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Fino a che punto è lecito tutelare il nome di un vitigno? Riflessioni a margine del “caso Vermentino” in Francia

Fino a che punto è lecito tutelare il nome di un vitigno? Riflessioni a margine del “caso Vermentino” in Francia

In un contesto in cui la tendenza è quella di valorizzare sempre più l’identitarietà geografica di un vino, vietare l’uso del nome di un vitigno quando non omonimo a una precisa area geografica, come nel caso del Vermentino, è una delibera poco comprensibile, che potrebbe costituire un controverso precedente.

La direttiva UE 2019/33, adottata nell’ottobre 2018, stabilisce che “solo i produttori di vino in Italia, Australia, Stati Uniti e Croazia sono autorizzati a scrivere il nome del vitigno Vermentino sull’etichetta. In questo modo, l’Ue protegge le due denominazioni d’origine Vermentino di Sardegna Doc e Vermentino di Gallura Docg”. A parte i tecnicismi e i cavilli legali, vorrei affrontare brevemente la questione più in generale, col buon senso.

Per una tutela geografica, non del varietale

Nel caso di specie, se la direttiva venisse definitivamente confermata (a tutt’oggi lo è, ma numerosi sono i ricorsi al vaglio), a farne le spese sarebbero soprattutto i vignaioli francesi di Provenza e Languedoc, che utilizzano ampiamente il Vermentino e non sempre ricorrono al suo sinonimo transalpino Rolle. Ma non è tanto questo il punto. Il fatto è che una norma del genere risulta a mio avviso piuttosto contraddittoria. Proprio ora che si parla sempre più di identità territoriale, di toponimi geografici, di cru, il vietare l’uso di un nome comune come quello di un vitigno è quanto meno una delibera che va in controtendenza.
Il fatto che la parola Vermentino (in questo caso) figuri come parte del nome di una o più denominazioni, non dovrebbe – questa la mia personale interpretazione – giustificare il divieto del suo impiego in altre parti del globo. Dovrebbe essere la sola menzione geografica a “meritare” di essere tutelata, non quella della cultivar.

La saggia scelta dei produttori di Dogliani

Anni fa i produttori di Dogliani rinunziarono, con saggezza e lungimiranza, alla parola Dolcetto, per evitare confusioni con altre Doc e per esaltare l’identitarietà del loro vino unico e irripetibile, perché legato a uno specifico territorio, con l’utilizzo della sola parola non spendibile altrove, Dogliani appunto. Ebbene, non pensarono minimamente di chiedere di vietare l’uso della parola Dolcetto, ma furono loro ad abbandonarla. Questa parrebbe essere la via maestra da perseguire.

Valorizzare i toponimi e le sottozone storiche

La direzione che ha più senso, che finalmente si sta imboccando anche in Italia, è quella di affrancarsi sempre più dal nome del vitigno ed esaltare via via i nomi geografici sino alle singole vigne. È accaduto con il disciplinare del Barolo Docg, del Barbaresco, del Chianti Classico, più blandamente con quello dell’Alto Adige e del Montepulciano d’Abruzzo (in questo caso, forse per prevenire il momento in cui non potranno più utilizzare la dicitura Montepulciano: ma si legga più sotto), e via dicendo. Dove sono state finalmente riconosciute e ufficializzate le rispettive “sottozone” storiche. Con la direttiva di cui sopra, che potrebbe creare degli “antipatici” precedenti se definitivamente confermata, si rischia di tornare a un passato lontano decenni, quando addirittura era vietato scrivere i toponimi geografici, se non quelli più generici previsti dai rispettivi disciplinari.

Quando la varietà è anche un toponimo

Diverso è il caso di omonimia fra il nome di un vitigno e quello di un’area geografica: lì sì, è sacrosanto, dare la precedenza a quest’ultima. Basti ricordare la ben nota vicenda Tocai friulano versus Tocai ungherese: nel primo caso si parlava di un’uva, nel secondo di un territorio; ecco che allora, a dispetto della reazione dei friulani, che affermavano di aver sempre coltivato il vitigno in questione e che il vino ungherese era del tutto differente dal loro, persero il contenzioso, dovendo pertanto rinunciare al nome, anche se storico, della cultivar.
Così come i poliziani hanno tutto il diritto di rivendicare la parola Montepulciano, in quanto nome di un comune, a scapito del Montepulciano in quanto vitigno. Per ora hanno vinto contro i molisani, che hanno dovuto eliminare dalla loro Doc Molise il nome della bacca, in quanto omonimo a quello di un territorio; mentre gli abruzzesi per il momento seguitano a poter chiamare il loro vino con lo stesso nome di un toponimo geografico altrui.

La diplomazia dei produttori di Prosecco

Ancora, quando i veneti vollero difendere la parola Prosecco, ancorché inclusa nel nome di una denominazione, non imposero il divieto di impiegare tale lemma, ma crearono una Doc allargata (scelta tecnicamente opinabile, ma politicamente efficace), interregionale, che andasse a includere nel suo comprensorio il comune triestino di Prosecco; così non si parlava più di un vitigno, ma di un toponimo, pertanto difendibile. E hanno ragione, adesso, dal mio punto di vista, a opporsi al croato Prosek: non importa se quest’ultimo è prodotto da secoli (situazione analoga a quella del Tocai friulano).

Foto di apertura: secondo una direttiva UE del 2019 solo i produttori di Italia, Usa, Croazia e Australia possono usare il nome Vermentino in etichetta © Agenzia Laore – Sardegna

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© Riproduzione riservata - 04/12/2022

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