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50 anni di storia del vino: Tedeschi, un legame indissolubile con la vite e il terroir

28 Aprile 2025 Civiltà del bere
50 anni di storia del vino: Tedeschi, un legame indissolubile con la vite e il terroir

Nel 1964 il primo cru di Amarone con nome della vigna in etichetta. Dal padre Lorenzo, che rivendica il valore della denominazione, all’approccio scientifico dei figli Sabrina, Antonietta e Riccardo.

La presenza di Tedeschi in Valpolicella è attestata da un documento di acquisto di terreni datato 1630.
E se vedere attraverso le nebbie di quattro secoli è arduo, di certo il suo legame con la vite del territorio non si è mai spezzato, fino a diventare oggi indissolubile. «Agli inizi dell’Ottocento il mio bisnonno Nicolò possedeva qualche piccolo vigneto e una semplice osteria, produceva vino per gli avventori e successivamente lo vendeva anche alle altre osterie», racconta Sabrina Tedeschi, che coi fratelli Antonietta e Riccardo è alla guida della Cantina, cresciuta di generazione in generazione fino a rappresentare uno dei simboli dell’Amarone nel mondo.
Il capitolo più importante del racconto lo scrive il padre Lorenzo Tedeschi a partire dagli anni Sessanta. Ultimo di quattro figli, nato nel 1933 a ben 19 anni di distanza dai fratelli, Lorenzo ha una visione avveniristica, è un pioniere illuminato. Comincia a lavorare nella cantina di famiglia, sulla cima della collina della Masua di Pedemonte, che non è nemmeno maggiorenne. È legato alla tradizione, ma anche alla continua ricerca della tipicità. «Nel 1964 ebbe l’intuizione di vinificare separatamente le uve del vigneto Monte Olmi, acquistato nel 1918 da suo padre, dando vita all’omonimo Amarone, vino simbolo della Cantina e uno dei primissimi cru della Valpolicella». Un terroirism ante litteram che precorse i tempi e che porta anche alla scelta di modificare l’etichetta per far posto al nome della parcella.
«Per capire la portata di queste innovazioni bisogna ricordare che all’epoca i nomi riconosciuti erano ben pochi. Ancora negli anni Settanta, la reputazione della zona era legata allo sfuso e i rivenditori che portavano il Valpolicella nelle città come Milano chiedevano ai produttori di togliere dalle bottiglie l’indicazione della tipologia e del territorio lasciando il nome di fantasia. Mio padre fu sempre contrario, rivendicando il valore della denominazione, e il tempo gli ha dato ragione».

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Lorenzo, uno dei “Vignaioli storici” citati dall’amico Veronelli nelle sue collane, è riconosciuto portavoce della qualità della Valpolicella ma «non ha mai amato i riflettori e ha sempre invece preferito far parlare i suoi vini».
Semplice, concreto, socievole e pragmatico, i suoi Amarone e Valpolicella gli somigliano: riservati, essenziali ma esemplarmente capaci di uscire nel tempo. «Assaggiava costantemente i prodotti a distanza di giorni e settimane alla ricerca dell’equilibrio, dell’eleganza. Secondo papà», prosegue Sabrina, «una bottiglia racchiude la storia, le tradizioni, l’anima e la passione di chi lo fa. Per lui “un grande vino è come un’orchestra che per produrre una grande musica ha bisogno che tutti gli strumenti suonino all’unisono senza sovrastarsi”. E poi alla fine aveva un modo molto semplice per misurare il gradimento dei suoi prodotti. Al ritorno dei nostri primi viaggi di lavoro una sua domanda frequente era: il vino è piaciuto? Lo hanno bevuto o sono rimasti i bicchieri e le bottiglie piene?».

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Il 1985 è un’altra data spartiacque per la Cantina di Pedemonte. Il fratello Silvino, con cui Lorenzo fino a quel momento ha condotto l’attività, si ritira nello stesso anno in cui l’Italia del vino viene investita dallo scandalo del metanolo. «Papà si ritrovò con la gestione per intero dell’attività, dopo aver liquidato le quote del fratello, e il caso scoppiato, che ebbe presto un impatto fortissimo sul mercato, rischiava di diventare una spada di Damocle per chi faceva vino. In realtà si rivelò una grande fortuna: la dedizione per una produzione di qualità fu una cartina di tornasole e premiò il lavoro fatto. Anziché scappare, i clienti si fidelizzarono sempre di più».
E a proposito di qualità, l’amicizia e il sodalizio professionale che lo lega a Piero Bolfo, allora presidente dei Ristoranti del buon ricordo – associazione che promuove la cucina del territorio e rappresentava una sorta di Guida Michelin all’italiana – lo avvicinò al canale dell’alta ristorazione e dunque a un’idea di vino ancora più votata all’eccellenza.

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Negli anni, il sentiero dedicato alla valorizzazione dei cru si arricchisce. Dopo lo storico Capitel Monte Olmi anche l’Amarone La Fabriseria, che già esisteva dal 1983, diventa espressione di un appezzamento comprato nel 1997 a San Giorgio, il cui toponimo originario era Pontare. «Il nome del vino, poi conferito anche al vigneto, deriva da “fabbriceria” perché il nonno Riccardo era stato un fabbriciere cioè uno dei consiglieri pastorali del paese. Queste persone si riunivano per discutere dei problemi sorti nella costruzione della “fabbrica”, la chiesa. Alla fine delle loro riunioni erano soliti aprire una bottiglia di vino buono per brindare in compagnia e dare una buona impressione di sé».
Se Capitel Monte Olmi e La Fabriseria sono figli dello spirito e della sensibilità di Lorenzo Tedeschi, l’ultimo cru nato in azienda, il Maternigo, rappresenta un ideale passaggio di testimone e di generazione e il risultato dell’approccio scientifico del figlio enologo Riccardo. Il vigneto viene acquistato nel 2006, 33 ettari vitati su una magnifica proprietà di 84 complessivi nella zona Doc tra Tregnago e Mezzane di Sotto. L’omonimo Amarone Riserva, uscito sul mercato nel 2021 con l’annata 2016, è un single vineyard oggetto di un lavoro con l’Università di Verona sulla geotipizzazione, che «integra il precedente progetto di studio dei suoli e di zonazione, permettendo di enfatizzare ancor più le caratteristiche peculiari di ogni sottozona».

Foto di apertura: la vigna Monte Olmi dove, nel 1964, nasce il primo cru di Amarone dell’azienda

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