Pre British, ovvero il Marsala prima del Marsala

Pre British, ovvero il Marsala prima del Marsala

Viaggio alla scoperta dell’antenato del Marsala, frutto di un invecchiamento naturale sull’esempio del Perpetuo e del Solera. Oggi a produrlo è un ristretto gruppo di vignaioli –  tra cui De Bartoli, Francesco Intorcia, Vincenzo Angileri e Nino Barraco –  che ha recuperato le antiche tradizioni per ridare vita ad un vino senza tempo.

La storia è nota. Nel 1773 John Woodhouse, commerciante di Liverpool sulla rotta di Mazara del Vallo per un carico di soda, è costretto ad attraccare a Marsala a causa di una tempesta. Conquistato dal vino locale, che gli ricorda l’amato Madeira, ne acquista una cospicua partita e, per renderlo più stabile in vista della traversata verso l’Inghilterra, aggiunge al vino dell’acquavite. Il successo sarà tale da spingerlo a trasferirsi a Marsala per aprire uno stabilimento di produzione, in breve tempo imitato dall’inglese Benjamin Ingham e dall’italiano Vincenzo Florio.

Ascesa e caduta di un vino unico

Quel vino di Marsala che aveva fatto girare la testa a Woodhouse era con tutta probabilità prodotto con il metodo perpetuo, sul modello del Solera, o comunque con un lungo invecchiamento senza fortificazione; quest’ultima, introdotta poi dagli inglesi, avrebbe generato il moderno Marsala, il vino italiano del Novecento più esportato nel mondo, poi oggetto di abusi di ogni tipo – dall’allargamento della base ampelografica e dell’area di produzione alle bieche politiche di sfruttamento commerciale del prodotto – che ne avrebbero rovinato l’immagine. Il peggio sarebbe arrivato nel secondo Dopoguerra, quando viene venduto come vino aromatizzato all’uovo o alla mandorla e svilito come ingrediente per cucinare le scaloppine o lo zabaione. La parola “marsalato” entra addirittura nel linguaggio tecnico come sinonimo spregiativo di vino ossidato, decrepito, degradato.

La riscoperta e le versioni Pre British

In tempi più recenti, accanto a derive mai arginate, si ricomincia a produrre un Marsala di qualità, che rimane in ogni caso un vino fortificato – ottenuto con aggiunta di una mistella o sifone (mosto fresco addizionato di alcol etilico o di acquavite di vino) o di una concia (mistella con mosto cotto o mosto concentrato e alcol) che rinforza il colore e aumenta la dolcezza – e il cui disciplinare di produzione, perso in mille tipologie, specifiche e sottospecifiche, mette ancora oggi a dura prova l’orientamento del più smaliziato dei consumatori.
Si sfilano da questo contesto i rari Marsala cosiddetti Pre British, che ovviamente Marsala non sono (non quantomeno dal punto di vista ufficiale, giuridico) ma che recuperano la tradizione più antica e autentica del vino di Marsala: lontano dalle mistelle e dalle conce, vengono prodotti con un invecchiamento naturale, “perpetuo” (sull’esempio del metodo Solera) o altro che sia.

Il pionierismo di Marco De Bartoli

Pioniere del “vino rurale” di Marsala è stato Marco De Bartoli, artigiano verace e produttore visionario (“tra i pochi vignaioli emblematici d’Italia tutta”, disse di lui Gino Veronelli), propugnatore di un ritorno alle origini senza aloni di romanticismo o rimpianto, ma in nome di una tradizione da preservare, da difendere, da far sopravvivere per non perderne la memoria (uno dei grandi mali del nostro tempo). «L’originalità consiste nel tornare alle origini», diceva citando Gaudí. «Sono conservatore e orgoglioso dell’appartenenza alla mia terra, sono stato sempre ribelle a qualunque obbligo di formalismo, ma molto riverente ai valori umani».

Il Perpetuo di De Bartoli

Nasce così nel 1980 il Vecchio Samperi, diventato nel tempo un’etichetta di culto. Dopo la sua scomparsa nel 2011, ne continuano l’opera i tre figli Renato, Sebastiano, detto Sebio, e Josephine, chiamata Gipi. Erede moderno dell’antico stravecchio, il Vecchio Samperi, prodotto con le uve Grillo dai 12 ettari della contrada Samperi (da cui il nome), viene fatto fermentare spontaneamente in fusti di rovere e di castagno a temperatura ambientale, dove trascorre una ventina d’anni d’invecchiamento con l’aggiunta annuale di una percentuale di vino più giovane e una serie di travasi verso l’ultima fila di botti aderenti al suolo, secondo il metodo perpetuo o Solera, che garantisce costanza qualitativa e coerenza stilistica.
L’imbottigliamento del 2023 ha limpido colore ambrato dalle sfumature topazio, sentori di mare, torba, castagno, frutta secca, mallo di noce, un palato al contempo frontale e avvolgente, con arbusti, aria salmastra, note empireumatiche, scorza d’arancio imbevuta nell’alcol, echi speziati in un quadro gustativo complesso e iodato, puntuto e sapido, penetrante e persistente. Un soffio di purezza.

La visione di Francesco Intorcia

È da una quindicina d’anni che Francesco Intorcia, “marsalista convinto” come si definisce, terza generazione di una famiglia che produce vino dal 1930, sta perseguendo – dopo un percorso di riflessione e senza dimenticare degli insegnamenti del padre Antonio – una propria idea di Marsala, allontanandosi dal passato industriale della zona e della casa, partendo dalla vigna e valorizzando il patrimonio delle vecchie riserve contenute in cantina.
Così l’Heritage della famiglia si è, tra le altre cose, focalizzato sul Metodo Perpetuo Tradizionale, con una sorta di solera in un’unica botte: la prima annata immessa nel legno è stata la 2014, ringiovanita di anno in anno per essere poi imbottigliata nel 2016. L’ultimo Pre British imbottigliato (Grillo in purezza) ha colore ambra-dorato leggero dai riflessi biondo-trasparenti, sentori salmastri, spiriti alcolici e sfumature di frutta secca (noce). Al palato si mostra equilibrato, felpato, ammandorlato, con sensazioni di torba, mandorle tostate, spezie, iodio e uno sviluppo gustativo di delicata morbidezza, un andante salmastro-tostato-speziato dal finale asciutto, sapido, persistente.

Il Numero 73 di Vite Ad Ovest

Sette ettari di vigna ad alberello appartenente alle famiglie Puleo Portelli e Angileri, sparpagliati lungo diverse parcelle tra Marsala e Mazara del Vallo in nove differenti zone distanti tra loro fino a 15 chilometri e oggetto di un’intelligente mappatura visibile anche sul sito aziendale: è il patrimonio che oggi l’ex rugbista Vincenzo Angileri conduce con passione e perseveranza, praticando una viticoltura virtuosa (regime biologico certificato) e un’enologia quanto più fluida, naturale possibile, cercando l’essenza delle cose.
Proveniente da vigneti di Grillo e Catarratto di età compresa tra i 30 e i 40 anni, da una fermentazione spontanea e da un affinamento in botti di varia capacità, il N° 73 è un “perpetuum” ottenuto da una base di vino del 1973 (da cui il nome) rinnovata anno dopo anno. Il colore, velato alla vista, è ambrato con intensi riflessi arancio e si muove viscoso nel bicchiere. Il naso, scandito da una vitale quanto vibrante volatile, offre un paniere di frutta secca e umori di granaio come un Vin Santo secco e salmastro, con note balsamiche che si aprono a raggiera. Il sorso è secco, asciutto, potente, profondo, con un corredo gustativo ampio e screziato: arbusti, fogliame di bosco, terriccio bagnato, humus, funghi, mandorla tostata, gheriglio di noce. La sapidità è persistente, quasi feroce, con infiltrazione salina e tensione ossidativa nel finale. Umorale, viscerale, irriducibile.

L’Altogrado di Nino Barraco

Artigiano e, come scrive sulle etichette dei suoi vini, contadino, Nino Barraco, attivo sul suolo marsalese dal 2004, è tra gli artefici della piccola, silenziosa rivoluzione che ha riattivato in questo angolo occidentale della Sicilia il fermento di piccole cantine private, di giovani appassionati, di retaggi familiari rivisti alla luce dell’enologia moderna ma con uno sguardo sempre aperto sulla storia e la tradizione. Dai 18 ettari e mezzo condotti secondo pratiche biologiche certificate traggono origine vini riconoscibili, vini emotivi, vini di personalità, quei vini cioè che Nino ama produrre e bere. Tra questi l’Altogrado Catarratto occupa un posto di primo piano.
Fin dal nome è una versione integrale di bianco marsalese: non un Marsala e nemmeno un Pre British, visto che arriva da una singola annata, ma un’interpretazione di territorio. Il vino nasce da vigna di mezzo ettaro e quasi mezzo secolo d’età, da una terra rossa su pietra calcarea, da una maturazione in botti di castagno da 1000 litri colmate solo per i primi due anni. Il 2016 ha colore arancio intenso, vivo e velato. L’olfatto restituisce una macerazione ariosa di fiori gialli, di fiori d’arancio, di fiori secchi, di ginestre, di ossidazione nobile e controllata, con lento rilascio di frutta secca (mallo di noce). La bocca è piena, dritta, dal tannino elegante, equilibrato, dalla vigorosa forza alcolica che non urta mai il palato, dalla persistenza lunga e frontale che emana umori territoriali, fiori gialli, erica, scorza d’arancio.

Una nota finale sul servizio e gli abbinamenti

Serviti molto freddi, alla moda anglosassone, i Pre British sono perfetti come aperitivi e ottimi con i frutti di mare, ma perdono qualcosa sul piano olfattivo. A temperatura più moderata (ma non ambiente, specie nella bella stagione), i profumi spiccano in tutta la loro complessità, lo spirito alcolico diventa più caldo e avvolgente e l’abbinamento sposa piacevolmente i piatti locali (la pasta alle sarde; le fettuccine alla bottarga, uva passa e finocchietto; le sarde a beccafico) oltre al carciofo (verso il quale la maggior parte dei vini si arrendono), ai piatti di pesce salsato, alle carni bianche. Nobilmente ossidativi, questi vini, conservati in frigo dopo essere stati stappati, durano settimane, anzi mesi.

Foto di apertura: © N. Ciaccio – Marco De Bartoli

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© Riproduzione riservata - 26/03/2024

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