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Quando il vino da messa da rosso è diventato bianco

26 Gennaio 2026 Mario Fregoni
Quando il vino da messa da rosso è diventato bianco
Saint Maurice church. Holy Thursday. Chrism Mass. Liturgy of eucharist. Annecy. France.

Gli anni del Concilio di Trento (1545-1563) furono determinanti per l’enologia del territorio, ma anche del resto del mondo. Oltre al cambiamento di tipologia nel rito eucaristico, i padri conciliari contribuirono alla diffusione delle antiche varietà e dei Vin Santi

Il Concilio di Trento è il più lungo della storia della Chiesa, in quanto durò 18 anni, dal 1545 al 1563, durante i quali i padri conciliari presero una decisione fondamentale riguardante il vino da messa, che sino ad allora doveva essere rosso. Cristo nacque ebreo ed assorbì la tradizione del vino Kasher che, per le cerimonie, era ed ancora è rosso, soprattutto per Pesah (la Pasqua ebraica). Leonardo nell’Ultima Cena di S. Maria delle Grazie a Milano mise nei bicchieri del vino bianco, ma all’epoca del pittore le varietà erano ancora in gran parte nere e il Concilio di Trento era di là da venire. Comunque Cristo celebrò l’Ultima Cena con vino rosso.

Durante l’Ultima cena (nella foto quella di Leonardo da Vinci a Milano) Cristo utilizzò il vino rosso © demerzel21 – AdobeStock

L’uva da vino è nata rossa

L’utilizzo del vino rosso discende dal fatto che la Vitis vinifera nacque nera e nel tempo con le mutazioni genetiche gemmarie divenne parzialmente rosa, grigia e bianca –  cosa che ogni anno si può osservare anche nei vigneti di Pinot nero e di Malvasia bianca retro mutata in Malvasia rosa (Fregoni, 1967). All’epoca di Cristo le varietà erano nere e solo raramente bianche, donde la tradizione ebraica del Kosher rosso nelle cerimonie.
Nei 15 secoli precedenti il Concilio di Trento molte varietà erano nate bianche, anche per la propagazione per seme, per cui i padri conciliari decisero di adottare il vino bianco per la messa, al fine di evitare le macchie rosse antocianiche sui paramenti sacri, difficili da lavare senza i detersivi. Tuttavia oggi la messa sarebbe valida anche con il vino rosso, in quanto non abolito.

La definizione ufficiale

Il Concilio di Trento confermò la formula che definisce il vino da messa, stabilita dal Concilio di Firenze nel 1439, che così recita: “vinum debet esse naturale, de genimine vitis et non corruptum” (il vino deve essere naturale, deve provenire dal frutto della vite, cioè l’uva, e non deve essere alterato o corrotto). Un vino spunto acescente (che sa di un forte e pungente odore di aceto, ndr) dei tropici non si può usare per la celebrazione eucaristica; così come non si possono utilizzare quelli fatti con zucchero o composti assenti nell’uva.

Stop agli ibridi euro-americani

La definizione di vino è, infatti, la seguente: “è il prodotto della fermentazione naturale del mosto di uva”. Anche quelli nati da ibridi euro-americani sono da considerarsi corrotti, perché contengono composti non presenti nella Vitis vinifera (come l’aroma di fragola). È interessante rilevare che prima del Concilio di Trento tutte le varietà coltivate appartenevano alla Vitis vinifera, perché l’America era stata scoperta da poco tempo (da Colombo nel 1492).

La collezione ampelografica trentina

I vini per la messa (Vin Santi e passiti) in Trentino venivano prodotti con l’appassimento delle varietà più antiche, come: i Moscati (Moscato di Alessandria d’Egitto, Zibibbo del Passito di Pantelleria…), la Nosiola, le Vernacce, le Malvasie (provenienti da Venezia), il Greco, la Garganega, la Schiava gentile, grigia e grossa, il Teroldego, il Marzemino, la Vernaccia trentina o Cinese, il Veltliner, la Verdelbara o Maor, la Casetta, il Groppello, la Rossara, il Lambrusco a foglia frastagliata e il Lambrusco a foglia tonda, la Negrara, la Pavana, la Bianchetta trevigiana e altre, ovviamente vinificate in bianco se rosse. Questo avvenne dopo il Concilio di Trento, che contribuì a trasformare la viticoltura trentina in una collezione ampelografica.

Il fermento del Trentino

I padri conciliari furono assai esigenti per i vini che consumavano tanto che nel territorio valeva il detto: “grano per tre mesi e vini per tre anni”. Altrettanto i trentini si mostrarono gran signori quando festeggiarono l’ascesa alla carica di Principe vescovo di Trento di Bernardo Clesio, facendo costruire una fontana che zampillava addirittura un ottimo vino per la povera gente.

La fortuna dei Vin Santi

Indubbiamente il Concilio di Trento determinò una svolta dottrinaria nella Chiesa, ma anche nella produzione e nell’adozione dei Vin Santi, fra i quali quello trentino a base di Nosiola. Sull’altare il vino rosso scomparve dopo il Concilio di Trento, a vantaggio di quello bianco che fu adottato per la messa in tutto il mondo. Le varietà trentine si adattarono ai diversi terroir, come risultano dai numerosi vini tuttora prodotti sia a Doc, sia a Docg, sia a Ig).
Poco dopo il Concilio di Trento le varietà dovettero essere difese dalle malattie importate dall’America (come l’oidio e la peronospora) e dalla fillossera, afide anch’esso americano. Per dirigere la viticoltura trentina nacque, poi, la Fondazione Edmund Mach, che diffuse molte conoscenze scientifiche e tecniche, e che lavora attualmente in connubio con la locale università, che prepara eccellenti ricercatori ed enologi.

Libri d’approfondimento

Fontanari Martinatti I. (2023), Trento la città del Concilio, Proposta Vini
Mariani M. (1673), Trento con il Sacro Concilio et altri notabili

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