In Italia In Italia Jessica Bordoni

Cosa succede nelle terre del Lambrusco

Cosa succede nelle terre del Lambrusco

I trend del Metodo Ancestrale e del Metodo Classico, la nascita del Gruppo Giovani, il progetto Montebarello 155. Novità, stili e obiettivi di una denominazione (anzi sette) alle prese con una grande operazione di rilancio

Lasciarsi alle spalle una volta per tutte la nomea di “vino semplice”, prodotto in grandi volumi ma senza grandi ambizioni. È quello che sta facendo il Lambrusco grazie all’impegno delle sue Cantine e del Consorzio di tutela, che dal 2021 riunisce tutte le Denominazioni del celebre vino emiliano (ovvero Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Lambrusco Salamino di Santa Croce, Modena, Reggiano, Colli di Scandiano e di Canossa e Reno).

Nuova brand reputation

Un riposizionamento non semplice ma necessario, per rendere giustizia ad una produzione storica (le viti di Lambrusco erano già allevate dagli antichi Romani) che in tempi recenti, complici certe gradazioni zuccherine spinte e una politica very low cost soprattutto all’estero, aveva finito per diventare “la coca cola del vino italiano”. Con sommo dispiacere dei tanti Lambrusco lovers che, per dirla con lo scrittore Mario Soldati, lo considerano al contrario nientemeno che “l’umile Champagne dell’Emilia Romagna”.

Sfumature di colore e versatilità

In epoca post Covid il Consorzio tutela Lambrusco ha sviluppato una nuova identità visiva di grande impatto, con un logo che richiama la tavolozza di un pittore. La strategia comunicativa ruota intorno al concetto di policromia per sottolineare le mille sfumature di colore del Lambrusco, dal rosa cipria al rosso rubino, passando per il porpora. Un universo di tonalità che richiama la ricchezza gusto-olfattiva, l’estrema versatilità e abbinabilità del vino. L’immagine si trasforma così da chip a pop; un prodotto moderno, dalla gradazione alcolica contenuta, che vuole rispondere a tutte le esigenze di consumo e food pairing.

Una grande famiglia e due province

L’universo Lambrusco comprende ben 12 diversi vitigni autoctoni a bacca nera per un totale di circa 16.500 ettari vitati. Alle più famose varietà Sorbara, Grasparossa, e Salamino, si affiancano Maestri, Marani, Foglia Frastagliata, Barghi, Montericco, Oliva, Viadanese, Benetti e Pellegrino. La provincia di Modena copre circa il 60% della produzione Doc, mentre quella di Reggio Emilia si ferma al 40%. In tutto 46 milioni di bottiglie annue; a cui si aggiungono i circa 115 milioni di Lambrusco Emilia Igt. Nel Modenese la tendenza è a prediligere la singola varietà, mentre nel Reggiano resta la tradizione del blend. Il risultato è che i Lambruschi di Modena sono tendenzialmente più voluminosi, pieni, saturi, mentre quelli reggiani appaiono più scarichi e leggiadri.

Il rilancio del Metodo Ancestrale

Se è vero che la tipologia frizzante rappresenta ancora oltre il 90% del totale, si assiste ad un interessante ritorno del Metodo Ancestrale, riproposto da molte aziende in chiave moderna. Tra le interpretazioni d’autore più riuscite c’è sicuramente quella di Paltrinieri con il suo Radice, Lambrusco di Sorbara Doc. Si distingue per il colore rosa salmone leggermente velato, un bouquet agrumato con ricordi balsamici, un’energia salina potentissima e un finale inarrestabile. La dimostrazione che il Lambrusco ha una doppia anima: è certamente un vino beverino, ma può anche diventare “meditativo”.

Tutti pazzi per il Metodo Classico

La sempre maggiore attenzione per la rifermentazione in bottiglia ha portato allo sviluppo di un altro trend interessante, quello del Lambrusco Metodo Classico, che strizza l’occhio anche ai gusti del consumatore contemporaneo. Accanto alla versione Brut, si fanno sempre più largo il Pas Dosé e il Rosé, per un pubblico più evoluto. La spumantizzazione inevitabilmente cambia le dinamiche gustative, ma anche quelle in vigna, dove viene richiesta maggiore cura nella gestione e selezione dei grappoli. La famiglia Bellei di Cantina della Volta è stata tra i primissimi a credere nel Metodo Classico, spingendo su lunghi affinamenti e versioni millesimate del Sorbara. Da provare il Brut 36, che resta sui lieviti per tre anni. Una bollicina fine, dal naso fruttato; il palato risponde fresco, polposo e persistente.

Le sfumature del Lambrusco © Consorzio Tutela Lambrusco

Un trend che coinvolge aziende emergenti e nomi storici

Restando nel Modenese, tra le Cantine della new wave della spumantizzazione c’è VentiVenti, giovane realtà familiare biologica che si concentra sul Lambrusco Salamino di Santa Croce Doc. Il suo Metodo Classico Brut colpisce per la freschezza tagliente, il sorso ampio e articolato. Da ricordare anche l’impegno di una delle storiche famiglie del Lambrusco, Chiarli, che nel 2014 ha dato vita al progetto QuintoPasso per nobilitare il Sorbara proveniente dai vigneti centenari di proprietà. Oggi la linea di Metodo Classico QuintoPasso include cinque etichette. Tra loro la Cuvée Paradiso Brut, in cui la briosa freschezza dell’autoctono emiliano sposa la solarità dello Chardonnay: una prova di stile dalla beva appagante.

Dosaggio? Less is more

Frizzante, Metodo Classico, Charmat o Ancestrale che sia, il Lambrusco oggi risulta mediamente meno dosato rispetto al passato e le versioni amabili di un tempo lasciano il posto a quelle secche.
«La nostra offerta è sempre più eclettica e trasversale per essere apprezzata da un consumatore esigente e attento alla qualità», spiega il direttore del Consorzio Claudio Biondi. «Con il progressivo abbassamento del residuo zuccherino, il Lambrusco si rivela perfetto come vino a tutto pasto, ma anche per gli altri momenti della giornata, quali l’aperitivo e il dopo cena. Tuttavia, è necessario fare un distinguo tra i consumatori della cosiddetta zona primaria, dove la diminuzione della dolcezza è certamente in atto, e l’area extra UE, dove il dosaggio resta più alto».

Montebarello 155, distretto bio del Grasparossa di Castelvetro

Tra gli impegni che il Consorzio sta portando avanti c’è la modifica del Disciplinare del Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Doc.
«Abbiamo avviato l’iter per introdurre la sottozona Montebarello 155, un’area tra Solignano alto e Castelvetro dove gli scavi archeologici hanno trovato insediamenti risalenti all’età del Bronzo in cui presumibilmente veniva allevata la vite», chiarisce il direttore Biondi. 155 è l’altitudine media dei vigneti: si tratta infatti di una zona collinare dalle caratteristiche microclimatiche particolarmente favorevoli. Un vero e proprio biodistretto, dove si produce Lambrusco Grasparossa Doc biologico, limitando le rese (110 quintali contro i 180 minimi della pianura) e l’uso di prodotti chimici e di sintesi. I produttori, riuniti nell’Associazione Montebarello 155, sono impegnati in un progetto di promozione di agricoltura sostenibile e riqualificazione della viticoltura di collina.

Largo ai Giovani del Lambrusco

In seno al Consorzio di recente è nato il Gruppo Giovani del Lambrusco, una quarantina di nuove leve di under 40 che lavorano a vario titolo nelle aziende del territorio: enologi, figli dei titolari, ma anche direttori marketing e commerciali. «Sono i nostri ambasciatori del Lambrusco, a cui abbiamo già affidato e continueremo ad affidare iniziative consortili di promozione e comunicazione», conclude il direttore Biondi. «Parlano in media due lingue, hanno viaggiato, visitato i principali distretti vinicoli internazionali e sono pronti per portare idee e spunti nuovi, oltre che per raccontareed esportare il vero Lambrusco in tutto il mondo».

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© Riproduzione riservata - 16/05/2023

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