Scienze Scienze Anna Rainoldi

Basivin Sud. Riscoperti gli antichi autoctoni lucani

Basivin Sud. Riscoperti gli antichi autoctoni lucani

Dopo dieci anni e più di sperimentazione sui vitigni autoctoni in Basilicata, oggi finalmente una svolta. A parlare sono le 48 varietà a bacca bianca e rossa raccolte, studiate e conservate nell’ambito del progetto Basivin Sud, nato nel 2008 dalla collaborazione di Alsia (Agenzia lucana di sviluppo e innovazione in agricoltura) e Cra-Utv (Consiglio per la ricerca in agricoltura – Unità di ricerca di Turi, Bari) con la Regione Basilicata e il Comune di Viggiano (Potenza), ampliato infine dalla ricerca storica di Stefano Del Lungo del Cnr-Ibam (Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto per i beni archeologici e monumentali). Un percorso di studio diacronico e multidisciplinare, determinato a valorizzare la biodiversità viticola della regione e ad ampliarne la base ampelografica di riferimento. L’indagine si concentra in particolare sulle zone campione: il Vulture, il Materano, la Val d’Agri (soprattutto l’Alta) e il massiccio del Pollino. L’esito è un lavoro congiunto di genetica e archeologia, che delinea la storia del vino lucano e ne scandaglia il grande patrimonio autoctono, tracciando le basi per un nuovo orizzonte produttivo.

 

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Aglianico bianco

In Italia meridionale la vite è addomesticata dall’età del Ferro

La storia enologica lucana coincide con quella dell’antica Enotria, “terra della vite coltivata con il sostegno di un palo”, che comprende le odierne Campania, Basilicata e Calabria, dal Vesuvio al Vulture, al massiccio del Pollino. Un’area identificata come Centro terziario di domesticazione della vite, dove si attestano cioè pratiche colturali evolutesi nelle regioni mesopotamiche ed anatolico-siriache dal tardo Neolitico, dove ebbe origine la viticoltura. Dalla seconda metà del II millennio a.C. in Italia meridionale – come già in Grecia continentale – si registra una continuità di pratiche legate alla coltura della vite e alla produzione di vino, evidenziata da fonti archeologiche e letterarie. In particolare, la selezione delle viti è diffusa tra la fine del X e la prima metà del IX secolo a.C. in area vesuviana, nei territori abitati dalla Cultura delle “tombe a fossa”.

La storia nel mito: l’incontro con i Greci colonizzatori

La scoperta di preesistenti attività italiche di domesticazione e produzione vinicola genera stupore nei Greci colonizzatori dell’VIII secolo a.C.: a questo rimanda, ad esempio, l’incontro di Odisseo con Polifemo, che ha corrispondenza nel ricorrente abbinamento dell’attività metallurgica (quindi i Ciclopi, fabbri di Zeus) con la coltura della vite, riscontrato nelle fonti e, archeologicamente, nel contesto napoletano di Poggiomarino. Per giustificare la presenza di queste pratiche evolute fra i “non greci”, si introduce il mito di capostipiti eponimi come Italo ed Enotro, entrambi con richiamo esplicito alle tradizioni agricole e viticole della Grecia Centrale. Tra le colonie greche spiccano per vocazione commerciale Siris (680-670 a.C.) e Sibari (720 a.C.) che, dopo la distruzione della prima, prende il suo posto nel controllo del territorio della Siritide (poi, appunto, Sibaritide). Sono entrambi centri di primaria importanza per la viticoltura e la selezione di varietà, pratiche così diffuse nell’entroterra da persistere ed essere incrementate nelle regioni meridionali anche dopo la fine di Sibari nel 510 a.C.

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Plavina croata

Il Pinot prima da noi che in Francia

La ricostruzione delle parentele genetiche tra vitigni indicata nell’ampelografia di Robinson, Harding e Vouillamoz individua il Pinot come progenitore di Dureza, Mondeuse, Syrah (figlio dei primi due) e l’Aglianico come parente stretto ed antecedente al Syrah. Questi incroci e trasformazioni sono avvenuti con tutta probabilità in Enotria, dove si ipotizza che il Pinot fosse già in uso dalla prima età arcaica, tra la Cultura delle “tombe a fossa” e la colonizzazione greca, e abbia raggiunto il Rodano successivamente. Merito dei Focei che, fondata Elea nella metà del VI secolo a.C., avviano un intenso traffico marittimo con Massilia (Marsiglia) trasportando vino, uve e tralci di vite. Lungo questa tratta i vitigni selezionati in Enotria raggiungono la Francia e si diffondono nelle loro terre d’elezione: Dureza e Syrah nell’alta valle del Rodano, il Pinot nero più a nord, in Borgogna. Tra fine VI e inizio V secolo a.C. la prima selezione di Pinot, Dureza, Mondeuse e Syrah potrebbe aver costituito un insieme di varietà riconoscibili come Siriche, provenienti cioè dalla Siritide – dove il suffisso -ikos indica l’appartenenza di un elemento a un gruppo omogeneo. L’assonanza con “siriaco” (dalla Siria) spiega la confusione nelle fonti latine e successive, alla ricerca di (false) corrispondenze tra Syrah e la città persiana di Shiraz o l’antica Siracusa.

Siriche, Aminae, Lucanum. Dove nasce l’Aglianico

Il particolare pregio di queste varietà si incrementa agli inizi del V secolo a.C. con la dispersione dei Sibariti, che si stanziano nell’entroterra dopo la distruzione della loro colonia. Con loro, nelle vallate fluviali interne all’Appennino lucano, nasce la tradizione delle Amineae: termine che designa un gruppo di vitigni eccezionali per resa produttiva e durata del vino, tanto da diventare in età imperiale una sorta di marchio di garanzia, riportato “in etichetta” sulle anfore vinarie. Nello stesso territorio il Lucanum (vinum) indica altre varietà viticole locali non ancora diffuse, selezionate da famiglie di imprenditori agricoli come le gentes Apicia, Pompeia e Caedicia. Fra queste troviamo l’Aglianico, geneticamente preesistente, ma “scoperto” e diffuso dalla gens Allia nel I secolo a.C., trasferitasi dopo l’eruzione del Vesuvio in Irpinia e nell’Alta Val d’Agri (come testimoniano le epigrafi, in unione a diversi toponimi, dal fiume Alli all’abitato di Aliano). Sebbene la conformazione fisica della valle ostacoli i collegamenti con l’esterno, quest’area si identifica nella prima età imperiale come uno dei fulcri produttivi d’eccellenza della Lucania. Nel I secolo a.C. il potente Marcus Valerius Messalla Potitus vi fonda un’azienda agricola sperimentale con vitigni provenienti dall’antica fortezza ionica di Lagaria per produrre il Lagarinum, vino di riconosciute proprietà terapeutiche secondo la medicina del tempo.

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Iusana

La ricerca genetica di Basivin Sud: 48 nuovi autoctoni

La biodiversità varietale e genetica riscontrata dal Cra-Utv rispecchia, per ricchezza, la fiorente attività produttiva dell’antica Enotria messa in luce dagli studi archeologici. Da vecchi vigneti di almeno 20-30 anni e singoli ceppi storici sono state recuperate 431 accessioni, riconducibili a 103 profili molecolari distinti: 51 varietà già note, molte presumibilmente esclusive delle zone analizzate e altre totalmente ignote e uniche, oltre a 4 uve da tavola. Tra i vitigni già iscritti al Registro nazionale delle varietà di vite, sono ora “varietà in osservazione” per la Basilicata anche: Castiglione, Grillo, Malvasia delle Lipari, Moscato giallo, Uva di Troia e Guarnaccino; altre si potrebbero aggiungere, come Malvasia di Candia e bianca lunga, Tempranillo e Plavina croata, inaspettata presenza straniera insieme alla Mencia spagnola, sinonimo della francese Monique.

Aglianico bianco, Giosana, Iusana, Santa Sofia

Fra i 48 nuovi autoctoni, indicati con nomi in vernacolo del tutto originali o condivisi con altre zone del Sud Italia, risaltano per qualità enologica quattro vitigni a bacca bianca: Aglianico bianco, Giosana, Iusana (o Guisana) e Santa Sofia; la microvinificazione evidenzia, in particolare, una buona struttura per il Giosana (adatto anche all’affinamento in legno), una Iusana di grande intensità olfattiva, la piacevolezza equilibrata del Santa Sofia, e maggiore sapidità nell’Aglianico bianco. Fra le varietà a bacca nera, da segnalare anche il Primitivo di Viggiano e l’Uva nera antica di Viggiano (anche in variante bianca), dai profili molecolari del tutto ignoti. Il progetto di ricerca si conclude con successo: Basivin Sud centra l’obiettivo di salvaguardia della biodiversità viticola lucana, recuperando, valorizzando e ora conservando il germoplasma autoctono nelle aziende sperimentali dell’Alsia e del Cra-Utv. Ora resta da ampliare la base ampelografica regionale, aprendo nuove strade alla produzione locale, ma anche rilanciando futuri programmi di ricerca e sperimentazione per il miglioramento qualitativo, o ulteriori selezioni clonali. Il grande passo spetta alle aziende vinicole. La sfida? Interpretare il territorio e i suoi autoctoni immaginando un’Enotria futura, dalla val d’Agri al Vulture.

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Giosana

Gli esiti del progetto di ricerca Basivin Sud sono pubblicati in Civiltà del bere 06/2015 (novembre-dicembre). Per leggere gli altri articoli del numero acquista la tua copia, anche in formato digitale!

In foto: Viggiano (Potenza) nell’Alta Val d’Agri

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© Riproduzione riservata - 02/01/2016

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