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Cavit riscopre il Pinot bianco (e anche la Schiava)

Cavit riscopre il Pinot bianco (e anche la Schiava)
Nell’Alto Garda l’influenza del lago garantisce una maturazione dolce e aromatica del Pinot bianco e i suoli basaltici gli conferiscono rotondità

La cooperativa trentina con Bottega Vinai Pinot bianco propone una nuova interpretazione di un vitigno della tradizione. Questa etichetta, insieme con la Schiava Cum Vineis Sclavis, è figlia di un’approfondita ricerca agronomica su terroir selezionati e sposa l’idea di una qualità accessibile

La riscoperta intesa come evoluzione e coltivata con l’intento di rendere accessibile la qualità. È l’ispirazione che ha guidato Cavit, cooperativa trentina che riunisce 11 Cantine sociali e oltre 5 mila viticoltori, nella proposta di due vini presentati a Milano alla vigilia di Vinitaly. La novità Bottega Vinai Pinot bianco, Trentino Doc 2025 è frutto di un articolato progetto di ricerca agronomica su terroir selezionati; mentre la Schiava Cum Vineis Sclavis, giunta alla sua terza edizione con l’annata 2024, strizza l’occhio alla tradizione nell’interpretazione di un vitigno più che mai contemporaneo.

Le novità che ascoltano il mercato

«Sono etichette nate con l’intento di ascoltare il territorio, selezionare con rigore e restituire qualità a un pubblico il più ampio possibile, spiega Enrico Zanoni, direttore generale di Cavit. «È questo che intendiamo per qualità accessibile. La capacità di generare valore con coerenza e continuità in ogni fascia di mercato, superando la logica dell’esclusività per rendere l’eccellenza una scelta quotidiana e condivisa». L’impulso è quello di «ascoltare e soddisfare i gusti contemporanei, che privilegiano freschezza, identità e gradazioni moderate. Non a caso, se pensiamo a 30-40 anni fa, il nostro portafoglio prodotti era completamente diverso, perché rispondeva a esigenze di consumo differenti. E così sarà ancora tra altri 30-40 anni».

Bottega Vinai Pinot bianco, Trentino Doc

Il Pinot bianco rappresenta l’ideale completamento della gamma in bianco della linea Bottega Vinai. È il risultato di una selezione di vigneti in due aree: l’Alto Garda e la Vallagarina occidentale. Un bianco essenziale e diretto, dai profumi invitanti e dalla freschezza montana, che traduce in parole semplici la vocazione dei territori d’origine. «Rappresenta il punto di arrivo di un percorso di ricerca durato quattro anni che ha portato all’individuazione di parcelle più adatte dopo un attento studio dei suoli, del clima e dell’enografia del territorio», dice Andrea Faustini, responsabile del team agronomico ed enologico Cavit. «Il Pinot bianco, che negli anni ’70 veniva chiamato Borgogna bianco da queste parti, è una varietà difficile da coltivare, dalla buccia sottile e sensibile alle piogge. Per questo spesso i viticoltori gli preferiscono lo Chardonnay e il Pinot grigio».

Un bianco che unisce Vallagarina e Alto Garda

«Nell’Alto Garda l’influenza del lago garantisce una maturazione dolce e aromatica e i suoli basaltici conferiscono rotondità», continua Faustini,«mentre nella Vallagarina occidentale le viti crescono oltre i 400 metri, altitudini ed esposizioni ne esaltano la freschezza acida». Dal lato produttivo «abbiamo scelto di non usare legno, per preservare l’eleganza e la finezza dei profumi, i tratti più autentici di questo vitigno», commenta Fabrizio Marinconz, enologo di Cavit. «Il risultato è un vino dal colore giallo lucente con sfumature verdoline, con note di mela verde e fiori bianchi, secco e persistente. Qualcosa di diverso dagli altri bianchi della gamma, e diverso anche da ciò che il mercato già conosce del Pinot bianco».

Il Sistema Pica integrato con AI

La selezione dietro alla realizzazione del nuovo Pinot bianco è stata resa possibile grazie all’apporto del Sistema Pica, la Piattaforma integrata cartografica agriviticola che Cavit ha battezzato nel 2010: una sorta di GPS dell’identità che mappa i vigneti degli oltre 5 mila viticoltori soci e orienta le scelte agronomiche con precisione, suggerendo le varietà da piantare nelle differenti zone. Le collaborazioni con Fondazione Edmund Mach e Fondazione Bruno Kessler estendono questa ricerca verso l’intelligenza artificiale per il monitoraggio dei vigneti e gli studi sulla biodiversità degli ecosistemi viticoli.

Cum Vineis Sclavis, Trentino Schiava Doc

La Schiava Cum Vineis Sclavis, lanciata nel 2024, contiene nel nome e nelle zone di provenienza delle uve – vecchie vigne rimaste in aree collinari di alta vocazione – la volontà di rievocare le origini di un vitigno storico del territorio. «La coltivazione della Schiava è passata dall’occupare l’80% della superficie vitata in Trentino mezzo secolo fa a nemmeno il 2% di oggi. Un vitigno autoctono che ha ceduto progressivamente spazio a varietà più redditizie, ma che contiene caratteri che parlano i nuovi linguaggi del consumo: gradazione naturalmente moderata, freschezza, leggerezza e bevibilità», annota Faustini. Il nome del vino richiama l’originale coltivazione: “cum vineis sclavis” era l’espressione latina con cui si descriveva la forma di allevamento medievale a filare, dove la vite veniva legata a un supporto fisso per condizionarne lo sviluppo.

Schiava tradizionale e moderna

«Oggi la Schiava è rimasta fortunatamente legata a quelle zone collinari caratterizzate da terreni molto poveri, ricchi di scheletro e altamente drenanti. Per questo vino abbiamo scelto due zone. Quella del conoide di Rovere della Luna, nella valle dell’Adige, e quella dei Monti di Calavino, sulla dorsale montuosa tra la valle dei Laghi e la valle di Cavedine». Legato alla tradizione è anche il metodo di produzione. «Siamo tornati alla vinificazione in rosso della tradizione, ottenendo un vino leggero e versatile, capace di anticipare i trend del bere contemporaneo con un’anima antica e una lettura moderna», aggiunge Marinconz. Rubino brillante, ha un naso fatto di profumi fragranti di ciliegia, ribes e lampone, e un sorso scorrevole e dal timbro piacevolmente amarognolo.

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