La Terza Pagina La Terza Pagina Cesare Pillon

VV = Viva la vecchiaia

VV = Viva la vecchiaia

Riprendiamo il tema cui teniamo moltissimo e che è al centro del numero di Civiltà del bere in circolazione, ovvero quello delle Vecchie Vigne.

Come già scritto, siamo certi che l’Italia possa vantare un patrimonio inestimabile e abbiamo cominciato a censire le viti antiche, o comunque ultratrentennali, in un documento in continuo aggiornamento (che trovate qui). Per arricchire il dibattito sull’argomento questa settimana proponiamo la riflessione di Cesare Pillon che nella sua rubrica si domanda:

Le Vecchie Vigne rendono di più sul mercato?

È con le viti anziane che si fanno i vini pregiati, tant’è vero che con le uve dei vigneti giovani gli Châteaux del Bordolese ci hanno sempre fatto esclusivamente il loro second vin. Sarà perché questa loro selezione è nota, sarà perché i proprietari terrieri che a suo tempo decisero di praticarla erano degli aristocratici, probabilmente un po’ snob, sta di fatto che nessuno ha mai sentito la necessità di pubblicizzare la vecchiaia dei propri filari.

Vini da Vieilles Vignes, orgoglio francese

Ma quello di Bordeaux è un caso unico. In tutte le altre zone vinicole della Francia, quando un produttore dispone di un vigneto felicemente attempato e ne vinifica separatamente i grappoli traendone un vino di particolare nobiltà, deve per forza far sapere che esso nasce da vecchie viti se vuole che venga pagato per quanto vale, e quindi segnala in etichetta questa caratteristica. In che modo? Con una denominazione coniata proprio in Francia, Vieilles Vignes: chiara, semplice e diretta. Tradotta e adottata anche in altri Paesi vinicoli, Italia compresa, ha però il difetto, purtroppo ineliminabile, di essere generica.

Ma quanto deve essere vecchia la vigna?

È obiettivamente difficile, infatti, stabilire quanti anni debba avere una vigna perché nel vino che se ne ricava si manifesti un salto di qualità. L’unica cosa certa è che più anziano è il vigneto, maggiori sono le probabilità che la differenza si percepisca distintamente. E questo spiega perché scendere nel dettaglio è opportuno soltanto quando si ha la possibilità di dichiarare che le viti delle proprie Vieilles Vignes sono Ceps Centenaires, come fa per il suo Santenay un vigneron borgognone della Côte de Beaune, Pierre-Yves Colin-Morey. Se le viti non sono centenarie, meglio continuare a tenersi sul vago, come fa per esempio un’azienda piuttosto nota della Côte de Nuits, il Domaine Ponsot, che per il Clos St Denis si limita a enfatizzare la vecchiaia dei suoi ceppi di Pinot noir con un aggettivo rafforzativo, Très Vieilles Vignes.

Il ritorno commerciale è evidente

Ma questa denominazione e le sue varianti hanno qualche influenza sul mercato? Per dare una risposta verificabile a questo interrogativo vale la pena di indagare sulla partecipazione delle Vieilles Vignes alle aste. Perché? Per il semplice motivo che solo se un vino è davvero richiesto dagli appassionati compare con una certa costanza alle vendite all’incanto. E basta una piccola ricerca per rendersi conto che il fascino delle vecchie viti è molto più intenso di quanto si possa immaginare. Le aste battute nel 2020 e 2021 hanno offerto con sorprendente continuità lotti di Vieilles Vignes firmati da almeno una trentina di produttori; e questi lotti non solo sono stati venduti pressoché al 100%, ma hanno molto spesso spuntato quotazioni superiori alle stime di catalogo.

Le zone più ricercate

Le protagoniste più numerose del fenomeno sono le vecchie vigne del Rodano (Cornas nel Nord, Châteauneuf-du-Pape nel Sud), ma soprattutto quelle della Borgogna, situate nel Beaujolais ma anche nei territori più prestigiosi delle Côte de Beaune, a Chassagne-Montrachet, Echezeaux, Vosne-Romanée, e della Côte de Nuits, perfino a Chambolle-Musigny e nel mitico Clos Vougeot.

E in Italia?

E le Vecchie Vigne italiane hanno lo stesso successo? No: hanno la stessa sigla delle francesi, VV, ma alle vendite all’incanto, al contrario di queste, brillano per la loro assenza. Ignorate dalle case d’asta estere, vengono proposte, e con molta parsimonia, solo da quelle nazionali, Pandolfini e Bolaffi. Cinque in tutto le firme trattate nel 2020 e nei primi sei mesi di quest’anno, e solo due con una certa continuità: Le Ragnaie, che a Montalcino produce un Brunello con le uve della sua Vigna Vecchia, e la famiglia Roagna, che nelle Langhe ha saputo preservare l’età delle viti in tre Vecchie Vigne di Barbaresco, Asili, Montefico e Pajè, e in una di Barolo, La Pira.

Manca la consapevolezza del valore delle Vecchie Vigne

Però le bottiglie targate VV di queste due aziende vengono spesso proposte insieme a quelle normali, talvolta addirittura prodotte da altri.
È quindi evidente che la richiesta di chi frequenta le aste è di Brunello, Barolo, Barbaresco: se poi questi sono di Vecchie Vigne tanto meglio, ma non è essenziale. Manca insomma in Italia la consapevolezza del significato più profondo di queste bottiglie, ed è una grave lacuna culturale, perché è proprio grazie alla consapevolezza, che le Vieilles Vignes hanno saputo diffondere in Francia, che il loro valore qualitativo, ma anche economico, è riconosciuto in tutto il mondo.

Questo articolo fa parte de La Terza Pagina, newsletter a cura di Alessandro Torcoli dedicata alla cultura del vino. Ogni settimana ospita opinioni di uno o più esperti su temi di ampio respiro o d’attualità. L’obiettivo è stimolare il confronto: anche tu puoi prendere parte al dibattito, scrivendoci le tue riflessioni qui+
Il tuo contributo sarà raccolto e pubblicato insieme a quello degli altri lettori.

Per ricevere La Terza Pagina iscriviti qui+

Tag: , ,

© Riproduzione riservata - 03/09/2021

Leggi anche ...

La lezione della birra al vino
In Evidenza
La lezione della birra al vino

Leggi tutto

Il vitigno come inconscio del nostro passato
In Evidenza
Il vitigno come inconscio del nostro passato

Leggi tutto

La ricerca dell’identità nell’era della globalizzazione
In Evidenza
La ricerca dell’identità nell’era della globalizzazione

Leggi tutto