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Il Portogallo studia gli autoctoni della Valle del Douro

14 Luglio 2016 Emanuele Pellucci
Dopo l’Italia, il Portogallo può vantare il più grande patrimonio ampelografico tra i Paesi produttori di vino. Conta oltre 340 varietà, un terzo delle quali autorizzate nel solo territorio del Douro, la patria del Porto. È un vero e proprio tesoro nazionale che i portoghesi cercano di valorizzare non solo producendo di anno in anno vini sempre di miglior qualità, ma anche con la prospettiva di conservare questo patrimonio genetico per poi trasmetterlo alle generazioni future. A tale scopo è stato creato di recente il centro sperimentale Herdade de Pegões (Montijo) con 300 ettari di terreno, dove si stanno svolgendo i primi studi sulla variabilità e sulle potenzialità di ogni varietà e dei suoi cloni.

Conservare gli autoctoni della Valle del Douro

Studi che sono stati promossi congiuntamente dall’IVDP (Instituto dos Vinhos do Douro e do Porto) e da PORVID (Associação Portuguesa para a Diversidade da Vinha) con una serie di sessioni di prove sui monovarietali del Douro e sulle rispettive famiglie genetiche. «L'idea», spiega Bento Amaral dell’Instituto, «è quella di conservare la diversità genetica intravarietale di varietà autoctone, al fine di mantenere la biodiversità dei vitigni portoghesi che hanno un forte impatto sulla qualità dei vini e sull'immagine dell’intero comparto enologico.

La prima sessione

Abbiamo iniziato dalla “famiglia” del Touriga attraverso le varietà Mourisco, Tinta Barroca, Touriga Fêmea, Touriga Franca e, naturalmente, Touriga Nacional». In questa prima sessione sono stati sperimentati e prodotti cinque vini, completamente diversi tra loro ma con la stessa origine genetica, adattati a diversi tipi e tempi di consumo, con ottimi risultati. A fine luglio seguirà una seconda sessione che riguarderà le varietà internazionali presenti nel Douro, mentre altre due sessioni avranno luogo dopo l’estate.

I monovarietali che aiutano il Porto

Il lavoro della Porvid ha portato all’identificazione di 30 mila cloni e 210 varietà presenti sul territorio, con l'obiettivo di raggiungere in futuro 50 mila cloni e 250 vitigni autoctoni. Da parte sua, Manuel Novaes Cabral, presidente dell’IVDP, sostiene che, nonostante il Douro non è esattamente un riferimento monovarietale, l'Istituto, in collaborazione con PORVID, ritiene importante far conoscere le varietà del territorio. «L'obiettivo è la conoscenza approfondita di monovarietali che possano aiutare a migliorare i vini del Douro e il Porto stesso: è questa una delle ragioni per cui abbiamo sviluppato questo progetto». Da qui la decisione di IVDP e PORVID di convogliare le rispettive sinergie nello studio delle diverse varietà presenti nel Douro ai fini della conservazione e della diffusione delle stesse.

La Touriga Nacional

«L’analisi del DNA delle 250 varietà ha rivelato non poche sorprese», spiega inoltre António Graça della Porvid, «e tra queste, la scoperta che alcuni di quelli che erano ritenuti cloni si sono invece rivelati vitigni diversi. Altra novità è che negli ultimi decenni sono stati fatti notevoli progressi nella conoscenza delle varietà, a cominciare proprio dalla Touriga Nacional. Ebbene, negli anni Settanta molti viticoltori spiantarono le vigne perché non davano, a loro avviso, risultati ottimali, mentre invece poi si è rivelata appieno la percezione internazionale dei vini portoghesi grazie proprio a questa varietà».

La vite selvatica

A detta di António Graça, il Portogallo ha la più grande popolazione di vite selvatica presente nell’Europa occidentale, precisando che quella del Douro è anche la zona con la più alta biodiversità grazie alla maggiore pluralità di terreni e di climi. «Questo fatto», sottolinea, «dimostra come il nostro patrimonio vinicolo è ricco e come la ricerca ci può portare ulteriori vantaggi tramite il nostro potenziale unico al mondo. Non è un caso che la Francia va ad omologare sette varietà straniere, una delle quali è proprio il nostro Touriga Nacional».

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