Il decreto che consente la produzione italiana è stato approvato a fine 2025 e la quota tricolore nei principali mercati è solo del 2,5%. Ma è destinata a crescere secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, che stima un’impennata del 90%. Scettica, invece, la ristorazione
Ne parlano tutti e quest’anno al Vinitaly, per la prima volta, un’area era dedicata proprio a questa new entry, intorno alla quale continua a regnare lo scetticismo di molti e l’altrettanto interesse di altri, soprattutto grandi player del mercato. I vini NoLo sono una categoria divisiva all’interno del dibatto nel mondo del vino, soprattutto quelli completamente a zero alcol, una sorta di convitato di pietra. Eppure, è un dato di fatto come stiano velocemente occupando una fetta di un mercato che, non solo ha bisogno di novità, ma anche di valvole di sfogo vista la preoccupante stagnazione dei consumi. E il tutto esaurito nella sala Mascagni di Veronafiere, dove si è svolta la presentazione dei dati dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly (su base dati NielsenIQ e Iwsr), con seguente tavola rotonda, ne è stata la conferma più evidente.
Germania capofila, ma Usa mercato più promettente per l’Italia
I dati relativi ai principali mercati esteri, dove il fenomeno è in fermento perché partito prima (in Italia nel 2025 il giro di affari è stato di 2,8 milioni di euro per 435 mila bottiglie vendute), si concentrano su tre Paesi: Germania, Uk e Usa. In totale si tratta di 1,2 miliardi di euro di vendite pari a 160 milioni di bottiglie commercializzate nella grande distribuzione. Dei tre, la Germania è il mercato più importante a volume (112,7 milioni di litri) e a valore (340 milioni di euro). I vini NoLo italiani, però, hanno la quota di mercato più rilevante in Usa con il 19,8%, grazie al successo di una linea di prodotti di nome Stella Rosa, dell’azienda italo-californiana Riboli Family Wines, al cui interno troviamo anche diverse referenze completamente senza alcol, spesso ottenute da Moscato d’Asti e Brachetto e con l’aggiunta di aromi.
I low dominano, ma crescono di più i no-alcol
Nel paniere dei vini NoLo presente in questi tre Paesi, dominano quelli con alcol compreso tra il 5 e 8% – in Germania rappresentano il 75% di tutto questo mercato. Quelli che crescono maggiormente sono i vini ad alcol zero: +41% sempre in Germania, +16% in UK e +17% in Usa. Non di pari passo per ora è cresciuta, invece, la presenza italiana, deficitaria in terra teutonica e invece particolarmente frizzante nel territorio a stelle e strisce, dove l’aumento è pari al +30%.
Non tutto il mondo è paese
Per quanto riguarda le tipologie, l’Osservatorio ha allargato la sua ricerca anche ad altri Paesi, mostrando come le preferenze tra vini fermi e spumanti cambino anche in modo significativo. Se in Russia i consumi premiano soprattutto i vini fermi (77%), così come negli Usa (73%) e in Australia (70%), lo scenario cambia completamente in Brasile (35%), Cina (28%) e Germania (16%) deve crollano a favore degli spumanti dealcolati. La crescita, comunque, è proprio tutta a favore di questi ultimi, soprattutto in Uk (+24%, +17% per i prodotti italiani) e negli Usa (+15%, con l’Italia a +200%).
Età, motivazioni e gusto, perché consumare i vini NoLo
La ricerca ha approfondito tre temi importanti per i produttori italiani che presidiano, o intendono farlo, i mercati esteri. L’aspetto generazionale, osservato speciale, dona un’indicazione chiara. Nei Paesi anglofoni (Australia, Usa, Uk e Canada) i NoLo piacciono maggiormente agli under 44, mentre nel Vecchio Continente e in Giappone, mercato premium nel caso del vino classico, c’è un sostanziale pareggio con gli over 44. Tra le ragioni per aumentare il loro consumo, se al primo posto sono stabili le motivazioni salutistiche, crescono invece quelle legate all’aumento della loro qualità (35%), alla loro maggior consapevolezza (29%) e alla loro presenza in promozione (24%). C’è, invece, da lavorare ancora sul fronte del gusto, uno dei temi spinosi di questa categoria. In Paesi come Giappone, Canada, Spagna e Usa questo aspetto limita il loro consumo, mentre in Germania solo per il 19% è un fattore decisivo all’acquisto.
Nel 2026 la produzione italiana aumenterà del 90%
Cosa aspettarsi ora, a partire dal 2026, che si preannuncia un vero anno zero? Il 90% delle aziende italiane aumenterà la produzione di questi vini privilegiando leggermente i no-alcol ai low e continuando a puntare sulla classica bottiglia da 0,75 l. Sebbene, secondo Carlo Flamini, responsabile dell’Osservatorio Vino dell’Uiv, abbia senso esplorare anche nuovi formati, come ad esempio il pouch, soprattutto per andare incontro a coloro che non bevono affatto vino. Se gli spumanti hanno catalizzato l’attenzione dei produttori sino all’anno scorso, le attenzioni quest’anno si rivolgeranno anche ai vini fermi (24%), grazie al miglioramento delle tecniche produttive.
La qualità? È il tema centrale per la produzione italiana
«Per quanto ci riguarda la crescita in Italia di questo mercato ha un solo driver: la qualità. Abbiamo monitorato i mercati esteri e abbiamo bevuto tante porcherie: prodotti spacciati per dealcolati, ma pieni di aromi». Durante l’animata tavola rotonda, moderata da Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere, Fedele Angelillo, amministratore delegato di Mack & Schuhle Italia, uno dei protagonisti più dinamici del mondo NoLo, è andato dritto al punto. «Noi abbiamo creduto in questo settore, investendo già a maggio dell’anno scorso. È un mercato piccolo, ma in forte espansione se si lavora sulla qualità», ora a disposizione, aggiunge il manager, grazie a migliori tecnologie a disposizione. «Stiamo facendo molte sperimentazioni per capire il miglior sistema per dare un’esperienza il più possibile vicina al vino, perché si deve parlare di vino, non di bevanda analcolica. Se ci scontriamo con queste, non abbiamo speranza».
La sorpresa della Polonia
Uno sguardo sui mercati l’hanno portato anche altre due realtà importanti del comparto, già presenti con costanza nel mondo dei vini NoLo. «I mercati più interessanti sono certamente quello tedesco, ormai consolidato, Uk, Paesi Scandinavi e poi una sorpresa per noi: la Polonia», spiega Alessio Del Savio, amministratore delegato di Mionetto. «La Polonia è una nazione che ci sta dando risultati importanti e il consumo dei vini Nolo è trasversale. C’è chi lo usa come miscelazione, chi come aperitivo, chi a tutto pasto».
L’importanza dell’indicazione del varietale
Chi negli Stati Uniti è presente da tempo con il suo ricco portafoglio di aziende è Argea, anch’essa impegnata nella produzione dei vini NoLo. «Qui c’è una grande attenzione per il no-alcol e ci sono sempre più ristoranti che hanno carte dei vini e cocktail dedicati», afferma l’amministratore delegato Massimo Romani. «Bisogna però spingere sull’italianità: poter citare almeno il varietale italiano ci darebbe una grande mano in termini di marketing». Un aspetto, quest’ultimo, sul quale potrebbe esserci in futuro un’apertura, quanto meno sui low alcol sotto il cappello dell’Igt: «Porteremo sul tavolo del ministro anche questa questione», ha confermato Paolo Castelletti, segretario generale Unione italiana vini.
La ristorazione italiana non ci crede, ma c’è chi è in controtendenza
Da un’indagine che l’Osservatorio ha svolto insieme a Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) emerge un sostanziale ostracismo da parte del mondo Horeca nei confronti di questi vini: più del 70% del panel ha dichiarato disinteresse e solo l’11% pensa di inserirli, se avrà richieste in questo senso. Eppure, c’è chi lo ha già fatto con successo, Cristina Bowerman ad esempio, chef stellata del Glass Hostaria a Roma, che li conosce da tempo grazie alle sue precedenti esperienze professionali in Usa e Uk. «Il consumo e la richiesta dei vini no-alcol è aumentata vertiginosamente dopo il Covid, ogni sera abbiamo almeno due tavoli che li chiedono». Diversi i motivi: c’è chi quella sera non vuole o non può bere alcol, chi invece è astemio, ma non vuole sentirsi escluso. «Così come Netflix non ha rubato clienti al cinema, i vini dealcolati non lo faranno a quelli classici. Il prezzo, però, deve rimanere identico, non dobbiamo consideralo qualcosa di diverso».