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Roma Doc, largo ai giovani. I casi Borgo del Cedro e Federici

Roma Doc, largo ai giovani. I casi Borgo del Cedro e Federici

La storia di due ragazzi che credono nella denominazione capitolina e propongono etichette interessanti. Si profila uno stile che punta alla bevibilità non banale.

Roma, fondata nell’anno 2011. La Doc, ovviamente. All’origine si percepiva un sottile odore di furbizia, con questo nome importante ma forse poco viticolo. Dunque, ci può essere qualità all’ombra del Grande Raccordo Anulare? Un’incursione virtuale nel territorio (complici Vinitaly e il Consorzio di tutela vini Roma Doc) ci ha aiutato a rispondere positivamente, e la speranza, come sempre, sta nei giovani. Si chiamano Sara Costantini e Damiano Federici, due produttori tra i venti e i trent’anni che più diversi non si può. Eppure, un filo li unisce, nella consapevolezza dell’identità che potrebbe avere questa Denominazione: un po’ ruffiana, ma autentica. A pensarci bene, è uno dei caratteri della romanità.

Lorenzo e Sara Costantini

Sara e l’espressione della terra

Sara è la sesta generazione di viticoltori originari delle Marche, giunti a Roma nel dopoguerra per sopravvivere. Cominciarono consegnando pane e latte, poi aprono un “vini e olii” fino a diventare celebri enotecari, il cui nome è ancora importante nella capitale. Un filone parallelo continua a occuparsi di viticoltura. Il padre di Sara, Lorenzo Costantini, è un enologo consulente e titolare dell’azienda Villa Simone. Sara nel 2019, a 19 anni, imbocca una sua svolta e acquista 8 ettari tra Monte Porzio Catone e Monte Compatri. Nasce così la sua azienda Borgo del Cedro. Possiede la sensibilità ambientale dei ventenni e insegue vini espressivi, seguendo le vocazioni dei suoli, a basso impatto: bottiglie leggere, carte ecologiche.

Malvasia puntinata, Montepulciano e Syrah

Topho Roma Doc, annata 2022, prodotto in 2.000 bottiglie è una Malvasia puntinata, pressatura soffice e solo acciaio, delicata e minerale, evocative del tufo da cui prende il nome: naso gentile di agrume e fiore giallo, tocco fumé, con accenni di idrocarburo. In bocca il vino è fresco, con retrogusto minerale rispondente al naso. Il rosso Silicea Roma Doc 2022, 1.500 bottiglie, nasce sul basalto, in parte da una vigna vecchia.
«Credo in un nome forte per portare avanti la vocazione di una provincia, che ha delle qualità» spiega Sara, una ragazza gentile, concreta e semplice. «Le vigne della Doc Roma sono protette dallo scirocco che arriva da Sud e si rinfrescano con l’influenza marina da Ovest». Il vino è composto da un 60% di Montepulciano e 40% Syrah, 7 giorni di macerazione sulle bucce, fermenta in acciaio e affina in barrique esauste. Il naso è invitante, ciliegia e spezie, nota floreale di rosa canina. Il sapore è asciutto, morbido, di beva immediata. Con uno strato di spessore in più al palato, sarà molto interessante, ma è già godibile.

Damiano Federici

I vini di Damiano nell’alta ristorazione

Damiano Federici, quarta generazione di vignaioli, è un giovane sofisticato, elegante e solare, certamente a suo agio nelle sale degli stellati capitolini. L’azienda di famiglia conta 85 ettari. Ma è Damiano, sempre nel 2019, ad acquistare 18 ettari nella Doc Roma, addirittura all’interno del Comune (per cui le sue etichette portano la menzione Classico), zona Divina Provvidenza. Dalle vigne la vista abbraccia la capitale. Assaggiamo due vini dell’azienda di famiglia e due che portano il suo nome, Roma Doc Classico, appunto. Ci soffermiamo su questi, dal packaging riconoscibile, la bottiglia importante, posizionamento alto. Il bianco 2022 è composto da un 90% di Malvasia e 10% Sauvignon blanc, fermentati in acciaio, assemblati e affinati per un anno bottiglia. La gradazione è importante (14,8% vol.), profumo intenso di agrume, biancospino, mela rossa. In bocca è ricco, avvolgente. Il posizionamento è alto, 6.000 bottiglie prodotte.

Un blend a base Cesanese, Montepulciano e Cabernet Franc

Il rosso Damiano Federici 2022 (8.000 bottiglie), è prodotto con un 40% di Cesanese, 40% di Montepulciano 40% 20% di Cabernet Franc. Si affina per 6 mesi in botte grande di rovere francese (50 ettolitri), cui segue un anno in bottiglia. Alle spalle c’è un enologo di fama: Franco Bernabei. Dal bouquet spicca il frutto nero (more, mirtilli), le spezie (chiodo di garofano), una nota balsamico e di cacao. Coerente al palato, di buona concentrazione, con retrogusto di cioccolato e eucalipto. «Credo nel potenziale della Doc Roma», commenta Damiano, «e ci vuole un gruppo con intenzioni comuni. Siamo consapevoli dell’indole commerciale della denominazione, ma non vogliamo rinunciare a cercare un’identità di territorio».


Foto di apertura: © Consorzio vini Roma Doc

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© Riproduzione riservata - 24/04/2024

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