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Prosecco: tutto sul caso australiano

4 Maggio 2023 Anita Franzon

Il Prosecco fa gola a tanti, ma piace in particolare agli australiani che, da tempo, ne producono una loro versione. L’Italia e l’Unione Europea difendono, però, il nome (era successo anche con i vicini croati e il loro Prošek) attraverso l’Indicazione Geografica racchiusa nelle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, al di fuori delle quali le bollicine tradizionalmente ottenute dal vitigno Glera non potranno più essere etichettate come Prosecco.

Per approfondimenti: drinks trade, InDaily, Vinepair, The Guardian, SBS Italian, The Shout, ABC, Winetitles e News.com.au

Nell’elenco di cibi e bevande protetti dall’UE tramite Indicazione Geografica (IG) ci sono anche altre tipicità come il Parmigiano e la Feta; ma i produttori di Prosecco australiano non si sono dati per vinti e sono arrivati a voler dimostrare come la celebre bollicina italiana ormai conosciuta in tutto il mondo non appartenga, in realtà, a un’area geografica, ma sia semplicemente il nome del vitigno. A dirlo è un rapporto frutto di cinque anni di lavoro e firmato da Mark Davison, professore di diritto alla Monash University di Melbourne.

«Il Prosecco è un vitigno e non un’Indicazione Geografica»

Lo studio condotto da Davison contrasta, dunque, i tentativi dell’UE di limitare l’uso del nome italiano.
«Le prove parlano chiaro: il Prosecco è riconosciuto da secoli come vitigno e non come area geografica. Proteggere il termine come IG è un solo tentativo di evitare la concorrenza dei produttori di vino australiani», ha affermato il professore. All’interno del rapporto sono elencati i precedenti storici in cui il nome Prosecco veniva impiegato per la descrizione di un vitigno tramite documenti e citazioni risalenti fino al 1700. In seguito, viene evidenziata la mancanza di prove prodotte dal governo italiano e dall’UE nel momento in cui, a partire dal 2009, il nome dell’uva da cui si ottiene Prosecco venne definita come Glera.

La speranza dei produttori australiani

Il report rappresenta una buona notizia per i produttori australiani di Prosecco. Secondo Lee McLean, amministratore delegato dell’associazione Australian Grape & Wine: «Il divieto di utilizzare nomi di varietà di uva già consolidati e conosciuti può causare danni diffusi al settore». Il Prosecco prodotto in Australia ha creato un business da 200 milioni di dollari; coinvolge, dalla fine degli anni Novanta, 20 diverse regioni vitivinicole che coltivano e credono nelle bollicine australiane, la cui popolarità è in costante aumento (drinks trade).

La creazione di un precedente

Inoltre, i viticoltori australiani sono preoccupati che, così facendo, si possano creare dei precedenti. Per l’amministratore delegato uscente della South Australian Wine Industry Association, Brian Smedley, non si tratterebbe di un caso simile a quello dello Champagne, prodotto nella omonima e storica regione francese, bensì dell’importanza – a livello internazionale – di non creare un precedente. “Se quello che sta accadendo con il Prosecco si potesse applicare anche ad altri vitigni, cosa potrebbe succedere?” (InDaily). Gli australiani citano anche il “caso del Vermentino” e la direttiva europea che sta costringendo i francesi a usare il sinonimo Rolle (Vinepair).
«Sarebbe come dover cambiare il nome allo Shiraz o al Cabernet», afferma Andrew Shedden del gruppo australiano Endeavor.

La storia del Prosecco in Australia

Il primo a iniziare la produzione di Prosecco in Australia fu l’expat italiano (originario di Valdobbiadene) Otto Dal Zotto (Dal Zotto Wines). Il produttore oggi si definisce «molto triste e amareggiato» per la vicenda. Era la fine del secolo scorso, ma nel giro di poco più di vent’anni le bollicine di Prosecco locale si sono guadagnate un posto importante all’interno del mercato australiano; tanto che nella King Valley, nei pressi di Victoria, i turisti possono percorrere la “Prosecco Road”. Qui le famiglie di migranti italiani di prima, seconda e terza generazione continuano quella che loro considerano una tradizione: «Quando abbiamo iniziato non c’era niente. Nessuno sapeva davvero cosa fosse il Prosecco», afferma Otto Dal Zotto. Da allora, però, molte altre Cantine del territorio si sono unite nella produzione di Prosecco investendo molto su questo vino e sulla sua comunicazione e reputazione (The Guardian).

La campana italiana

Il responsabile dell’Ufficio Vinicolo di Coldiretti Domenico Bosco, intervistato da SBS Italian, ha dall’altra parte ricordato come le eccellenze italiane siano imitate in tutto il mondo.
«I produttori australiani abbiano chiaramente tratto beneficio dal successo del Prosecco italiano» ha affermato Bosco. E ha aggiunto: «Il problema non è solo l’appropriazione del valore economico e dell’immagine, ma che questi prodotti non originali finiscano per trarre in inganno e confondere il consumatore. (…) Siamo solidali con la tesi culturale portata avanti dai produttori, ma suggerirei loro di lottare per valorizzare i loro vini, che sono unici».

I tentativi per salvare una tradizione

La battaglia dell’UE per i diritti di denominazione di articoli di consumo popolari potrebbe, dunque, finire per costare ai produttori australiani milioni di dollari. Ma per molti non è solo una questione di soldi o burocrazia. Nel caso del Prosecco, i viticoltori australiani rivendicano il popolare spumante come parte della loro identità migrante e culturale. Nei mesi scorsi il governo ha creato una “audizione pubblica” per dare al settore del vino, alle parti interessate e ai consumatori la possibilità di dire la propria, anche con l’hasthag #SaveAussieProsecco (The Shout). Secondo l’enologa Katherine Brown, la cui azienda (Brown Brothers) è diventata la più grande produttrice locale di Prosecco, gli australiani lotteranno per continuare a utilizzare il nome Prosecco (ABC e Winetitles). E lo ha confermato anche il ministro dell’Agricoltura Murray Watt (News.com.au).

Foto di apertura: da tempo gli australiani producono una loro versione di Proscecco © A. Kalina

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