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Le mille facce dell’Albana di Bertinoro

22 Ottobre 2020 Matteo Forlì
Le mille facce dell’Albana di Bertinoro

Lo spungone che le dona struttura, profumi ed eleganza. La passione dei viticoltori che la declinano in versioni secche, amabili, spumanti e muffate. Un racconto di viaggio sul colle romagnolo e sul suo legame unico con l’Albana, l’uva del primo bianco Docg italiano.

“Non così umilmente bisognerebbe berti, bensì berti in oro”. Autentica o ammantata di mito che sia, la frase attribuita all’imperatrice Galla Placidia, figlia di Teodosio I, dopo che le venne servito questo vino in una rozza coppa di terracotta racconta il legame tra l’Albana e Bertinoro, in una delle tante romanzate etimologie sul nome del colle romagnolo.

La rinascita del “vino della festa”

Un nesso che è nella terra, la striscia che da Faenza arriva a lambire Cesena, e nelle tradizioni. Citatelo e nelle memorie d’infanzia dei bertinoresi lo si racconterà come il vino della festa, che accompagnava il tradizionale “ciambellone”: dolce, brunito dall’ossidazione e che spesso rifermentava in bottiglia battezzando col “botto e la schiuma” la tovaglia buona. Ma che dagli anni ‘60 è stato protagonista di una rinascita enologica tanto da essere riconosciuto primo bianco Docg d’Italia, nel 1987.

“Albus”, il bianco per eccellenza degli antichi romani

Oggi l’Albana, l’“Albus” o “Il bianco” per dirlo in latino e che da queste parti chiamano “gentile”, si esprime in tanti modi. In particolare in quella che è considerata la sua “culla” d’adozione: trecento metri che paiono una montagna per come svettano sulla pianura sottostante, tanto che dal cucuzzolo dove si arrampica il centro del paese si guarda per davvero tutta la regione e si capisce l’appellativo “la terrazza della Romagna”.

Un rosso vestito di bianco

Nel calice è sempre dorato ma per disciplinare può essere secco, avvolgersi in abito da passito o nell’elegante veste “muffato”. Se ammantato di bollicine prende invece il suffisso Doc, versione spumante. L’uva esprime caratteristiche uniche: è acida ma anche dotata di un naturale grado zuccherino. E in più è “tannica” e ricca di polifenoli tanto che da questi parti il vino che regala lo chiamano “rosso vestito di bianco”. Sono le stimmate che dona lo spungone, dal romagnolo “spungò” o “spugnoso”, il terreno di cui è fatto il colle di Bertinoro e col quale è costruita la Rocca vescovile che vi troneggia. Si tratta di una formazione tipica del Forlivese, suolo calcareo di sedimentazione marina arricchito da conchiglie fossili risalente all’era Pliocenica (circa 4 milioni di anni fa).

Stefano Gabellini con le sue anfore georgiane

La versione in anfora di Tenuta La Viola

Il concetto di bianco tannico si coglie bene per esempio nell’interpretazione che macera sei mesi sulle bucce e matura in anfore georgiane di Tenuta La Viola. Interra l’ha chiamata prosaicamente il patron Stefano Gabellini, che nelle sue cantine affacciate sul Capocolle – o “Mont Spaché” in dialetto perché i romani lo spaccarono in due per farci passare in mezzo la Via Emilia – ne produce appena 1400 bottiglie seguendo il sentiero biologico. «Perché, anche se da ingegnere non capisco bene cosa fanno queste pratiche all’uva, sono certo che regalano un vino buono e fanno bene al territorio», ci racconta. Un vino ancestrale, materico e sapido, che alla vista non prende nuance ramate (perché l’anfora è sigillata per impedire ossidazioni) ma in bocca lo scambieresti per rosso.

Il passito di Bissoni

Vitigno ideale per la botrite

Non si sbaglia invece dicendo che l’Albana è un vitigno che sembra fatto apposta la botrytis cinerea. Quando si sviluppa, la muffa nobile è capace di offrire «delle versioni di un livello altissimo perché questa varietà qui cresce con chicchi dolci e spargoli e se trova il microclima adatto si esalta», spiega Raffaella Bissoni, dell’omonima Cantina, paladina dell’ecosostenibilità, zigzagando tra piante aromatiche e barbatelle che vivono in simbiosi nelle sue vigne con insetti, caprioli, tassi, istrici e volpi sul versante del colle che scivola verso Fratta Terme. Il passito di Bissoni è una perla pluripremiata dalle guide, con acini raccolti a mano nelle infinite gite tra i filari. A volte persino fino a dicembre. Lo Spungone gli dona una inconfondibile succosità e ne fa un nettare color ambra con note di frutta candita, miele e cenni iodati capace di trovare un mirabile equilibrio dolce-acido anche grazie al tannino.

I Croppi è espressione tipica del bertinorese

I Croppi di Celli: una verticale della versione secca

«Il primo ricordo che ho di un vino è quello di un Albana dolce in cui mio nonno mi fece inzuppare la ciambella a colazione; avrò avuto 7-8 anni», racconta Mauro Sirri, titolare di Cantina Celli. «L’Albana è tradizione in questi luoghi ed è sempre stato parte fondamentale dell’azienda tanto che lo produciamo in tutte le versioni, anche se quella che ci sta dando più soddisfazione commerciale è quella secca». I Croppi, specie nella versione 2019, è espressione tipica del bertinorese con spiccati tratti minerali, quasi salati e citrini, che ha nella bevibilità la sua forza. A ritroso nel tempo il 2018 è più fitto, più tannico, più complesso. Il 2017 – figlio di una vendemmia tanto siccitosa da comprimere la produzione del 40% – muscolare, carico, concentrato. Fino al 2014, annata disastrosa per i rossi ma straordinaria per queste uve.

Uva generosa come i bertinoresi

Uve produttive e generose come gli abitanti di questo borgo, che all’ospitalità hanno dedicato una festa annuale ed eretto un monumento: la Colonna delle Anella. Una stele del XIII secolo con dei cerchi di ferro nata dalla leggenda su come dirimere le dispute tra le famiglie nobili che si litigavano l’accoglienza in casa propria dei forestieri. Così era il viandante, che legando il suo cavallo a uno degli anelli cui era stato dato il nome di una famiglia del posto, sceglieva il suo ospite senza saperlo. E oltre a un letto si aggiudicava di certo anche un bicchiere di Albana.

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