Dall'Italia Dall'Italia Anita Franzon

La Resistenza nel vino? Capitolo 1. Le Langhe

La Resistenza nel vino? Capitolo 1. Le Langhe

Una delle patrie enologiche più importanti d’Italia, le Langhe, sono state scenario di alcune delle pagine di letteratura più toccanti della Resistenza antifascista. A partire dalla Malora di Beppe Fenoglio, la cui eco arriva fino a noi e si amplifica grazie ad etichette che ricordano episodi di resistenza civile.

I Paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato Patrimonio Unesco sono oggi un riferimento per appassionati di vino, nonché meta di turisti da tutto il mondo. Queste colline rigate di vigneti e tempestate di Cantine rappresentano prima di tutto un ambiente culturale plasmato dalla storia, compresa quella che molti nonni – avendola vissuta in prima persona – hanno raccontato ai loro nipoti: la storia della Resistenza.

Le vigne raccontano una storia

Vino e cultura sono stati i due requisiti fondamentali per elevare queste terre a Patrimonio dell’umanità. Camminando tra i filari si odono sussurrare i versi di grandi scrittori come Cesare Pavese; si nascondono le ultime cascine de La malora di Beppe Fenoglio; si tramandano le testimonianze di vita contadina de Il mondo dei vinti di Nuto Revelli. E non è un caso che il successo attuale del vino qui prodotto passi anche attraverso l’impegno civile e la lotta per la libertà della Resistenza partigiana.

Il giorno della malora

Come racconta Bianca Roagna, direttrice del Centro Studi Beppe Fenoglio e sommelier: «Ai visitatori mostro sempre una foto molto rappresentativa di un passato non troppo lontano. Immortala i contadini che dalle campagne scendevano in città, ad Alba, in quella che oggi è la piazza dedicata a Michele Ferrero, per conferire le uve. I compratori aspettavano fino all’ultimo minuto e i vignaioli, pur di non riportare a casa il frutto di un anno di duro lavoro, erano costretti a venderle per pochi soldi. Mio nonno lo chiamava “il giorno della malora”». Ma grazie ad alcune menti illuminate le cose cambiarono: «I grandi patriarchi del vino di Langa dopo la Resistenza hanno fatto in modo che il corso di queste terre cambiasse», continua Bianca Roagna.

Una vita intrecciata alla vite

Il perché della connessione tra la storia della Resistenza, la letteratura e il vino si può rintracciare nelle parole dello scrittore e partigiano albese, che seppe raccontare quelle Langhe allora poverissime e resistenti. “Sono nato in Alba il 1° marzo 1922 e in Alba vivo da sempre, a parte le lunghe assenze impostemi dal servizio militare e dalla lotta partigiana. La mia attività base è quella di dirigente d’industria: più precisamente, curo l’esportazione di una nota Casa vinicola piemontese”, scrive di sé Beppe Fenoglio (Lettere). Così anche la vita dello scrittore si intrecciò in qualche modo alla vite piantata in questa terra a quel tempo così misera e di cui si trova toccante e spesso brutale testimonianza ne La malora.

Beppe Fenoglio in Langa © A. Agnelli

La voce del partigiano Johnny

Mentre Il partigiano Johnny si fa voce storica ma incredibilmente attuale dello spirito partigiano: “E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno. Scattò il capo e acuì lo sguardo come a vedere più lontano e più profondo, la brama della città e la repugnanza delle colline l’afferrarono insieme e insieme lo squassarono, ma era come radicato per i piedi alle colline. – I’ll go on to the end. I’ll never give up”.

Lo spirito partigiano in Cantina

Tanti produttori di Langa vissero attivamente la Resistenza e fecero tesoro di quell’esperienza anche negli anni a venire. Due storie curiosamente agli antipodi, anche se mosse dallo stesso spirito, sono quelle di Bartolo Mascarello (1927-2005) e Arnaldo Rivera (1919-1987). Il primo è divenuto un punto di riferimento per la tradizione del Barolo e il suo vigneto di appena 5 ettari per 30.000 bottiglie l’anno è oggi custodito e tramandato dalla figlia Maria Teresa. L’impegno di Bartolo Mascarello per preservare il Barolo dall’avvento spesso troppo invasivo delle barrique costituì una vera e propria Resistenza al modernismo in tutte le Langhe.

Il comandante “Arno” Rivera

Anche la storia del comandante partigiano “Arno” Arnaldo Rivera è altrettanto esemplare e lungimirante. Dopo la guerra Rivera tornò al paese natale, Castiglione Falletto, dove svolse le attività di maestro elementare e di sindaco e sempre qui, nel 1958, fondò la Cantina cooperativa Terre del Barolo. L’iniziativa nacque in primo luogo dalla volontà di giustizia sociale e dall’intento di tutelare quei contadini sfruttati e costretti a svendere l’uva al mercato di Alba. «È stato uno degli uomini più rispettabili della nostra Langa», disse di lui Bartolo Mascarello, e dal 2013 ad Arnaldo Rivera è dedicato un progetto frutto di un protocollo ufficiale sottoscritto tra la Cantina e alcuni soci per ottenere la massima qualità dalla vigna alla bottiglia. Attualmente Terre del Barolo può contare su 600 ettari di vigneto e quasi 300 soci; nel 2020 è stata riconosciuta dalla rivista tedesca Weinwirtschaft come miglior Cantina cooperativa italiana.

Partigiano per sempre

A partire da Agostino de La malora, Bartolo e Arnaldo sono due esempi di riscatto in questa terra un tempo avara e oggi così generosa; e quello della Resistenza è dunque uno spirito libero che ha scavalcato gli anni e le colline ed è arrivato fino ai giorni nostri. “Partigiano in aeternum”, per dirla ancora una volta con le parole di Beppe Fenoglio.

La vigna si fa cattedrale

“La prima cosa che facevo da alzato era guardare dalla finestra se la mia terra c’era ancora”, racconta Agostino, il protagonista de La malora di Fenoglio. «Queste sono le radici del terroir culturale delle Langhe», spiega Bianca Roagna proseguendo con la lettura del libro: “Stasera senza volerlo ho sentito mia madre pregare. Per paura che io fossi in casa e la sentissi, è andata fuori e s’è inginocchiata vicino al primo palo della vigna”. Quest’ultima immagine fa parte della scena finale: «Qui il vigneto diventa una cattedrale: il luogo in cui Dio ascolta perché si tratta della tua terra, il luogo a cui appartieni e che ti appartiene. La malora è il racconto di una difficile mobilità sociale e se le Langhe oggi hanno raggiunto il successo, è anche grazie a storie come quella di Agostino», conclude la direttrice del centro studi.

Foto di apertura: un’immagine degli anni Trenta del secolo scorso del conferimento delle uve in piazza Ferrero ad Alba (Cuneo) © E. Necade

Foto del servizio: Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio Alba, onlus

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© Riproduzione riservata - 05/02/2021

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