Dall'Italia Dall'Italia Matteo Forlì

L’Oltrepò? Chiamatelo OltrePinot

L’Oltrepò? Chiamatelo OltrePinot

Un evento a Casteggio (Pavia) per battezzare l’unione tra 20 Cantine e associare sempre di più l’Oltrepò Pavese al Pinot nero e alle sue due anime: rosso e spumante. Un minimo comun denominatore per un territorio variegato, che dà vita a vini dai nuovi sentieri espressivi che seguono la bussola dell’eccellenza.

C’era una volta un Oltrepò dall’identità meno definita e dalla personalità bisognosa di stare un bel po’ nel calice. Un territorio ricco di 150 e più varietà di uve e centinaia di etichette, ma dalla potenzialità paradossalmente soffocata da tanta abbondanza. Un distretto che oggi ha deciso di parlare della sua unicità e promuovere la qualità puntando sul figlio (adottivo) prediletto: il Pinot nero.

Verso un cambio di direzione

Così è nato Oltrepò, Terra di Pinot nero – un territorio, un vitigno, due eccellenze, evento che ha unito, il 27 settembre, 20 Cantine con la benedizione del Consorzio (anche se sei non ne fanno parte) nell’Antica Tenuta Pegazzera a Casteggio (Pavia). Degustazioni di nuove e vecchie annate e due masterclass – Metodo Classico e rosso – curate dai giornalisti Alessandra Piubello e Filippo Bartolotta per comprendere stili e principi nuovi sul solco di un auspicato cambio di direzione.

L’evento “Oltrepò, Terra di Pinot nero – un territorio, un vitigno, due eccellenze” si è svolto il 27 settembre nell’Antica Tenuta Pegazzera a Casteggio (Pavia)

L’inizio di una nuova comunicazione

L’affascinante e capricciosa varietà borgognona sulle colline lombarde a sud del Po è presente almeno da metà Ottocento e oggi copre 3 mila ettari dei 16 mila vitati; che corrisponde al 75% del vigneto di Pinot nero italiano ed è l’area di maggiore produzione in Europa dopo Borgogna e Champagne. Il Pinot nero non può certo raccontare tutte le sfaccettature della zona, ha specificato il direttore del Consorzio, Carlo Veronese («pensiamo solo all’importanza di vini come Riesling, Bonarda o Sangue di Giuda»).
«Ma esso può rappresentare il minimo comun denominatore di questo territorio e promuovere una sua visione unitaria. Ai tecnici e a tutta la filiera serve riorganizzarsi attorno a un progetto condiviso e fare crescere il sistema».

Far quadrato sulle eccellenze

Collaborazione, confronto e scambio tra produttori, ha sottolineato Ottavia Giorgi di Vistarino, «nascono con l’obiettivo di alzare l’asticella della qualità e per dare valore e immagine a un vitigno che nelle sue due versioni può davvero rappresentare le nostre eccellenze, senza inseguire confronti. Il nostro è il Pinot nero dell’Oltrepò, capace di emozionare per le sue caratteristiche che lo rendono unico».
Peculiarità che oggi stanno cambiando, con la scelta di un percorso virtuoso verso colture sostenibili e un passaggio dalla selezione clonale (in Oltrepò ci sono oltre 100 cloni del vitigno) a una visione più moderna di quella massale, per esaltare le peculiarità di ogni microzona e l’impronta del singolo produttore.

Fermento sul disciplinare del Metodo Classico

Dal 2019 al 2020 il trend di rivendicazione della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico è in netto aumento (+34,19%; ma sono solo 450 mila su oltre 1,5 milioni). La denominazione è in fermento. Allo studio una modifica del disciplinare, nuovo nome, le tipologie Riserva e Gran Selezione e l’introduzione del Pinot Meunier tra i vitigni ammessi; ma ancora oggi sono molte le Cantine che “fanno di  testa loro” imbottigliando Vsq (Vino spumante di qualità). E questa varietà parla nei calici in degustazione.

La masterclass sul Metodo Classico

Il Nature Metodo Classico Pas Dosé Vsq di Monsupello, tra i primi produttori a puntare su uno spumante a dosaggio zero, con 38 mesi sui lieviti, è diretto ed elegante (con una punta di Chardonnay in assemblaggio). Uno stile simile a quello di Calatroni (che pure è un Pinot nero 100%). Ilsuo Pinot 64 2017 Vsq Brut èun Metodo Classico che rispecchia la zona; siamo nella vocata Valle Versa su terreni calcarei e marnosi, più piovosa e con forti escursioni termiche. Bollicine che mostrano verticalità e tensione. Vergomberra 2017 di Bruno Verdi è decisamente più originale, figlio dell’approccio sperimentale del produttore: classe, corpo, armonia e invitante cremosità. La Piotta 80/90 2013 Pas Dosé Vsq è esponente di una tendenza che va verso lunghe soste sui lieviti (questo vino fa 60 mesi). Svela però alta acidità e un tratto sempre più tagliente.

Bollicine che esaltano le peculiarità del territorio

Così come lunghi affinamenti (96 mesi) sono quelli del Pas Dosé Farfalla Cave Privée di Ballabio; uve dal vigneto omonimo di 1,5 ettari e da vigne di 40 anni regalano bolle aristocratiche a un vino sapido, quasi marino. Eleganza e riconoscibilità, le parole d’ordine anche di Travaglino, spiccano nel Vincenzo Comi 2011 Pinot nero Brut Docg con assemblaggio di selezionati vini base solo nelle migliori annate. E la stessa nota fine abbraccia i rosé in degustazione: 145 2016 di Manuelina, Notte d’Agosto 2017 di Alessio Brandolini e Moratti Rosé 2015 Castello di Cicognola. Roccapietra Cruasè 2015 di Scuropasso, unico “cruasè” del lotto (marchio oltrepadano, con la crasi formata dalle parole “cru” e “rosé”), ci aggiunge materia e è un grande esempio del lavoro fatto sui lieviti indigeni.

La masterclass sul Pinot nero in rosso

La batteria di Pinot nero in abito rosso – con assaggi di prodotti d’annata, vini che hanno toccato legno e bottiglie invecchiate – ha il merito di infrangere gli stereotipi e raccontare l’evoluzione della mano dei produttori. Le due tendenze comuni emergenti negli ultimi anni sono la vinificazione con raspi interi, alla ricerca di un supporto alla struttura, e un allontanamento nel tempo della fermentazione malolattica, per avere più acidità e rallentare l’evoluzione del vino.

Un passo verso l’immediatezza

Evidente anche la direzione verso espressioni più giovani e fresche. Fulgidi esempi sono Terrazze 2020 di Mazzolino e Carillo 2020 di Frecciarossa. Un frutto pulito e nettissimo, macerazioni a freddo e solo acciaio nel primo; fermentazioni spontanee in botti di diverse dimensioni, profumi persino resinosi e balsamici per il secondo; entrambi succosissimi in bocca. Stessa esuberanza, una bacca rossa intensa e soprattutto quella dolcezza spontanea che la varietà sa regalare nelle interpretazioni di solo acciaio si colgono in Solonero 2018 di Manuelina. Più materia e struttura si percepisce nelle versioni con un breve passaggio in botte, come Tiamat 2019, esordio della piemontese Cordero in Oltrepò, un vino quasi nebbioleggiante con toni di corteccia e boisé; e Montelio Costarsa 2019 fatto con l’idea di ridurre la sosta in barrique e aumentare il tempo in bottiglia. Pensati ancor di più per un lungo futuro sono Bertone 2018 Conte Vistarino, uve da uncru di 1,5 ettari cui il legno dona eleganza e note fumé; e Poggio della Buttinera Pinot nero Riserva 2017 di Travaglino.

Foto di apertura: la denominazione oggi punta sul Pinot nero come minimo comun denominatore per dare un’unica identità al variegato territorio

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© Riproduzione riservata - 11/10/2021

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