Scienze Scienze Matteo Forlì

Nasce Piwi Italia, il futuro è nei vitigni resistenti?

Nasce Piwi Italia, il futuro è nei vitigni resistenti?

Battezzata ufficialmente la nuova associazione, che avrà sede alla Fondazione Mach di San Michele all’Adige. Il presidente Marco Stefanini: «Ricerca genetica su nuove varietà e impegno politico per autorizzarne l’utilizzo».

I vitigni ibridi, detti Piwi – dal tedesco pilzwiderstandfähig (resistente ai funghi) – sono per molti una frontiera importante da esplorare nella battaglia alle malattie della vite. L’attività di sperimentazione su questi incroci tra viti europee e americane è in fermento e la loro diffusione sta crescendo sensibilmente sul territorio vitato italiano. Per dare nuovo impulso e voce autorevole a questo trend è nata – ufficialmente con l’atto costitutivo registrato all’Agenzia delle entrate venerdì 12 gennaio 2024 – Piwi Italia.

Sinergia tra eccellenze della ricerca

L’associazione avrà sede in uno dei templi della ricerca vitienologica italiana, la Fondazione Mach di San Michele all’Adige, e sarà presieduta Marco Stefanini, responsabile dell’Unità di Genetica e Miglioramento Genetico della Vite nel Centro di Ricerca e Innovazione del polo scientifico altoatesino. Riccardo Velasco, direttore del Centro di Ricerca in Viticoltura ed Enologia (CREA-VE) di Conegliano, avrà il ruolo di vicepresidente: due nomine che implementano la sinergia tra due tra i più importanti istituti di ricerca nazionali con l’intento di proseguire nel miglioramento genetico e schiudere nuove possibilità per la viticoltura italiana. 

Il neo-presidente di Piwi Italia Marco Stefanini firma lo statuto

Associazioni regionali unite

I soci fondatori sono i presidenti delle associazioni Piwi regionali oggi esistenti: Daniele Piccinin dell’azienda agricola Le Carline di Pramaggiore (Ve) per il Veneto, Thomas Niedermayr della Tenuta Hof Gandberg di Appiano sulla Strada del Vino per l’Alto Adige, Antonio Gottardi della Cantina La-Vis e Valle di Cembra per il Trentino, Stefano Gri della Cantina Trezero di Valvasone (Pn) per il Friuli Venezia Giulia, Alessandro Sala di Nove Lune di Cenate Sopra (Bg) per la Lombardia e PierGuido Ceste dell’omonima azienda di Govone (Cn) per il Piemonte. «Chiunque inizi a piantare varietà resistenti può iscriversi all’associazione che di fatto conta ormai più di 250 produttori italiani», aggiunge Marco Stefanini.

Resistenti e con una coltivazione green

Capaci di opporsi in modo naturale a patologie come oidio e peronospora, le peculiarità dei piwi consentono di ridurre drasticamente l’utilizzo di fitofarmaci. E anche di limitare i trattamenti con rame e zolfo a due-quattro l’anno, con un netto beneficio in termini di impatto ambientale. Inoltre, necessitano di meno acqua, garantendo una coltivazione dai costi inferiori
«I nostri obiettivi», spiega ancora Stefanini, «sono di diffondere e ampliare la conoscenza delle varietà resistenti e far pressione, anche a livello politico, affinché altre regioni le autorizzino nel rispetto delle peculiarità regionali. Sicuramente l’impiego di varietà resistenti rende la pratica agronomica più sostenibile dato che le resistenze sono di tipo naturale».

La sfida alla ricerca della qualità

Nonostante siano stati approvati da alcuni anni, e un discreto numero di essi sia già stato iscritto nel Registro nazionale delle varietà di vite, i piwi restano ad oggi poco impiegati. E il principale freno a una diffusione su larga scala risiede ancora nei dubbi sul livello qualitativo ed espressivo delle produzioni che regalano.
«Sono iscritte nel Registro nazionale delle varietà di vite circa 600 tipologie di vitis vinifera, le 36 resistenti attualmente presenti non possono sostituire 600 genotipi. Quello che cerchiamo di sviluppare a livello scientifico è una maggiore variabilità.  La nostra attività di ricerca avrà proprio lo scopo di mettere a disposizione dei viticoltori un numero sempre maggiore di varietà resistenti per poter valorizzare al meglio il proprio territorio con quelle più adatte».

La partita per la sostenibilità

La partita alla ricerca di varietà nuove, diverse e resistenti – è l’idea della neonata associazione – assume poi un ruolo particolarmente rilevante per garantire un futuro sostenibile e sano alle attività agricole. Dati di Assoenologi, riportati da Piwi Italia, ricordano che sebbene la viticoltura rappresenti solamente il 3% della superficie agricola europea è responsabile dell’utilizzo del 65% di tutti i fungicidi impiegati in agricoltura, ovvero 68 mila tonnellate/anno. La diffusione massiccia di agenti patogeni, arginati da pesanti interventi chimici per non compromettere i raccolti, certamente stride coi diffusi propositi di transizione ecologica e complica sempre di più la viticoltura convenzionale.

Foto: © Veneziaeventi.com

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© Riproduzione riservata - 23/01/2024

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