Quanto vino c’è nella Commedia di Dante?

Quanto vino c’è nella Commedia di Dante?

Oggi è il Dantedì, la giornata nazionale dedicata al sommo poeta, morto settecento anni fa, il 14 settembre 1321. Per l’occasione siamo andati alla ricerca delle sue eno-citazioni nella Divina Commedia, con l’aiuto di Simone Salvi, sommelier presso l’Enoteca Vanni di Lucca e appassionato di Dante.

Dante beveva vino? Se escludiamo la possibilità che fosse astemio possiamo pensare di sì: nel Medioevo di acqua se ne beveva poca, anche perché poteva essere molto pericolosa. Dai documenti di archivio che riportano i beni a lui confiscati dopo la condanna ricaviamo che Dante aveva posseduto due poderi (uno a Radole nel comune di Pontassieve e l’altro sulla strada che da Firenze conduce a Fiesole) con vigna, alberi, arativo e ulivi. Non sappiamo se e in che misura il sommo poeta abbia partecipato alla vita agricola delle sue tenute, ma proprio la Commedia, in due passi molto distanti tra loro, ci riporta che Dante avesse una buona conoscenza di alcune pratiche enologiche (si veda anche qui).

Maometto e la botte nell’Inferno

La prima testimonianza la troviamo nel canto XXVIII dell’Inferno, ambientato nella nona bolgia dell’ottavo cerchio (Malebolge), dove sono puniti i seminatori di discordie. Attraverso una perfetta applicazione del principio del contrappasso, Dante immagina i dannati squartati e fatti a pezzi da un diavolo armato di spada, proprio come loro in vita avevano generato lacerazioni e divisioni. Per rendere in modo efficace l’immagine del profeta Maometto con l’addome squarciato, Dante ricorre al paragone con una botte che perde liquido dal proprio fondo forato. “Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla” (22-24). Mezzule e lulla sono, rispettivamente, la doga centrale e le due laterali del fondo della botte.

La gromma dei francescani in Paradiso

La seconda presenza di un termine proprio dell’enologia si riscontra in Paradiso XII, il canto in cui il francescano Bonaventura da Bagnoregio pronuncia il panegirico del fondatore dei domenicani San Domenico per poi lanciare un’invettiva contro i francescani corrotti. Dante immagina i due santi, Francesco e Domenico, come le due ruote di un carro con cui la Chiesa combatté e vinse il male. Ma ora che anche l’ordine francescano è corrotto, c’è “la muffa dov’era la gromma” (114), fuor di metafora: adesso c’è il Male dove c’era il Bene. La gromma è costituita dalle incrostazioni che i sali dell’acido tartarico formano sulle pareti della botte, allora ritenute importanti per apportare sapore e qualità al vino. Oggi, alla luce delle moderne conoscenze enologiche, sappiamo invece quanto sia importante la pulizia delle botti.

La vigna del Signore nella Commedia

È con la ben nota immagine di tradizione evangelica “vigna del Signore” (Mt20, 1-16; 21, 33-41) per designare la Chiesa che la parola vigna ha due occorrenze nel Paradiso. Una ancora in Paradiso XII per bocca di Bonaventura, che illustrando la biografia di San Domenico racconta l’impegno del dotto domenicano nel custodire e salvaguardare la Chiesa, che è destinata al declino se il vignaio, ovvero il Papa è corrotto. “In picciol tempo gran dottor si feo; tal che si mise a circüir la vigna che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo” (85-87). L’altra nella memorabile invettiva rivolta a Papa Giovanni XXII. “Ma tu che sol per cancellare scrivi, pensa che Pietro e Paulo, che moriro per la vigna che guasti, ancor son vivi” (XVIII 130-32).

Dante e la vendemmia nel canto di Ulisse

La parola vendemmia compare nel poema una sola volta, nella celebre similitudine campestre con la quale Dante descrive lo spettacolo delle fiamme che nell’ottava bolgia racchiudono gli spiriti dei consiglieri fraudolenti in Inferno XXVI, il canto di Ulisse. “Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ’l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara» (25-30).

L’episodio di Ciacco e i golosi

Dobbiamo però prendere atto del fatto che la produzione letteraria di Dante non ci fornisce informazioni su un suo particolare interesse per la bevanda né di una sua approfondita competenza in materia enoica. Naturalmente questo non esclude che ne fosse dotato. A questo punto si rende necessaria una considerazione: il peccato di gola, che comprende anche l’eccesso di libagioni, è tra i sette peccati capitali quello che meno appartiene al nostro orizzonte culturale, anche tra i credenti; era invece molto sentito nella cultura medioevale nella quale Dante, giova sempre ricordarlo, era profondamente radicato. Basti pensare al memorabile episodio di Ciacco e i golosi a cui è dedicato il VI canto dell’Inferno.

Le nozze di Cana

La parola vino ricorre quattro volte nella Commedia (tre nel Purgatorio, una delle quali in latino, e una nel Paradiso). Nel Purgatorio XIII, il canto degli invidiosi, tra gli esempi di carità – virtù che secondo la filosofia medioevale si contrappone all’invidia –  è presentata la nota vicenda delle nozze di Cana, ossia la tramutazione dell’acqua in vino narrata nel Vangelo di Giovanni. I purganti di questa cornice hanno le palpebre cucite con fili di ferro. Secondo l’applicazione del contrappasso, come in vita guardarono agli altri con invidia, adesso è tolta loro la vista. E gli esempi di atti caritatevoli sono presentati a voce dagli spiriti che aleggiano: “La prima voce che passò volando ‘Vinum non habent’ altamente disse, e dietro a noi l’andò reïterando” (28-30).

Dante in estasi come per il vino

Alludendo agli effetti del troppo bere incontriamo la parola vino in Purgatorio XV. Dopo una serie di visioni estatiche di mansuetudine – virtù opposta all’ira che qui si espia – Dante appare a Virgilio come colui che cammina “velando li occhi e con le gambe avvolte, a guisa di cui vino o sonno piega” (122-123).

L’anima intellettiva è infusa da Dio

In Purgatorio XXV incontriamo la più nota eno-menzione della Commedia. Il canto è ambientato nella cornice dei golosi dove Dante è assalito da un dubbio: come è possibile che le anime dei golosi, incorporee come tutte le altre, possano dimagrire per la fame. La risposta è affidata al poeta Stazio, che inizia la sua esposizione descrivendo la formazione del corpo dell’uomo, passando poi all’infusione dell’anima in questo e infine alla relazione tra corpo e anima. Nella sua spiegazione Stazio riprende la teoria del teologo Alberto Magno (De natura et origine animae) secondo cui l’anima intellettiva è infusa (spirata) da Dio nell’embrione umano e raccoglie in sé anche l’anima vegetativa e quella sensitiva.

Il pianto della vite in Purgatorio

Per dare sostanza a quanto affermato, Stazio ricorre a un’efficace analogia, racchiusa in una terzina (76-78). “E perché meno ammiri la parola, guarda il calor del sol che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola”, ovvero, affinché tu ti stupisca meno delle mie parole, pensa a come il calore del sole unito alla linfa della vite diventa vino. “L’omor che de la vite cola” è descrizione poetica del fenomeno noto come pianto della vite: la fuoriuscita di linfa dai tagli della potatura che segna la ripresa dell’attività vegetativa della pianta dopo il riposo invernale.

Vino e desiderio di conoscenza

La parola vino fa la sua ultima apparizione in Paradiso X, per voce di San Tommaso, come metafora di conoscenza. “Quando lo raggio de la grazia, onde s’accende verace amore e che poi cresce amando, multiplicato in te tanto resplende, che ti conduce su per quella scala u’ sanza risalir nessun discende; qual ti negasse il vin de la sua fiala per la tua sete, in libertà non fora se non com’ acqua ch’al mar non si cala” (82-90). Non è possibile che gli spiriti beati non esaudiscano ogni desiderio di conoscenza di Dante, essendo data solo a lui la grazia divina di poter salire da vivo in Paradiso.

In Purgatorio la citazione di un vino specifico

Ma torniamo al Purgatorio dove troviamo la sola menzione di uno specifico vino della Commedia. “E quella faccia di là da lui più che l’altre trapunta ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia» (XXIV 19-24). A parlare è Forese Donati, poeta fiorentino, fratello di altri due personaggi della Commedia, il dannato Corso e la beata Piccarda, indicando l’anima di Papa Martino IV, il cui viso è più alterato dalla magrezza di quello degli altri compagni purganti.

La Vernaccia non è quella di San Gimignano

Racconta il Lana, commentatore trecentesco della Commedia, che Papa Martino IV, nato Simone di Brie e tesoriere della cattedrale di Tours (Torso nella forma toscana) “fu molto vizioso della gola, e fra l’altre ghiottonerie nel mangiare ch’elli usava, facea tòrre l’anguille del lago di Bolsena, e quelle facea annegare e morire nel vino della vernaccia, poi fatte arrosto le mangiava”. La vernaccia qui ricordata è quasi certamente il vino prodotto a quel tempo alle Cinque Terre, come si legge in Boccaccio. “Ed ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciola d’acqua” (VIII 3, 9) e “un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia” (X 2, 12) dal Decamerone. Concludiamo ricordando che una delle diverse etimologie proposte per vernaccia farebbe risalire l’origine della parola a Vernazza, una delle Cinque Terre.

Sullo stesso argomento è stato pubblicato anche Il vino in Dante metafora di vita. Itinerario eno-dantesco dall’Inferno al Paradiso di Mariagrazia Orlandi, Purple Edizioni, 2013, pp. 106, 20 euro.


In apertura: il peccato di gola era molto sentito nella cultura medioevale nella quale Dante era radicato. La miniatura (f. 107, Codice Thompson 36, British Library; 1444-1450) ritrae Dante e Virgilio con Forese Donati che mostra il contrappasso dei Golosi in Purgatorio, circondati da cibo che non possono mangiare (canto XXV).

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© Riproduzione riservata - 25/03/2021

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