Al centro dell’incontro tre espressioni aziendali: il Derthona “classico” e i cru Il Montino e Santacroce. Nove calici, quattro annate e un anniversario speciale per raccontare la riscoperta e consacrazione di questo grande “rosso travestito da bianco” del Piemonte
È stato un ritorno molto gradito quello di Elisa Semino, alias the Queen of Timorasso, all’enoluogo di Civiltà del bere. Il 19 ottobre il nostro salotto del vino milanese ha ospitato per la seconda volta la produttrice alessandrina, che insieme al padre Piercarlo e al fratello Lorenzo conduce l’azienda La Colombera nei Colli Tortonesi. Per l’occasione, come ha spiegato il direttore Alessandro Torcoli, è andata in scena una degustazione speciale: «Non un’orizzontale, ma nemmeno una verticale… forse più una diagonale». Sono state infatti messe a confronto tre diverse espressioni di Timorasso – il Derhona e i due cru Il Montino e Santacroce – di tre annate diverse tra loro.
I Timorasso alla prova del calice
Del Derthona erano in degustazione la vendemmia 2025, che celebra il 25° anniversario dalla prima produzione di Timorasso a La Colombera, la 2024 e la 2023. Mentre del Montino e del Santacroce sono state servite le edizioni 2024, 2023 e 2022. Nove etichette per un tasting articolato, attraverso il quale i giornalisti e i professionisti Horeca hanno potuto apprezzare le sfumature che questo autoctono dei Colli Tortonesi regala nei diversi terroir aziendali. Prima di entrare nel dettaglio della degustazione, però, un breve inquadramento del vino-vitigno stesso e dell’azienda La Colombera. Come racconta la stessa Elisa Semino, enologa ed ex allieva del professore Attilio Scienza, quella del Timorasso è una storia di tenacia e riscatto.
L’exploit del Timorasso
«Originario delle nostre zone, fino all’Ottocento il Timorasso ha continuato a essere coltivato, anche se con una certa fatica, per poi venire progressivamente abbandonato in favore di varietà più facili e meno soggette al marciume», spiega la produttrice. «Nel 2000 erano rimasti meno di 3 ettari e solo una manciata di produttori». Oggi le aziende iscritte al Consorzio di tutela Vini Colli Tortonesi sono 118 e gli ettari in produzione circa 350, su un totale di 500 impiantati. Resta una denominazione medio-piccola, ma con un appeal in grande crescita, testimoniato anche dalle acquisizioni messe a segno da svariate note Cantine delle Langhe, che hanno deciso di investire in questo angolo di Piemonte al confine con la Liguria, che risente anche dell’ influenza oltrepadana.

Preservare la propria identità
«La Colombera fa parte di quel gruppo di aziende pioniere, capitanate da Walter Massa, che a partire dalla fine degli anni Novanta hanno deciso di credere nel Timorasso e nel legame con territorio, ripiantando sistematicamente il vitigno e creando un protocollo di produzione che è rimasto lo stesso da 25 anni». Oggi che il distretto è sempre più affermato, la sfida è mantenere alta la qualità ed evitare una dispersione d’intenti e d’identità, soprattutto da parte di realtà (piccole o grandi) che hanno deciso di piantare il varietale sull’onda della moda. «Parliamo di un grande bianco da invecchiamento, con una struttura e un’acidità importante. E tale deve rimanere», commenta Elisa Semino.
Tutto nasce con il Derthona
La Colombera è una delle aziende storiche del comprensorio e in 25 anni di attività si è fatta conoscere e apprezzare sia dal mondo Horeca che dal grande pubblico per la fedeltà alla tradizione locale e un lavoro in profondità sulle annate volto a cogliere l’evoluzione di questo “bianco travestito da rosso” con il passare degli anni e le differenze legate all’andamento climatico. «La nostra prima vendemmia risale al 1997 e la prima bottiglia in commercio, nel 2000, è stata proprio l’etichetta Derthona. Le uve provengono dai nostri vigneti di Vho, il nucleo storico dove sorge la sede aziendale, e gli appezzamenti frutto di acquisizioni successive, Cascina Macchetta e Sarezzano. Tre zone diverse per rappresentare al meglio il territorio nel suo insieme. Del Derthona produciamo circa 65 mila bottiglie in un unico lotto per offrire un’unica espressione che noi definiamo “classica”».
Le tre vendemmie a confronto
Fermentazione spontanea con lieviti indigeni, vinificazione e affinamento in acciaio con sosta di 9 mesi sur lies che, insieme al trascorrere del tempo aiuta a smorzare le durezze e a valorizzare al meglio la mineralità. «La 2025 è stata un’annata calda, ma la pioggia d’agosto ha cambiato in positivo le sorti, al netto di una produzione più scarsa in termini quantitativi». Il Derthona 2025 si distingue per la brillantezza espressiva. Naso agrumato, di frutta a polpa bianca e fiore d’acacia: in bocca è ancora giovane e un po’ spigoloso. Il confronto con le annate 2024 (più piovosa e complessa sul fronte della peronospora) e la 2023 (il cui caldo estivo ha causato qualche problema in fase di maturazione) dimostra la felice evoluzione: la mineralità si fa più importante e il bagaglio gusto-olfattivo si arricchisce di note avvolgenti di frutta candita, zenzero, menta, miele d’acacia.
Cru Il Montino, il più premiato
Il viaggio firmato La Colombera continua alla scoperta del Montino, il primo cru nonché il vino in assoluto più premiato della Cantina. Gli impianti risalgono al 1997, il primo imbottigliamento al 2006. Il vigneto si trova a 200 metri di altezza su un’alternanza di strati di arenaria e marne con tessiture franche argillose, tra macchie calcaree e tufacee, e dà vita a un Timorasso signorile, di grande finezza e complessità. In assaggio le annate 2024, 2023 e 2022, quest’ultima calda e asciutta, ma meno anticipata rispetto alle due che l’anno seguita. Nitidezza ed energia, con richiami di camomilla, pera, miele e pietra focaia. Una sapidità sferzante accompagna il sorso, il corpo è importante ma sempre in equilibrio. Tutte e tre le annate, già compiute e godibili, dimostrano di avere ancora un lungo futuro davanti a sé.
La “rivoluzione” del Santacroce
La storia del secondo cru aziendale, il Santacroce, comincia nel 2016 quando la famiglia Semino identifica l’omonima collina a Sarezzano come luogo vocato per i nuovi impianti. «Il poggio sorge su un’antica cava di calce: terreni bianchi per i carbonati e il calcare, tessuti con l’argilla del Tortoniano», segnala la produttrice. Il debutto risale al 2024, proprio con la vendemmia 2022 (la più vecchia delle tre in assaggio), e segna una piccola, grande rivoluzione aziendale: per la prima volta si prevede l’uso del legno. Inizialmente per la massa intera, dall’annata 2023 solo per metà. Parliamo di tonneau di acacia non tostato, che esalta la parte floreale e aggiunge morbidezza e ampiezza alla beva. I tre bicchieri si distinguono per un sorso generoso, con una bella sapidità speziata che darà del filo da torcere all’eleganza aristocratica del Montino negli anni a venire.