Le Cantine che hanno fatto l’Italia (2): Gaja

Le Cantine che hanno fatto l’Italia (2): Gaja

Con la sua esperienza di mezzo secolo nel mondo enologico, Angelo Gaja è tra i produttori che maggiormente hanno contribuito a valorizzare i vini italiani di qualità sui mercati internazionali, dapprima con i grandi rossi piemontesi e poi anche con i potenti ed eleganti vini di Montalcino e di Bolgheri. Gli chiediamo che cosa ha fatto la sua azienda per far conoscere e sviluppare il vino italiano nel mondo.

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Angelo Gaja consegue il diploma in Enologia nel 1959

«Non ci sono particolari alchimie: la nostra Cantina si è comportata nello stesso modo di molte altre, sostenendo alcuni semplici concetti: anzitutto ha difeso l’orgoglio italiano, per un Paese ricco di storia e di cultura dove il vigneto da oltre duemila anni è coltivato ovunque disegnando sul territorio paesaggi incantevoli; in secondo luogo riaffermando che il vino si accompagna al cibo durante i pasti e si consuma in compagnia; e, ancora, che l’Italia può e deve giocare con eguale successo sui due tavoli, quello delle varietà autoctone e quello delle varietà internazionali. Infine, che i produttori riconoscono e sono grati per l’azione straordinaria di penetrazione svolta sui mercati esteri in favore dell’agroalimentare di casa nostra dai ristoranti di cucina italiana inizialmente avviati dai nostri emigranti».
Parliamo un po’ dei suoi esordi, soprattutto guardando a ciò che è stato fatto all’estero. «Premetto che sono entrato in azienda nel 1961, per cui quest’anno sono esattamente cinquant’anni, un bel traguardo. Ebbene, a partire dalla fi ne degli anni Sessanta io e mio padre Giovanni abbiamo cominciato a guardare ai mercati stranieri, Germania e Stati Uniti per primi. I tempi, si sa, erano difficilissimi perché l’industria vinicola italiana esportava allora principalmente vini in bottiglioni da un litro e mezzo (Lambrusco, Frascati, Soave, Barbera, Chianti, Valpolicella), in fiaschi o in bottiglie di forma bizzarra a prezzi stracciati e tali da avvalorare l’opinione inglese del vino italiano cheep and cheerful, e niente più».

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Due bottiglie di Barbaresco a confronto

gaja 4«Proporsi di vendere il Barbaresco, vino totalmente sconosciuto, a un prezzo superiore al Barolo», continua Gaja, «sembrava impresa impossibile. Trascorsero perciò circa vent’anni prima che i nostri produttori riuscissero a ribaltare l’immagine del vino italiano all’estero. In questo senso furono di grande aiuto anche i riconoscimenti alla qualità dei vini prodotti dai molti artigiani del vino italiano e dalle sempre più numerose pubblicazioni in lingua inglese diffuse sul mercato americano all’inizio degli anni Ottanta. Uno di questi, mi piace ricordarlo, è il volume Vino, di Burton Anderson, così come significativi sono stati il Catalogo Bolaffi a cura di Luigi Veronelli e successivamente la Guida del Gambero Rosso».
In merito a quest’ultima pubblicazione, Angelo Gaja tiene a sottolineare come la propria azienda sia la sola Cantina italiana ad avere le 4 stelle, cioè più di 40 vini (per l’esattezza 47) incoronati dai “Tre bicchieri” nel corso del tempo. E fra i tanti importanti riconoscimenti avuti in questo mezzo secolo, Angelo ricorda in modo particolare quelli assegnatigli nel 1988 dalla rivista inglese Decanter quale “Man of the Year” e nel 1997 dall’americana Wine Spectator che lo ha inserito nella prestigiosa Hall of Fame.
Sono molti gli episodi che hanno visto protagonista lui o i suoi vini. Gli chiediamo di raccontarcene almeno uno. Eccolo. «Nella primavera del 1997 Sylvester Stallone andò a cena in un ristorante di New York in compagnia di due modelle di notevole splendore; venne ricevuto senza i consueti ossequi da un cameriere messicano, anche molto bravo, ma assunto nuovo dal ristorante. Sylvester chiese la carta dei vini e ordinò una bottiglia di Gaja, Sorì San Lorenzo 1982, da 900 dollari. Il cameriere premurosamente aprì la bottiglia e fece assaggiare il vino a Stallone: “Tappo!” decretò, andava sostituita. Il cameriere aprì una seconda bottiglia e fece assaggiare di nuovo: ancora: “Tappo!”, andava sostituita anch’essa. Il cameriere sentì la schiena gelare; disse che di bottiglie di Sorì San Lorenzo 1982 non ce n’erano più e che occorreva scegliere un vino diverso. Stallone insistette per una bottiglia ancora di Gaja, Sperss 1990, prezzo 580 dollari. Il cameriere aprì con esitazione anche la terza bottiglia e la sentenza fu ancora la stessa: “Tappo!”. Le modelle accompagnatrici erano ormai straordinariamente affascinate dal gioco; il cameriere tornò mogio in cantina dopo avere suggerito una quarta bottiglia, questa volta non più di Gaja».

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Giovanni Gaja, il padre di Angelo

Era un momento, quello, in cui sui giornali nostrani mancavano totalmente le notizie drammatiche o di gossip che imperversano oggi. Così l’informazione fu raccolta e diffusa dall’agenzia Ansa e strabordò sui giornali, riviste e bollettini parrocchiali, ovunque in Italia. «In effetti», continua Gaja, «qualche collega produttore azzardò che l’incidente fosse stato creato ad arte per guadagnare visibilità! Moltissimi a chiedere cosa era successo, e io a rispondere che tre tappi maledetti, uno dietro l’altro, erano improbabili come una nevicata a Roma il giorno di ferragosto. Nella scelta dei tappi siamo sempre stati di una pignoleria unica però ci sono circostanze nelle quali la sfortuna si accanisce contro. Il mercato tuttavia è un buon giudice e riconosce i meriti del lavoro fatto bene; resta invece per qualche tempo il pettegolezzo che è anche divertente (per gli altri)».
Con Gaja affrontiamo infine un richiamo all’attualità dell’export. «Per la nuova generazione che è entrata in campo di recente», spiega, «c’è oggi la consapevolezza di operare all’interno di una piramide della qualità e del prezzo che viene ovunque riconosciuta al nostro Paese per il vino italiano. Non è più come nei decenni Sessanta e Settanta, quando l’immagine dei nostri prodotti era sotto i piedi ed era impossibile ottenere di vedere il valore dei nostri vini migliori riconosciuto e pagato per quanto valeva. Questo non significa che tutto oggi diventi più facile: il mercato va costantemente affrontato con elevata capacità e professionalità, sia per chi intende operare nelle fasce di prezzo basso sia per quelli che vogliono cimentarsi nelle fasce di qualità e di prezzo alti».

1961 Ingresso in azienda di Angelo Gaja al fianco del padre Giovanni e prima annata della produzione del Barbaresco.

1988 La rivista inglese Decanter nomina Angelo Gaja “Man of the Year”, uomo dell’anno. Angelo acquista 12 ettari nel cru Marenca & Rivette, a Serralunga, dal quale si produce Sperss.

1994 Nasce la Cantina Pieve S. Restituta a Montalcino.

1995 Acquisizione di 10 ettari a vigneto nel cru Cerequio di La Morra, dal quale si produce Conteisa.

1996 Rilevamento della proprietà a Bolgheri, dove è stata costruita la Cantina Ca’ Marcanda.

1997 La rivista americana Wine Spectator inserisce Angelo Gaja nella mitica Hall of Fame.

2002 Muore Giovanni Gaja, considerato l’artigiano del vino più completo che il Piemonte abbia mai avuto. Oltre che enotecnico era laureato in Economia.

OGGI Export: 80% – Bottiglie più esportate: in eguale quantitativo tutti gli 11 tipi di vini prodotti – Primi mercati: Stati Uniti, Canada, Germania, Giappone e Inghilterra.

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© Riproduzione riservata - 08/06/2011

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