In Italia

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La sfida dei nostri bianchi? Per diventare internazionali bisogna essere molto italiani

12 Dicembre 2011 Roger Sesto
  Organizzato dal Consorzio Tutela Vini Collio e Carso, con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, il Convegno goriziano “Opportunità e minacce per i vini bianchi di eccellenza” ha gettato un fascio di luce su questo segmento di mercato, dopo un lungo periodo dominato dai rossi. D'altro canto, sulla scia di quanto sta avvenendo in Italia, dove il vino bianco si è portato al 55% del totale dei consumi, anche per l'estero è arrivato il momento del cambio di tendenza, tanto da poter dire che il futuro dei grandi bianchi italiani è sempre più internazionale. Particolare attenzione è stata data ai mercati di Usa, Unione Europea e Far East. Nette indicazioni sono venute dal personaggio che oggi meglio sa di come vanno i vini italiani negli Stati Uniti: Antonio Galloni; “uomo” di Robert Parker in Italia, inviato di The Wine Advocate. Cosa dice l'esperto? Prima di tutto riferisce di un'economia americana che è tornata a crescere, ma con dei consumatori molto attenti al rapporto qualità-prezzo. Sopravvive il mercato degli ultra-premium, ma sono le etichette di fascia media a soffrire di più. I distributori, sempre più grandi, spesso di proprietà degli stessi importatori, hanno un numero di referenze nel loro portfolio ormai in esubero e lo stanno snellendo. Inoltre, non di rado sono gli stessi importatori a creare etichette proprie, nel quadro fra l'altro di una legislazione molto eterogenea fra uno Stato e un altro della Federazione. Insomma, un mercato davvero complesso. Come riuscire a districarsi? I produttori italiani dovrebbero proporre bianchi identitari, sganciati da un ormai stanco stile internazionale: meno legno e meno alcol, insomma! Legarsi alle più importanti figure di sommelier professionali che operano nei più prestigiosi ristoranti delle metropoli degli States: loro sono i veri buyer, giovani, capaci, opinion leader. Cavalcare il momento positivo e dinamico che gode la ristorazione italiana in Nord America, grazie al suo lusso informale. Proporre bianchi da uve autoctone, delle regioni a più alta vocazione, sfruttando il potenziale enografico italiano, unico al mondo per varietà. E, soprattutto, andare sul posto: il produttore deve tornare “sul marciapiede”, facendo conoscere i sui vini portando con sé debite campionature per fidelizzare i clienti. Infine, meno tecnica e più “poesia”. Gli americani viaggiano poco, e quando bevono italiano desiderano fare un viaggio con l'anima: vogliono sentirsi raccontare delle storie, più che avere delle specifiche agro-enologiche. E bere bene, spendendo il giusto.  

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