Il vino naturale da nicchia a fenomeno di massa

Il vino naturale da nicchia a fenomeno di massa

La popolarità del vino naturale sta deteriorando l’autenticità dei suoi valori?

Quando Alice Feiring grida l’allarme per “la morte del vino naturale”, come è successo qualche mese fa sulle colonne del New York Times, non si può dimenticare Apocalittici e integrati, il saggio che Umberto Eco scrisse nel 1964. Il tema era la cultura di massa: da una parte gli intellettuali catastrofisti che la condannavano, dall’altra gli ottimisti che la elogiavano. Gli anni trascorsi dalla nascita dei mezzi di comunicazione di massa permettono una visione più razionale di questa contrapposizione. Nei pensieri di una delle più convinte sostenitrici della rivoluzione nei bicchieri, si ripete la storia antica di un fenomeno di nicchia che, diventando popolare, perde la sua identità.

La popolarità del vino naturale dovrebbe essere un trionfo

Ora che, sostiene Feiring, “ormai praticamente tutti sulla terra hanno sentito parlare di vino naturale, ottenuto da uve coltivate biologicamente, senza aggiungere o togliere nulla, la moda del naturale dovrebbe essere un grande momento di trionfo”. Invece? Invece “il mondo prima innocente del vino naturale è minacciato da opportunisti e grandi imprese. Tra prove tribali di lotta e di purezza”. Conclusione: “Il vino naturale non è morto, ma qualcosa è andato perso”.

Si sono davvero persi i valori di base?

All’inizio chi produceva vino naturale, sostiene Feiring, non lo faceva certo per mandare i figli al college. Non per sete di guadagno, ma per adesione a pensieri eticamente corretti: “Ora quegli ideali sono diventati un argomento di marketing”. L’inganno, a parere di Alice, sta nei dettagli: sugli scaffali di una grande catena ha trovato un vino italiano “sospetto”, controllando ha scoperto che conteneva lieviti selezionati, pratica scorretta “anche se non è un reato”.

Alice Feiring, paladina del vino naturale


La forza della richiesta “di massa”

Se avesse ragione Feiring, anche il successo del bio, dallo yogurt alle verdure, sarebbe da condannare. Di nuovo: il cibo bio da nicchia a mercato di massa. Invece, proprio come aveva intuito Eco ragionando di cultura e comunicazione, la verità non sta solo da una parte. Se si diffonde una consapevole richiesta, da parte di chi il vino lo acquista (e non si limita a riceverlo, degustarlo e scriverne), di metodi più sani di produzione, non si può che essere soddisfatti di questa presa di coscienza contro le forzature industriali. È positivo che anche le grandi imprese del vino riducano le pratiche invasive nei vigneti e in cantina e si adeguino alle richieste del mercato per un vino più sano e “pulito”.

Una visione apocalittica dell’autenticità perduta

Chiedere che questa onda verso il naturale sia estranea alle regole del mercato porta a una visione da economia pre capitalista. Feiring cita Guy Debord, il filosofo che, proprio negli anni Sessanta del secolo scorso, incarnò il movimento del situazionismo. “Tutto ciò che un tempo viveva di vita propria era diventato una semplice rappresentazione”. Quindi, Feiring – e come lei gli apocalittici dell’autenticità perduta – sostiene che il vino naturale è diventato la preda di “impostori”. È una banalizzazione del pensiero di Debord. Secondo l’autore della Società dello spettacolo, il lavoratore, nel tempo libero, viene sommerso di merci futili ed estetizzate per alimentare produzione e consumo, una messa in scena insensata e fine a se stessa. Ma il vino è, per sua stessa natura, un bene non necessario, almeno da quando ha perso il ruolo di alimento.

Si sta diffondendo una presa di coscienza sia etica che ambientale

Nessuno spettacolarizza il vino naturale per convincere le masse ad acquistarlo perché è indispensabile berlo. Al contrario, la diffusione di un vino sempre più corretto in rapporto all’ambiente è positiva, perché apre nuovi scenari, diffondendo valori importanti, come il rispetto della terra (e dei consumatori). La dimensione poetica del vignaiolo disposto a rinunciare al mercato pur di obbedire solo alla sua coscienza può ora tramutarsi in una presa di coscienza più vasta.

Servono però regole chiare e certe

Il problema è l’assenza di regole certe. Da quando, negli anni Settanta, un pugno di produttori di Beaujolais avviò il movimento del vino naturale, non esiste una definizione che metta d’accordo tutti. Da poco, il Sindacato del vino naturale che riunisce un centinaio di produttori francesi, un paio anche italiani, ha stilato un regolamento. Serviranno tempo e pazienza prima che venga condiviso da altri. E senza regole universali c’è spazio per fraintendimenti e trabocchetti.

La “nuova” Terza Pagina è dedicata alla cultura del vino e ogni settimana ospita opinioni su temi di ampio respiro.

Questa settimana prosegue il dibattito sul movimento del vino naturale riprendendo la rubrica “Controvento” di Luciano Ferraro in uscita sul numero 3/2020 di Civiltà del bere, il cui tema monografico è proprio “Naturale.

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© Riproduzione riservata - 07/08/2020

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