Il senso della misura

Il senso della misura

Qualcuno giudicherà antiquate o almeno retrò le nostre considerazioni etiche, che non hanno in realtà scopi moralistici, ma pratici. Riteniamo infatti che le parole, dette o scritte, siano importanti. Anzi, che siano in realtà il pilastro della nostra convivenza e quindi anche della civiltà del bere, intesa come il sempre più ampio mondo del vino, fatto di professionisti e appassionati che spesso si scambiano di ruolo.
Negli incontri pubblici ci imbattiamo ormai quotidianamente in abitudini pericolose, come quella di dare fiato alle trombe, per compiacere e per strappare applausi o, all’opposto, per polemizzare al solo fine di attirare l’attenzione su di sé.
Il rischio è una babele in cui ognuno si esprime senza rispetto per la buona educazione e la forma, ma soprattutto senza senso dell’opportunità, del contesto e della misura.
A ciò si aggiunga una disarmante leggerezza nell’uso dei vocaboli, manipolati a scopi ideologici o demagogici, dove identità, autoctono, naturale, sociale ecc… stanno diventando caselle vuote in cui inserire qualsiasi idea.
Alcuni esempi. È mancato il senso dell’opportunità quando alla conferenza stampa di Vinitaly (Milano, 7 marzo 2012) un collega ha chiesto al presidente di Veronafiere, Ettore Riello, come si intendesse risolvere il problema del traffico. Non perché tale cruccio non persista, ma perché i cronisti conoscono la situazione di una fiera in centro città, quindi la domanda è o polemica o ingenua. È però altrettanto inopportuno rispondere che tutto sommato il traffico è un bel segno di successo.
Il contesto, invece, l’hanno forzato i simpatici conduttori radiofonici Fede & Tinto, gettonati moderatori di talk-show, ingaggiati proprio per portare freschezza e “popolarità” a convegni a rischio-noia, quando si sono rivolti a Mario Catania dichiarandosi felici di poter finalmente contare su un ministro “figo” (Otranto, 5 maggio 2012 – Premiazione del Concorso Rosati d’Italia). Al di là di ogni valutazione nel merito, ci pare che il complimento fosse un po’ fuori luogo, durante un dibattito che riuniva sul palcoscenico il titolare del dicastero dell’Agricoltura, l’ex ministro e ora presidente della Commissione agricoltura al Parlamento europeo Paolo De Castro, l’assessore pugliese Dario Stefàno,  il direttore dell’Oiv Federico Castellucci, il direttore di Assoenologi e presidente del Comitato Doc Giuseppe Martelli. Eccesso di giovanilismo, forse. Ma ci è sembrata, per essere altrettanto giovanili, una cazzata.
Ultimo esempio: la campagna di accuse contro Vinitaly (ancora una volta, ma capirete… è un po’ la Croce Rossa del vino, su cui tutti sparano) lanciata dalla rivista Il mio vino. È inelegante criticare la propria concorrenza, ma risulteremo certamente gentiluomini rispetto al trattamento che essa riserva abitualmente ai suoi bersagli. È comparso il mese scorso un editoriale-circolare inviato ai mezzi di informazione, alle aziende vinicole e ai lettori, nel quale si criticava aspramente la fiera di Verona. Il testo si concludeva con la promozione di un “esempio di come secondo noi una fiera professionale dev’essere organizzata e regolata”, cioè quella che la rivista stessa sta organizzando in Cina. Un tale conflitto di interessi mina alla base l’autorevolezza di qualsiasi critica.
Infine, sul deperimento delle parole. Tra le tante prendiamone una importante: “identità”. Il significato del termine è ampio. Può essere “riconoscimento di un carattere specifico dell’individuo”, ad esempio nel caso di Identità golose, congresso di cuochi che si distinguono per le loro creazioni, il cui logo è un cucchiaio sul quale è raffigurata un’impronta digitale. Ma identità è anche l’insieme della cultura, degli usi e dei costumi nei quali si riconosce un popolo o un gruppo. In questa accezione, con intenti più o meno demagogici, alcuni oratori ne invocano a ogni piè sospinto il rispetto, la tutela, la valorizzazione. È l’opposto, in realtà, anche se entrambi i significati sono validi, poiché sia il singolo sia il gruppo esprimono la propria “identità”. Ma quando le parole portano troppi significati, anche opposti, diventano logore e andrebbero sostituite con alternative concrete e vibranti. Sul tema suggeriamo l’ottimo saggio La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio (Bur, 2010).
Per una volta non abbiamo toccato i temi dell’impresa, del mercato, della qualità del vino, ma questo numero della rivista è zeppo di riflessioni in tal senso e vi invitiamo a leggerle. Potranno esserci errori (speriamo pochi, insiti nel mestiere), ma non chiamateci più Civiltà del bere se pubblicheremo parole svuotate di senso.

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© Riproduzione riservata - 22/05/2012

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