Passaggi generazionali

Passaggi generazionali

Permetteteci di dedicare poche righe al piccolo mondo di Civiltà del bere, ma questo è decisamente l’anno del passaggio generazionale e, inoltre, tra poco più di un anno doppieremo la boa del quarantesimo dalla nascita. Come molti sanno, infatti, la rivista fu fondata nel 1973 (prima uscita gennaio 1974) da mio nonno, Pino Khail, con lo scopo di difendere e valorizzare i brand del vino italiano che si trovavano a un bivio: puntare sull’immagine e sulla qualità o restare il simbolo dei migranti e delle osterie. Sappiamo com’è andata: un fiorire di marche che in quarant’anni hanno conquistato enorme prestigio e autorevolezza nel mondo. In Italia, abbiamo assistito a una rivoluzione culturale, sociologica ed economica, al punto che la conoscenza del vino è divenuta uno status symbol.
Tale risultato non è stato certamente generato dalla nostra testata, ma un certo ruolo in questo scenario ci viene onestamente riconosciuto. Non è dunque un testimone leggero, quello ricevuto in questi anni da Pino Khail, ma faremo del nostro meglio per ricambiare la sua stima con i risultati (che lui, da pragmatico, anteponeva a ogni filosofia) e per scrivere un nuovo capitolo di Civiltà del bere.
Quanto a sfide, d’altronde, siamo in ottima compagnia. Piero Antinori, Angelo Gaja, Gianni Zonin, tanto per citare tre grandi dell’enologia italiana, hanno rivoluzionato le proprie aziende, affermando un nuovo concetto di qualità e di marketing rispetto alle precedenti generazioni. Adesso tocca alla tripla A di Albiera, Alessia e Allegra Antinori. A Gaia, Giovanni e Rossana Gaja. A Domenico, Francesco e Michele Zonin.
A loro spetta un compito assai arduo, in un momento economico così delicato. Ma il viaggio continua, e all’affascinante tema del passaggio generazionale dedicheremo il nostro tasting di Vinitaly, che s’intitolerà: “Father-to-son” (Verona, mercoledì 28 marzo 2012).
Siamo al cospetto di una recessione mondiale? Calano i consumi? Dipende. Non dobbiamo credere troppo alle statistiche, che ci dicono tutto, tranne l’essenziale.
È scesa in campo la generazione post-moderna, fluida e mutevole, aperta e un po’ insicura, ma ci adattiamo al cambiamento e desideriamo proteggere il nostro angolo di piacere. Il vino, per molti, è una componente di questo angolo, quando è racconto, mito, quando è esclusivo, ma anche quando è semplice, schietto, comunicativo, con le ostriche e con il salame. Quando cominciamo a capirlo, ce ne innamoriamo. Siamo infedeli, ma anche recidivi, e nella giostra delle esperienze, conviene forse proporre un’identità forte a questo consumatore post-moderno.
Negli States si stanno studiando i post baby boomers. I padri si erano avvicinati al vino dal nulla, quarantenni, ma i figli a venticinque sono già attratti da questo mondo. Hanno già voglia di capire questo nettare intrigante. Lo stesso sta capitando in Italia.
Ciò significa che, in proiezione, il vino di pregio ha solo margini di crescita. Sta al marketing, a chi commercializza e a chi comunica, intercettare l’onda, soddisfare la curiosità di questi ragazzi, ma senza banalizzare né il mezzo né il messaggio, cioè senza credere che la soluzione sia digitalizzare tutto. I wine-bar, gli eventi, i luoghi di socializzazione, quelli reali, continueranno a essere i principali atenei del gusto. Forse le riviste di carta non esisteranno più, le leggeremo sui tablet, sull’iPad, sul telefono ma poco importa, quello che conta è mantenere il contatto tra un mondo e il suo pubblico, rigenerarlo e conquistare il lettore. Questa è la nostra missione di comunicatori e siamo già alacremente al lavoro con uno staff giovane, con una visione ampia per raccontare il vino – semplicemente questo sappiamo e vogliamo fare – ai curiosi, a chi non si ferma al passaparola, alla superficie. Utilizzeremo tutti i mezzi: dalla carta (che a noi, onestamente, piace), ai supporti digitali, agli eventi, agli “enoluoghi”…  Non siamo gli unici a farlo, ma cercheremo di farlo diversamente, per mantenere forte la nostra identità, nel solco della lezione di Pino Khail. Non rinunceremo al nostro dna, composto di precisione, rigore e serietà, ma senza essere seriosi (non sarebbe post-moderno…), quindi con ironia e un pizzico di civile polemica. La nostra dimensione è sartoriale, abiti cari forse, ma su misura, per i lettori – professionali e amatoriali – e per i nostri partner che faticano in vigna, in cantina e in giro per il mondo con il trolley sempre in mano. Non seguiremo le mode. Civiltà del bere è stata fondata da giornalisti per fare informazione; siamo tutti professionisti, altri collaboratori lo diventeranno, perché abbiamo anche la fortuna di formare qualcuno, com’è accaduto con tanti praticanti ora ben piazzati nel mondo dell’informazione enologica. E la storia continua…

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© Riproduzione riservata - 06/02/2012

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