Dall'Italia Dall'Italia Riccardo Oldani

Pedina Prosecco… Mangi o ti fai mangiare?

Pedina Prosecco… Mangi o ti fai mangiare?

Sono passati pochi anni dalla rivoluzione del Prosecco. Nel 2009 l’introduzione dei due Disciplinari, quello per la zona storica di Conegliano e Valdobbiadene elevata a Docg e quello per l’area “allargata” a Veneto e Friuli, trasformata in Doc, ha creato una galassia che produce ogni anno quasi 300 milioni di bottiglie. Una cifra complessiva che colloca questo vino direttamente alle spalle dello Champagne, per quanto riguarda il mercato delle bollicine, e in diretta concorrenza con il Cava spagnolo. Ma oltre alle cifre, qual è lo stato di salute dell’universo Prosecco dall’esordio del nuovo sistema?

COME STANNO DOC E DOCG – Serve fare un distinguo tra Docg e Doc. La prima, spiega Giancarlo Vettorello, direttore del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, «si estende su 6.258 ettari nelle colline storiche del Prosecco, conta 168 Case spumantistiche e ha prodotto nel 2012 circa 69 milioni di bottiglie, il 42% delle quali destinato all’esportazione e il 58% al mercato domestico». La zona Doc ha dato vita invece nel 2012 a 230 milioni di bottiglie e copre 19.700 ettari, con 307 aziende spumantistiche. Il rapporto tra export e mercato interno è comparabile a quello della Docg. Senza dimenticare che anche nel comprensorio Docg dei Colli Asolani si produce Prosecco.

VOCAZIONE VIAGGIARE – Emerge da questi numeri quanto sia particolarmente spiccata la vocazione all’export del Prosecco, Superiore o Doc che sia. Un vino che gode di un momento di estrema popolarità nel mondo, gestita però in modo diverso, a secondo delle zone di provenienza. Il vero problema, oggi, è mettersi al riparo dai tentativi di imitazione. Il nome Prosecco ha rischiato, negli ultimi anni, di diventare qualcosa di simile a Parmigiano o Bolognese, termini usati nel mondo, soprattutto negli Usa e nei paesi di lingua anglosassone, per designare prodotti che con l’Italia, e con le rispettive aree d’origine, hanno ben poco a che fare. Dopo la comparsa negli anni scorsi di Prosecchi australiani o brasiliani o delle imitazioni tedesche con nomi di fantasia tutti terminanti con la desinenza “secco” si è deciso di prendere provvedimenti. La strada più impervia è stata intrapresa dalle aziende della zona storica, quella delle colline di Conegliano e Valdobbiadene.

UN NUOVO NOME: PRO E CONTRO – Il nuovo Disciplinare del 2009, tra le cose essenziali, ha cambiato nome al vitigno principale, non più denominato Prosecco, ma Glera e allo stesso vino, diventato Conegliano o Valdobbiadene Prosecco Superiore, con l’accento, in etichetta, sull’area di provenienza. Il risultato è che sulle nuove bottiglie della Docg colpisce molto più il nome del territorio rispetto a quello del vino. Rischio elevato, perché invece i cugini di pianura, quelli che producono il Doc, continuano a utilizzare la Denominazione Prosecco molto bene in evidenza in etichetta. E se per il mercato italiano il problema non è tanto di Denominazione, con consumatori generalmente capaci di riconoscere i due prodotti, per quanto riguarda l’export le cose cambiano.

MEGLIO “PROSECCO” PER L’EXPORT – «I nostri acquirenti stranieri», racconta uno spumantista in occasione di Vino in Villa, la manifestazione annuale dedicata al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, «sono abituati a vedere la scritta Prosecco sulla bottiglia. Il nome della nuova Docg è più lungo, più difficile da pronunciare per uno straniero, meno evocativo. Per quanto mi riguarda, ho deciso di mantenere un vigneto, che pure è nei confini della Docg, a una produzione più elevata, corrispondente ai criteri della Doc, per continuare ad avere in catalogo un vino esplicitamente chiamato Prosecco, destinato soprattutto alla Germania».

IL TERRITORIO COME MARCHIO – Di fronte a obiezioni di questo genere si schiera però con notevole compattezza la stragrande maggioranza dei produttori di Conegliano e Valdobbiadene, grandi e meno grandi, arciconvinti che la strada intrapresa sia quella giusta. «La nostra necessità», sottolinea Vettorello «è legare indissolubilmente il vino che produciamo al nostro territorio. Finché aveva il nome del vitigno, come avviene per Chardonnay, Sauvignon, Merlot e tanti altri, il rischio era di vedere Prosecchi prodotti in tutti gli angoli del mondo. Ma solo quello fatto qui da noi, in un contesto che ha caratteristiche geologiche uniche e irripetibili, ha i valori inconfondibili che lo hanno reso famoso nel mondo. Era quindi necessaria una scelta drastica: ancorare solidamente il vino alla nostra terra. Ecco perché è nata la denominazione Conegliano Valdobbiadene».

LA MINACCIA DELLE IMITAZIONI – Con tutto ciò i tentativi di imitazione non si sono certo fermati. Domenico Zonin, vicepresidente della Casa vinicola che porta il nome di famiglia e presidente dell’Unione Italiana Vini, mette in evidenza come «in Germania esiste un vino che si chiama Secco, prodotto da alcuni tedeschi e in altri Paesi, dove non c’è una protezione per le denominazione, il vitigno viene piantato e coltivato per produrre vini che vengono chiamati Prosecco. Anche il Prošek croato, che in realtà è un vino dolce e viene prodotto da poche cantine, all’atto dell’ingresso della Croazia nell’Unione Europea non va bene, deve cambiare nome. Non si può ingenerare confusione nel consumatore». È lo stesso principio secondo il quale i viticoltori friulani hanno dovuto cambiare nome al loro Tocai per non interferire con la produzione del Tokaj ungherese.

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