L’affaire Moncaro e le tappe di un brutto e pericoloso pasticcio

L’affaire Moncaro e le tappe di un brutto e pericoloso pasticcio

Dall’allontanamento dello storico presidente Marchetti al progressivo dissesto finanziario con debiti milionari nei confronti di fornitori e soci, passando per i licenziamenti dei dipendenti e la crisi della Cooperativa Agricola Moderna, braccio operativo del Gruppo. La ricostruzione dei fatti ad oggi.

Solo poco più di un anno fa, il 4 aprile del 2023, la più importante cooperativa vinicola marchigiana, Terre Cortesi Moncaro, si presentava in pompa magna al Vinitaly di Verona annunciando la firma di un accordo di investimento da parte di Ismea per 2,4 milioni di euro che le avrebbe consentito di “ampliare la gamma di vini prodotti e commercializzati, introducendo nuove produzioni di qualità già riconosciute e apprezzate dal mercato, tra cui i vini di Abruzzo e Sicilia”. Domenica 7 luglio 2024, a poco più di un anno di distanza, il maggior creditore della cooperativa marchigiana, un produttore dell’Emilia-Romagna che, per ora, preferisce rimanere anonimo e che vanterebbe crediti per 1,1 milioni di euro di vino bianco, rosso e mosto non pagati, dopo tre decreti ingiuntivi ha presentato istanza di fallimento al tribunale civile di Ancona dove è fissata l’udienza per il prossimo 5 settembre.
Cosa sia successo in questo anno e mezzo è una sorta di telenovela nella quale si intersecano vicende di ogni tipo, Cda infuocati con ribaltoni, acquisizioni in realtà mai fatte e un unico, drammatico, fil rouge: i debiti. Nei confronti dei soci conferitori e dei dipendenti, con un fuggi fuggi generale che secondo molti mette a serissimo rischio buona parte della vendemmia di quest’anno, secondo altri la sopravvivenza della stessa cooperativa, che potrebbe avere davvero i mesi contati.

Chi è Moncaro

Per capire la gravità della situazione basta scorrere i numeri che fotografano chi sia Terre Cortesi Moncaro: con sede a Montecarotto, nata nel 1964 in provincia di Ancona, può lavorare fino a 100 mila ettolitri di vino l’anno, ha (in realtà aveva) 60 dipendenti, 612 soci, 120 ettari di proprietà, commercializza circa 10 milioni di bottiglie, il 50% delle quali a certificazione biologica, ha un export di quasi il 30% e un fatturato intorno ai 30 milioni di euro.
Il Verdicchio di Jesi è legato a doppia mandata a questa cooperativa, che ne rappresenta tra il 20 e il 30% della produzione complessiva con una superficie dedicata a questa varietà di 450 ettari. Ma la cooperativa è anche un importante centro di raccolta di uve per tante altre Doc della regione: sotto il suo cappello ci sono la Cantina del Conero, acquisita nel 1995 (188 ettari complessivi, di cui 122 di Rosso Conero Doc e Conero Docg), e la Cantina del Piceno (580 ettari dei quali 400 sono quelli di Rosso Piceno Superiore). Premi e riconoscimenti non sono mai mancati, anzi, Moncaro è sempre stata considerata un esempio virtuoso del mondo cooperativo, riuscendo ad essere contemporaneamente un partner della grande distribuzione organizzata e allo stesso tempo una cantina in grado di produrre vini di alto livello, premiati dalle principali guide italiane.

La situazione finanziaria

Secondo quanto riportano le cronache locali da più di un anno a questa parte, la delicata situazione economica emerge alla fine di luglio dell’anno scorso: i debiti di Moncaro ammontano ai 38,5 milioni di euro, 4,5 in più rispetto al 2022. Moncaro ha un’esposizione nei confronti delle banche di 19,5 milioni e debiti nei confronti dei fornitori per 7,8 milioni, 2,4 nei confronti dei soci.
Le motivazioni che hanno portato a questa situazione? Diverse, alcune hanno radici lontane, altre più recenti. In un’intervista a Franco Alleruzzo, presidente della LegaCoop delle Marche (LegaCoop Marche è esposta in Moncaro, con il proprio fondo Coopfond, per 1 milione di euro), della quale Moncaro fa parte, i debiti sarebbero frutto di una sorta di tempesta perfetta nata con la pandemia, proseguita con lo scoppio della guerra in Ucraina, l’aumento dei costi fissi (vedi quelli energetici) e quello del costo del denaro. Infine la peronospora, che nel 2023 ha colpito duramente il vigneto marchigiano, a partire da quello dei soci di Moncaro con la perdita di una parte importante delle uve da conferire.

Villa Medoro: un’acquisizione mai andata in porto

Per mesi, tra le possibili cause del dissesto finanziario sollevate da più parti, vi sarebbe stata anche l’acquisizione da parte di Moncaro dell’azienda abruzzese Villa Medoro, con sede ad Atri, in provincia di Teramo (92 ettari divisi in quattro corpi, allevati con Montepulciano, Trebbiano, Pecorino e Passerina), attraverso la creazione della società controllata denominata Terre d’Abruzzo.
Un’operazione da 8,75 milioni, avallata, come detto all’inizio, anche da Ismea che contribuì con un finanziamento da 2,4 milioni di euro e che portò la proprietaria dell’azienda abruzzese, Federica Morricone, a diventare socia finanziatrice della cooperativa marchigiana con 1,5 milioni di euro a fine giugno del 2023. In realtà, di questa operazione, rimane solo la figura dell’imprenditrice abruzzese, attualmente membro del comitato esecutivo e, sempre secondo le cronache locali, responsabile di diverse aree della cantina di Montecarotto, tra le quali quelle del marketing, della comunicazione e delle risorse umane. Moncaro, infatti, non ha poi più acquisito Villa Medoro.
È la stessa Federica Morricone, in un’intervista rilasciata al magazine abruzzese Virtù Quotidiane lo scorso 15 marzo, a dirlo affermando che “le aziende si acquistano con i soldi e non con le chiacchiere”. Le “chiacchiere” sarebbero quelle dell’ex presidente Doriano Marchetti. In una recente intervista rilasciata al Gambero Rosso, l’attuale presidentessa Donatella Manetti conferma che, benché l’acquisizione di Villa Medoro fosse stata sostenuta da tutto il vecchio Cda, non è poi in effetti stata conclusa perché “I finanziamenti di scopo, che erano stati approvati esclusivamente per quell’operazione, sono stati usati per altri tipi di pagamenti all’insaputa del Cda”. Quali, per ora, non si sa.

L’improvviso e tumultuoso cambio di governance

Donatella Manetti, attuale presidentessa di Moncaro, e Doriano Marchetti, ex storico presidente della stessa cooperativa marchigiana, sono due protagonisti fondamentali di tutta questa vicenda. Il 27 febbraio 2024, infatti, il Cda di Moncaro sfiducia Marchetti e nomina presidente la vice Donatella Manetti. Doriano Marchetti era alla guida della cooperativa da 25 anni ed era stato riconfermato meno di un mese prima, il 13 gennaio, all’interno di un’assemblea che aveva votato all’unanimità il bilancio 2022.
Doriano Marchetti ad aprile è anche decaduto da socio e consigliere, dopo un Cda indetto poco prima dell’ultimo Vinitaly. Le polemiche non mancano perché la perdita da parte di Marchetti e di altri soci (più di un centinaio) del loro status, non consente, secondo gli esclusi, di convocare un’assemblea, richiesta da 107 soci, che avrebbe voluto sfiduciare proprio l’attuale Cda di Moncaro.

La crisi di Moderna, braccio operativo di Moncaro

All’interno di questa complicata vicenda, un ruolo di primo piano ce l’ha anche la Cooperativa Agricola Moderna di Castelplanio in provincia di Ancona. Di fatto è il braccio operativo di Moncaro e gestisce i 120 ettari proprietà diretta di Moncaro. Amministrata da Rossano Landi, pare non paghi gli stipendi da ottobre del 2023, sostenendo che non ricevere soldi da Moncaro. A sua volta, Donatella Manetti sostiene che Moderna abbia un debito nei confronti di Moncaro di 6 milioni di euro e 1,8 milioni di euro nei confronti dell’erario.
Moderna fornisce a Moncaro tra 15 e 20 mila quintali di uva all’anno ed è il suo primo conferitore di uve. A metà marzo sono arrivati i primi pignoramenti (due trattori), le operazioni di potatura sono rimaste bloccate e molti dipendenti hanno deciso di andarsene. La crisi di Moderna pare dipenda anche dal fatto che il nuovo Cda di Moncaro abbia bloccato i consueti anticipi in fattura, pratica invece portata avanti dal vecchio Cda. Il rischio che i 120 ettari gestiti in affitto di Moncaro quest’anno non producano uva è, quindi, molto più che una probabilità.

Sempre meno dipendenti

Prima di Natale 2023 si sono licenziati 10 dipendenti da Moncaro, da febbraio fino a fine giugno 2024 se ne sono aggiunti altri 25, sia dalla cooperativa di Montecarotto che da quelle di Camerano e Acquaviva Picena, tutti per giusta causa. Secondo quanto riporta sia il Corriere Adriatico che il Resto del Carlino, gli ultimi licenziamenti sono stati presi autonomamente perché Moncaro sembra non abbia pagato gli stipendi di aprile e maggio e neanche le prime tranche di arretrati del 2023, contravvenendo quindi agli accordi che invece erano stati presi con i sindacati. Dei 60 dipendenti iniziali dovrebbero quindi esserne rimasti in forza 26, la maggior parte dei quali però pare mandati in ferie forzate. Sono andati via in tanti: commerciali, agronomi, enologi.

Le incognite sul futuro

Secondo la presidentessa Donatella Manetti, a partire dal 27 febbraio, è finita un’epoca, non solo perché al timone non c’è più Doriano Marchetti, ma perché è ora cambiato un modus operandi, ora più legale e trasparente rispetto al precedente. Quello che sta succedendo, compreso l’esodo dalla cooperativa di buona parte dei dipendenti, sarebbe una normale conseguenza. Anzi, dal suo punto di vista, la cantina era sovradimensionata, con dipendenti che avevano privilegi non giustificati, con una montagna di debiti tenuti all’oscuro allo stesso Cda, del quale faceva parte anche lei.
Accuse importanti, ribadite anche martedì 9 luglio, durante l’ultima assemblea dei soci che, secondo le prime cronache locali (ancora il Corriere Adriatico), ovviamente si è tenuta in clima molto teso. Carabinieri che verbalizzano all’esterno le proteste di alcuni dei 180 soci esclusi dall’assemblea, l’ex presidente Doriano Marchetti, anche lui ormai senza lo status di socio, invece presente con una delega bollata da parte del notaio e che, come prevedibile, espone polemicamente le sue ragioni.
Che fare ora? I soci devono decidere se dare fiducia all’attuale gestione, che sostiene di essersi messa all’opera per trovare i fondi necessari per sostenerli. Il tempo stringe, perché la vendemmia è alle porte e i primi creditori si sono mossi chiedendo il fallimento. Alternative? Sembrerebbero non essercene, almeno sulla carta. Quel che è certo è che, al di là di chi abbia ragione o torto in questa vicenda e al di là del danno di immagine che certo fa rumore, lo potrebbe fare molto di più lo tzunami che si abbatterebbe sulle terre del Verdicchio se la situazione dovesse definitivamente crollare.

Foto di apertura: il vigneto Fondiglie di Moncaro

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© Riproduzione riservata - 11/07/2024

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