Scienze Scienze Matteo Forlì

La Franciacorta mette un freno al Legno nero

La Franciacorta mette un freno al Legno nero

Individuati nuovi insetti vettori e piante ospiti e sistemi di contenimento: il progetto di ricerca del Consorzio Franciacorta annuncia importanti progressi sul contenimento del Legno Nero, un particolare giallume della vite. Che sul territorio ha provocato ingenti danni negli ultimi anni.

Rilevanti scoperte su diffusione epidemiologica, insetti vettori e piante erbacee ospiti, insieme a importanti risultati nella gestione della malattia. La Franciacorta marca un deciso passo avanti nel confinamento del cosiddetto Legno nero della vite, una patologia che ammorba circa l’1% dei vigneti destinati ai Metodo Classico tra i più rinomati d’Italia, ma che, nel caso di alcune cantine, ha colpito fino al 20%, e anche al 30-40% in alcuni casi particolarmente gravi, delle coltivazioni viticole. Un risultato raccontato di recente anche in un evento online, il convegno dal titolo Metodi di contenimento del Legno nero in Franciacorta.

Differenze tra giallumi

A differenza della Flavescenza dorata – l’altro giallume che ha avuto una diffusione esplosiva dall’inizio degli anni Duemila, costringendo all’estirpazione di interi vigneti, ma oggi sostanzialmente tenuto sotto controllo – Il Legno nero è un fitoplasma trasmesso da insetti (tra i principali una cicalina dal nome scientifico di Hyalesthes obsoletus), che non vivono prevalentemente sulla vite e che quindi rendono inutili trattamenti insetticidi nei vigneti.


Monica Faccincani, l’esperta del Consorzio per la tutela del Franciacorta che ha seguito gli studi sul Legno Nero

Non solo l’espianto

«Le piante infettate rappresentano solo una percentuale del totale, rendendo il Legno nero una patologia meno deflagrante della Flavescenza, e quindi meno dannosa, ma potenzialmente più difficile da controllare», spiega la dottoressa Monica Faccincani, responsabile dell’Ufficio tecnico del Consorzio per la tutela del Franciacorta. «Queste caratteristiche, unite all’impossibilità per i coltivatori di distinguere i sintomi manifesti dei due diversi giallumi, spingono le aziende spesso, nel dubbio, a eliminare l’intero vigneto colpito. Provocando non solo il danno economico dell’espianto/reimpianto ma anche quello derivato da un vigneto disetaneo, che non invecchia cioè in modo omogeneo. E dunque una differenza qualitativa tra viti giovani e adulte, differenti risposte vegeto-produttive e più elevati costi di gestione».

Collaborazioni universitarie

Queste problematiche hanno portato il Consorzio investire nella ricerca e avviare una collaborazione con il supporto scientifico del Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali della Facoltà di Agraria dell’Università di Milano (Disaa) e con il Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell’Università di Padova (Dafnae). Il progetto ha portato a significativi risultati in termini di conoscenza del fenomeno e permesso progressi nel suo trattamento.

Insetti vettori e piante ospiti

Il primo, pubblicato anche su riviste scientifiche internazionali, è stato evidenziare come esistano più tipologie di insetto-vettore e diverse piante erbacee ospiti del fitoplasma presenti nell’agroecosistema vigneto e coinvolti nella diffusione della malattia. «Anche alcune spezie utilizzate in agricoltura biologica nell’ambito del cosiddetto sovescio (pratica agronomica consistente nell’interramento di apposite colture allo scopo di mantenere o aumentare la fertilità del terreno, ndr) hanno mostrato queste problematiche, come la senape e la rucola», prosegue Faccincani.

legno nero della vite
Il fenomeno del legno nero in vigna

Metodologie di contenimento

La seconda conquista riguarda le metodologie di contenimento. «Grazie a evidenze osservate su piante che hanno mostrato remissione dei sintomi sono stati condotti esperimenti di sovrainnesti, con legno di queste piante, che hanno mostrato esiti incoraggianti. Così come si sono ottenuti risultati importanti nella riduzione del numero di piante sintomatiche dopo la somministrazione di alcuni biostimolanti e l’impianto di funghi entomo-patogeni applicati al suolo, che però richiedono umidità e legano perciò questo tipo di pratica alle condizioni metereologiche».

Manca la cura definitiva

Una cura definitiva però non esiste, ma questi approcci gestionali rappresentano un deciso progresso per il contenimento dei danni da Legno nero. Un fenomeno che nella Franciacorta, a danno dello Chardonnay in particolare, ha trovato terreno fertile negli ultimi anni, ma che è diffuso anche in molte altre zone, in particolare nel sud Italia, e su altre tipologie varietali, come ad esempio il Gaglioppo.

In apertura: uno dei principali vettori del Legno nero è una cicalina dal nome scientifico di Hyalesthes obsoletus

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© Riproduzione riservata - 24/11/2020

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