelo, per Cipresso la latitudine enoica più “universale”. Da qui il nome, che ricorda per significato all’Ai Suma di Braida, ossia “ci siamo, abbiamo raggiunto l’obiettivo prefissato”.

M come Magari e Meddix

Passiamo al bolgherese Magari, prodotto da Ca’ Marcanda, di proprietà di Angelo Gaja, con il classico blend locale di Cabernet Sauvignon, Franc e un tocco di Petit Verdot, ovviamente elevato in barrique. Deve il suo nome alla lunga ed estenuante trattativa che “Mister Barbaresco” dovette condurre per acquistare la tenuta toscana, che lo indusse a esclamare “Magari riuscissimo a diventarne proprietari!”.
Meddix, un rosso del Molise Doc, da Montepulciano in purezza svinato dopo una macerazione di ben 25 giorni, è prodotto nei pressi di Campobasso da Cantina Molisana. Una realtà strettamente legata alle tradizioni e alla storia del proprio territorio. Difatti molte delle etichette aziendali hanno precisi riferimenti storici. Per esempio Meddix era il più alto magistrato sannitico, nonché capo militare dello Stato sannita Saunia.

P come Pecorino e Passerina

Gaspare Lepore fu il primo ad avere l’intuizione di vinificare in purezza la Passerina, utilizzata fino ad allora in uvaggio con il Trebbiano d’Abruzzo per conferire acidità. E ci ha visto giusto; infatti da questo vitigno si ottiene un vino molto interessante, che sa ben esprimersi sia al naso che al sorso. Siamo nella Doc Controguerra, sulle colline che si estendono lungo la costa teramana. Il nome Passera delle Vigne fa ovviamente riferimento al vitigno impiegato, ma anche al suo perfetto adattamento al terroir di provenienza, riferendosi – forse non senza un pizzico di malizia – agli stormi di uccelli che abbondano in loco, sottolineando così il suo legame con la natura circostante.
Io sono Gaia (non sono Lucrezia), invece, è un Pecorino Offida Docg prodotto da Le Caniette di Ripatransone. Lucrezia e Gaia sono le figlie del titolare Raffaele Vignone e l’etichetta nasce dal desiderio dell’ultimogenita, Gaia, di avere anche lei un vino tutto per sé, come già avvenuto per la sorella maggiore Lucrezia, a cui era stata dedicata una Passerina Marche Igt. L’etichetta di Io sono Gaia (non sono Lucrezia) raffigura un disegno della stessa Gaia, con le parolo scritte all’interno di grappoli d’uva.

Ribelli per natura…

Cesarini Sartori è un’iconica realtà enoica di Gualdo Cattaneo (Perugia) “ribelle per natura”, nel senso che la sua produzione è improntata alla naturalità ma lascia spazio alle tecnologie utili purché non invasive. Tra le etichette troviamo l’Umbria Igt Rossobastardo, frutto dell’assemblaggio di Sangiovese, Merlot, Cabernet, oltre a un vitigno autoctono non dichiarato. La leggenda narra che lungo l’antica strada Flaminia sorgesse l’Osteria del Bastardo, meta d’elezione per gli amanti del buon cibo e vino. Qui l’oste, figlio di ignoti, serviva alle genti in viaggio da Roma al nord Italia vini morbidi e profumati. Oggi continua a vivere la sua leggenda attraverso il nome di questo vino.

e figli di una viticoltura eroica

Il Senti Oh! di Vigneti Fontuccia è il primo vino (2009) prodotto da questa interessante realtà sull’Isola del Giglio, a cui i titolari hanno dedicato tutta la loro vita, affrontando con coraggio una “viticoltura eroica”. È prodotto con uve Ansonica in purezza, coltivate su pochi, assolati ettari, aggettati sul Tirreno. Un vino frutto di una perfetta sintesi fra rigore della tradizione e richieste dei consumatori evoluti. Il suo nome è quindi una sorta di richiamo, per far presente che anche angoli poco conosciuti della Penisola possono offrire etichette che non hanno nulla da invidiare a quelle dei territori più blasonati.

Foto di apertura: il Rossobastardo di Cesarini Sartori è frutto dell’assemblaggio di Sangiovese, Merlot, Cabernet, oltre a un vitigno autoctono non dichiarato

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