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Varietà di vite resistenti anche al disciplinare

Varietà di vite resistenti anche al disciplinare

di Cesare Pillon

 

Quel che ha spinto i ricercatori dell’Università di Udine a impegnarsi in un’impresa ch’è durata più di 15 anni sono state le percentuali: lo spazio che occupa la vitivinicoltura in Europa è il 3,3% della superficie agricola totale, mentre le 62 mila tonnellate di fungicidi che impiega ogni anno per proteggere i vigneti dalle infezioni sono il 65% di tutti quelli utilizzati nel vecchio continente. Con un’aggravante: le viti non si coltivano su terreni a rotazione, per cui l’inquinamento provocato dai fitofarmaci si concentra nello stesso suolo anno dopo anno. Era il 1998 quando l’ateneo friulano mise in cantiere un programma di ricerca per la creazione e la selezione di varietà di vite resistenti alle malattie fungine e l’anno scorso 10 di questi neo-vitigni sono stati inseriti dal ministero delle Politiche agricole nel Registro nazionale delle varietà di vite. Sembra una favola a lieto fine, ma lo è davvero?

Una favola a lieto fine?

Una prima risposta la suggeriscono i nomi stessi di alcuni di quei vitigni: tra quelli a bacca bianca ce ne sono tre che si chiamano Sauvignon ma con un aggettivo, Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis e Sauvignon Rytos; e anche tra quelli a bacca rossa ci sono due Cabernet e due Merlot con denominazioni aggettivate: Cabernet Eidos e Cabernet Volos, Merlot Khorus e Merlot Kanthus. Non si tratta, insomma, di Sauvignon, Cabernet e Merlot con introiettata la resistenza alle malattie, si tratta di vitigni meticci, ottenuti per incrocio tra viti europee, di grande pregio qualitativo ma facili prede delle crittogame, e varietà di origine americana (ma anche asiatica), di più modesta qualità ma capaci di resistere all’infezione fungina.

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I primi “ibridi”

Come tutti i figli, sono diversi dai loro genitori: ne ricordano però, in misura più o meno marcata, le sembianze e il carattere. I primi ibridi di questo tipo (Clinton e Isabella i più noti), creati a fine Ottocento per resistere agli attacchi di oidio e peronospora appena giunti dall’America, delusero le aspettative: non temevano le malattie fungine, è vero, ma nel vino che se ne ricavava prevaleva il carattere selvatico impresso dalla vite americana cosicché la nobiltà organolettica della partner europea ne era involgarita.

Le 10 varietà di vite resistenti

I 10 ibridi che l’Università di Udine ha ottenuto adesso, con l’assistenza dell’Istituto di genomica applicata, sono però ben diversi: più del 95% dei loro geni sono di vitis vinifera europea e le caratteristiche organolettiche dei vini che se ne traggono sono eccellenti. Certo, non hanno il dono dell’immunità, ma secondo Eugenio Sartori, direttore generale dei Vivai Cooperativi Rauscedo, bastano un paio di trattamenti fitosanitari all’anno, anziché gli otto o dieci attuali, per proteggerli dall’oidio e dalla peronospora.

Per l’ambiente. E il portafoglio

Ma sarà sufficiente questo indubbio vantaggio in tema di sostenibilità ambientale a farli adottare, visto che (almeno per ora) non possono sostituire i vitigni tradizionali prescritti dai disciplinari per la produzione di vini a Doc e a Docg? Se è vero, come afferma Sartori, che per l’acquisto di fungicidi faranno spendere ogni anno 3 mila euro in meno a ettaro, il risparmio sarà del 70-80%. E di fronte a una percentuale simile non c’è disciplinare che non possa essere cambiato…

 

Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 03/2016. Per continuare a leggere acquista il numero nel nostro store (anche in edizione digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com.
Buona lettura!

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© Riproduzione riservata - 13/07/2016

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