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Ettore Nicoletto, il vino secondo un manager “puro”

Ettore Nicoletto, il vino secondo un manager “puro”

Può sembrare strano che la seconda puntata, nel ciclo delle grandi interviste realizzate da Civiltà del bere per fare il punto sullo stato dell’arte del vino in Italia e sulle sue prospettive per il futuro, sia dedicata a un manager anziché a un produttore o un enologo. “Puro”, nel senso che non si tratta di un enologo-amministratore o di un produttore-presidente, ma di un dirigente di professione. Ettore Nicoletto è l’amministratore delegato del Gruppo Santa Margherita, realtà di fondamentale importanza nel panorama della produzione vinicola italiana, a cui si deve lo storico successo del Pinot grigio negli Stati Uniti, che ha avuto un ruolo di precursore per l’affermazione del Prosecco su scala mondiale.

Dietro la crescita di Santa Margherita Gruppo Vinicolo

È un gruppo, quindi, che potrebbe vivere di rendita sulle glorie passate, e che invece l’anno scorso ha aumentato clamorosamente le vendite di quasi il +33% vedendo crescere il suo giro d’affari da 118 a 157 milioni di euro. Il balzo è stato provocato dalle iniziative che Nicoletto ha preso, con una vivacità d’interventi – non ultimo l’acquisizione della maggioranza di Ca’ Maiol, nell’area del Lugana, e di Mesa in Sardegna – che ha portato sempre più spesso i giornali a occuparsi di lui. Anche perché è un personaggio che non si sottrae alle domande, neanche quando sono sgradevoli, anzi è proprio allora che sa rendersi simpatico, il che non guasta. Con le carte che ha in mano, potrebbe lasciarsi tentare dal trionfalismo. Ma non è proprio il tipo, e lo dimostra subito.

L’intervista a Ettore Nicoletto

Qual è, secondo lei, lo stato dell’arte del vino italiano oggi?

«Il vino italiano ha raggiunto una notorietà e una forza come mai prima in passato perché esce da una lunga fase di crescita qualitativa come capacità di innovazione di prodotto, come tecnologie e ricerca applicata, ma soprattutto come attenzione e dedizione al territorio».

Quali sono, allora, le sfide e le difficoltà che deve affrontare?

«Abbiamo ancora molta strada da fare: valorizzare diverse aree vinicole oggi in secondo piano, ma affascinanti e ricche di potenziale; creare più valore e chiudere coi francesi il gap nei prezzi così da rafforzare il sistema, dall’agricoltore alla distribuzione».

Le prospettive per il futuro?

«Stiamo imparando a lavorare assieme, a fare sistema anche con altri settori trainanti dell’economia italiana e quindi sono molto ottimista: se operiamo bene come negli ultimi anni, il futuro del vino italiano resterà positivo a lungo».

L’anno scorso, attraverso un’azienda appositamente creata a Miami, Santa Margherita ha gestito direttamente la commercializzazione negli Usa, suo principale mercato d’esportazione, in precedenza adata per 37 anni a un importatore. Sul piano economico l’operazione ha dato ottimi riscontri, vero?

«Il risultato è effettivamente molto incoraggiante: un fatturato di quasi 100 milioni di dollari ottenuto vendendo circa 700 mila casse. Essere più vicini al consumatore ci consente adesso una maggior comprensione delle dinamiche distributive, dei bisogni dei nostri clienti e dei nuovi trend nel mercato più importante del mondo. E questo osservatorio privilegiato, fornendoci un monitoraggio costante dei nostri clienti, ci permette di capire i loro bisogni, le loro abitudini, le caratteristiche organolettiche più gradite, e quindi ci consente di migliorare lo stile dei nostri vini. Insomma, siamo in grado di studiare, e sperabilmente di scoprire, il “Pinot grigio del futuro”».

Adesso che il vostro contatto con i consumatori è diretto, senza intermediari, avete potuto vericare se, al di là del suo attuale successo, la competitività del vino italiano è effettiva o è ancora determinata in prevalenza dal fattore prezzo?

«Per quanto riguarda il rapporto del vino italiano con gli Stati Uniti, credo che il periodo di innamoramento stia continuando. L’Italia, come Paese, stile di vita e immaginario di grande fascinazione, rappresenta un grande pilastro per la leadership del nostro vino negli Usa. Ma da un paio di decenni esso è anche sinonimo di qualità accessibile e di varietà ritengo, che il Pinot grigio e il Prosecco, forse assieme al Sauvignon blanc neozelandese, ma solo a quello, siano le storie di successo più importanti accadute in questo mercato nell’ultimo ventennio. A mio modo di vedere è soprattutto una questione di stile. Ed è uno stile che si esprime nella grande abbinabilità dei nostri vini alle cucine di tutto il mondo. È uno straordinario vantaggio competitivo destinato a durare e a consolidarsi nel tempo, visto che il pubblico statunitense mostra una crescente attenzione per la gastronomia e si sta abituando a bere il vino a pasto».

Lei è il personaggio di riferimento di 22 aziende che alla fine dell’anno scorso hanno lasciato l’Unione italiana vini. Poiché la separazione si è vericata a causa di opinioni diverse sui problemi che si pongono oggi al vino italiano e sul modo di affrontarli, può chiarire qual è la materia del contendere?

«Non parlerei di materia del contendere. Più semplicemente, un gruppo di imprese leader del nostro settore ha oerto una visione alternativa al modo di fare associazionismo d’impresa, ma il messaggio è rimasto inascoltato. Ha prevalso una difesa corporativa di posizioni di privilegio, di indisponibilità ad accettare un approccio più critico e, soprattutto, collegiale alla trattazione dei problemi che affliggono il nostro settore e alla loro soluzione».

 

L’intervista prosegue su Civiltà del bere 4/2017. Per continuare a leggere acquista il numero sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 08/09/2017

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