New Deal o grande sbornia d’autunno?

New Deal o grande sbornia d’autunno?

Quando torneremo alla normalità?”, ci chiediamo. Ma potremmo anche sostituire l’avverbio interrogativo: “Come?”. L’impressione è che il mondo del vino stia ripetendo schemi antichi, sia in termini di proposte, sia negli atteggiamenti.

La maggior parte di noi, quarantenati, sta passando le giornate più a immaginare il futuro, che a vivere il presente. Uno dei quesiti più grandi nelle nostre menti, e nelle nostre chat, riguarda il quando potremo tornare alla vita reale. Anche perché, parlando di vino, un prodotto ad alto contenuto di socialità, tutto è fermo a parte l’e-commerce, la grande distribuzione e qualche enoteca che si è organizzata con le vendite a domicilio.

Immaginare quando (e se) il mondo del vino riprenderà le sue normali attività pre-Coronavirus è impossibile: sono troppe le incognite relative al virus e alla sua evoluzione, sia microbiologica sia sociologica. Dopo Cina e Italia, infatti, molti altri Paesi stanno subendo lo tsunami dell’infezione e sono stati messi in lockdown, con un miliardo di persone nel mondo, si stima, che in questi giorni sono chiuse in casa e la maggior parte delle attività non essenziali sospese.

Se ultimamente la Cina, prima ad essere travolta e prima a tentare di rialzarsi, sta dando segnali di speranza, questi sono davvero troppo lenti e deboli per infonderci un deciso ottimismo. Sono passati tre mesi e i luoghi della prima inondazione sono ancora tramortiti e terrorizzati da un’ondata di ritorno.

Le speranze riposte nel prossimo autunno

Senza volersi spacciare per gli ennesimi esperti virologi, proviamo semplicemente a osservare ciò che sta accadendo altrove (cosa che forse avrebbero potuto fare i governanti degli altri Paesi europei che, mentre noi chiudevamo tutto, continuavano a sostenere che fosse “poco più che un’influenza stagionale”). Se seguissimo il decorso cinese, posto che è passato un mese dall’inizio dei nostri dolori, a giugno i numeri potrebbero permetterci di tornare cautamente alle nostre attività, aiutati probabilmente (lo sostiene qualche virologo, ma non tutti) da un clima meno ideale per il Covid-19, e più felice per noi.

Quindi, sempre “se” e “forse”, dopo un’estate senza ferie (o pochi giorni di elioterapia) dato che ce le siamo giocate tutte ora, il prossimo autunno i ragazzi potrebbero tornare a scuola (chissà, forse isolati dai compagni di banco, a due metri di distanza, con divieto di abbracciarsi) e noi al ristorante, alle degustazioni, alle fiere.

Come sarà la “normalità” post Coronavirus?

“Quando torneremo alla normalità?”, ci chiediamo. Ma potremmo anche sostituire l’avverbio interrogativo: “Come?” È certamente su questo terreno che ci giocheremo la partita. Le regole sociali cambieranno, nasceranno nuove abitudini dopo che le precedenti, interrotte per mesi, saranno deboli. Tanti di noi, ancora a lungo, saranno molto cauti nel partecipare alla vita sociale: dal giorno “zero”, quello in cui nessuno sarà più (ufficialmente) contagiato, timorosi di un reflusso, quanto impiegheremo per sentirci davvero tranquilli?
Noi siamo ottimisti per natura, siamo sicuri davvero che “andrà tutto bene”, ma queste riflessioni ci paiono il minimo della ragionevolezza.

È evidente che, da organizzatori di eventi e degustazioni, quali siamo stati fino a ieri, e da comunicatori del vino, quali vorremo sempre essere, ci piacerebbe credere che a ottobre ci troveremo come fosse un mese fa. Torna alla memoria una canzone di Roberto Vecchioni: “Noi ci ritroveremo ancora insieme, davanti a una finestra, ma molte molte lune in là e poche stelle in meno. E forse sarai stanco per la corsa del topo, probabilmente vecchio per inventare un nuovo gioco” (Dentro agli occhi, 1982). Forse saremo davvero stanchi per ripetere vecchi giochi, ma speriamo ancora giovani (almeno di spirito) per inventarne di nuovi.

Nel mondo del vino si ripetono schemi (ed errori) antichi

Eppure, l’impressione è che il mondo del vino stia ripetendo schemi antichi, sia in termini di proposte sia in termini di atteggiamenti, anziché approfittare di questo tempo sospeso per rimanere in silenzio e scatenare la creatività in un clima di profonda unità. Pensiamo a come mantenere le nostre rendite di posizione e, pur intonando ogni giorno in ogni luogo “Fratelli d’Italia”, guardiamo in fondo ancora a Milano o a Verona o a Canicattì. Così assistiamo alla corsa a ricollocare le date dei nostri eventi, prima possibile, entro l’anno, perché altrimenti il bilancio si sgretola (e questo è vero, purtroppo, anche per noi), e ci muoviamo con alleanze e logiche che fanno ormai amaramente sorridere.

Pensiamo alla saga di Vinitaly, rimandato da aprile a giugno prima che la concorrente ProWein annunciasse nuove date o, come ha poi fatto, rinunciasse del tutto all’edizione 2020; Vinitaly attendista di fronte allo sconcerto di centinaia di clienti espositori che non potevano immaginare una fiera a giugno, e infine Vinitaly soppresso con l’arrivederci al 2021, ma con la promessa d’essere “a disposizione del comparto e con esso del sistema di promozione tramite la progettazione e la realizzazione di un evento innovativo da tenersi nell’autunno 2020 al servizio diretto delle aziende”. Oltre a rafforzare le proprie manifestazioni all’estero per il secondo semestre, in particolare in Cina e in Russia.

Siamo ancora fermi a queste logiche?

Tale dichiarazione, crediamo di sincera e totale apertura per un evento “intermedio” e corale, non ha però considerato il già esistente e ricco palinsesto autunnale. E ciò è ovviamente dispiaciuto a chi a Milano si sta impegnando da tre anni nella costruzione di un evento innovativo, da tenersi come sempre in ottobre: la Milano Wine Week presieduta da Federico Gordini, che già conta sull’alleanza con un altro tradizionale evento autunnale di successo, il Merano Wine Festival di Helmuth Köcher. Ma chissà, forse la dirigenza di Veronafiere non aveva escluso a priori una collaborazione con la manifestazione milanese, che coinvolge già tanti altri operatori del settore, diversi Consorzi di tutela di vini italiani, professionisti della comunicazione, critici enologici ecc…

Eppure, persino un ex ministro della Repubblica (Gian Marco Centinaio, Lega) ha sentito il bisogno di ricordare pubblicamente che, annullato il Vinitaly, il boccino poteva dunque passare alla Milano Wine Week, rispolverando un’antica polemica che risale a quando i veronesi avvertirono il pericolo dei milanesi che tentavano di realizzare un’altra fiera alternativa a Vinitaly (erano i tempi del MiWine, 2004 e 2006). Che questo fantasma fosse stato in effetti evocato lo mostra la replica del senatore Vincenzo D’Arienzo (PD): «Il collega ha rispolverato la vecchia e mai sopita volontà di Milano di sottrarre a Verona l’importantissima manifestazione fieristica sul vino». Davvero, siamo ancora fermi a queste logiche?

Sarà un autunno molto caldo

Ed ecco anche perché, a seguire i vecchi schemi, l’autunno del vino sarà davvero molto caldo: in Italia oltre alla Week di Milano, al Festival di Merano, al Vinòforum e Champagne Experience a Roma, manifestazioni che durano più giornate, si terranno anche decine di degustazioni e incontri di un giorno, come le presentazioni delle varie Guide enologiche; al momento, nel nostro piccolo ci siamo anche noi, con il Simply the best (28 ottobre). Per non parlare dell’estero: per esempio, l’impegnativa settimana di assaggi del Decanter World Wine Awards è stata spostata da fine aprile a fine settembre. Ma l’elenco sarà così fitto da poterlo immaginare come un’unica degustazione senza soluzione di continuità da settembre a Natale. Il tutto mentre, vendemmie a parte (non dimentichiamoci delle difficoltà che si incontreranno per portarle a termine), le aziende vinicole saranno pesantemente impegnate a incollare i cocci. E gli agenti di commercio (che danni stanno subendo anche loro, in questo periodo!) si batteranno come leoni per recuperare ordini e rapporti con il canale horeca (hotel, ristoranti, enoteche, banqueting ecc…).

Sbornia o New deal?

Si prospetta questa grande sbornia collettiva, da Merano a Palermo, mentre saremo ancora scioccati da un’esperienza inedita, persino diversa da quella delle guerre, che la Storia ci ha tramandato con tutti i loro risvolti, e le cui ricette anche economiche conosciamo bene. Tanto che i governi e gli economisti parlano di “New Deal”, cioè il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione. Ecco, in effetti è esattamente ciò che servirà, “quando tutto questo sarà finito”: il New Deal del vino, un piano di riforme strutturali, di aiuti economici e sociali, di razionalizzazione delle attività e di nuove idee, affinché nei prossimi mesi e anni il vino italiano (ma diremmo, il vino come patrimonio dell’umanità) possa continuare ad essere parte non solo integrante, ma benefica e gioiosa della nostra esistenza.

Immagine in apertura: dettaglio di “Festa di San Martino” di Pieter Bruegel il Vecchio (1565-1568)

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© Riproduzione riservata - 27/03/2020

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