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Il riscatto della Schiava, vitigno dell’Alto Adige

2 Marzo 2016 Jessica Bordoni
La Schiava in Alto Adige è un vitigno presente da più di 500 anni: dopo un lungo declino, oggi sta finalmente tornando alla ribalta. Questa varietà a bacca rossa dà vita a etichette piacevoli, dal basso tenore alcolico e assai versatili nell’abbinamento. Fra le diverse interpretazioni, l'identità Schiava trova piena espressione nelle etichette di queste cinque Cantine altoatesine: Brigl, Glögglhof, Cantina di Caldaro, Cantina Merano e Cornaiano - Girlan.

I numeri della Schiava in Alto Adige

Una piccola produzione di 7 milioni di bottiglie, quella della Schiava, per un altrettanto piccolo comprensorio vinicolo, l’Alto Adige, che all’anno ne realizza 40 milioni (dati 2014). La maggior parte dei consumatori di vini altoatesini, in genere, si ferma al fascino dei bianchi profumati, Gewürztraminer soprattutto, o dei rossi a base Lagrein e Pinot nero. Non tutti sanno che il vitigno storico per eccellenza, nonché il più identitario, è in realtà la Schiava (in tedesco Vernatsch), documentata già a partire dal 1490. «Dopo una lunga fase di declino», spiega Werner Waldboth, responsabile marketing del Consorzio tutela vini Alto Adige, «oggi questa varietà a bacca scura è protagonista di un’interessante rinascita qualitativa, e non sono pochi i vignaioli coinvolti. Dei 160 soci del Consorzio, più o meno 95 lavorano la Schiava».

Austria, Germania e Svizzera: i mercati storici

La superficie a Schiava ricopre il circa 16,1% del vigneto sudtirolese, pari a 853 ettari di Schiava grossa (o semplicemente Schiava) e 17 di Schiava piccola e grigia. Nel 1970, grazie alla forte domanda da parte del mercato tedesco, svizzero e austriaco, l’estensione corrispondeva al 60%. «La Schiava ha sempre giocato un ruolo importante, politico prima ancora che economico», spiega Siegfried Prader, direttore commerciale della Casa vinicola Brigl di San Michele Appiano. «Fino al 1919, infatti, l’Alto Adige era sotto il dominio austro-ungarico. L’Austria non era certo una nazione produttrice di vini rossi e il Südtirol divenne ben presto il serbatoio dell’impero». Ancora oggi Austria, Germania e Svizzera restano i Paesi di riferimento. «In Italia si fa un po’ più fatica, perché questa zona è conosciuta soprattutto per i suoi bianchi aromatici e la Schiava sconta la vecchia nomea di vino “di quantità”. Quasi ogni regione dello Stivale, poi, ha un vino dalle caratteristiche simili: diretto, piacevole, non particolarmente alcolico. I competitor, insomma, non mancano».

Cinque produttori di Schiava da non perdere

  • Joseg Brigl. Ben 10 etichette, tutte d'annata
  • Franz Gojer (Glögglhof), ricerca di struttura ed eleganza
  • Cantina di Caldaro si concentra sugli ettari più vocati
  • Cantina di Merano Burggräfler: l'importanza delle indicazioni di località
  • Girlan, sì all'invecchiamento (in foto i vigneti della Cantina; alcune viti arrivano a 100 anni)
L'articolo prosegue su Civiltà del bere 06/2015. Per leggerlo tutto acquista l’ultimo numero nel nostro shop (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com. Buona lettura!

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