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Il nostro ricordo di Beppe Rinaldi

3 Settembre 2018 Alessandro Torcoli
La morte di Beppe Rinaldi lascia un vuoto incolmabile nel mondo del vino. Il celebre produttore è mancato ieri sera, quasi settantenne, sconfitto dalla malattia che combatteva da alcuni mesi. Barolista classico di chiare e caustiche vedute (da qui il suo soprannome: "citrico"), vero punto di riferimento per le Langhe, Beppe Rinaldi lascia la moglie Annalisa e le figlie Marta e Carlotta, che da tempo conducono l'azienda di famiglia. Noi lo ricordiamo così, nella "storia di vigna" che gli abbiamo dedicato un anno fa: Beppe Rinaldi e il fucile della rivoluzione.
Qualcuno l’ha definito citrico, io piuttosto lo trovo tannico, come il suo Barolo, quel vino che non è mai uguale a se stesso. E poi anche Giuseppe Rinaldi, meglio conosciuto come Beppe, lo ammette: «A me piace il tannino! Nelle Langhe tutto è tannico, anche il sedano, i cachi e i carciofi». Ergo, anche i vignaioli. Il breve giro in Langa con i miei quattro colleghi studenti all’Institute of Masters of Wine si conclude da Beppe Rinaldi. Dopo aver conosciuto anche Pio Boffa (patron della Pio Cesare) e Angelo Gaja, si sono fatti l’idea di una terra particolarmente feconda di caratteri forti.

Robespierre in cantina da Beppe Rinaldi

La marcata cadenza piemontese si appoggia bene sulle frasi in francese che scambia con il nostro compagno di viaggio Edouard. Visti uno accanto all’altro, i due non potrebbero essere più diversi. Edouard è un giovane, educato, conservatore che vive alle porte di Parigi, che raramente rinuncia alla camicia e al gilet da caccia, perfetto gentleman di campagna. Segue incantato il vigneron Rinaldi, contadino forgiato dalla fatica, che indossa un pesante maglione blu e si è avvolto uno sciarpone fin quasi alla bocca dalla quale pende un mozzicone di sigaro toscano. Eppure i due si trovano subito. Sarà il fascino della Francia su Rinaldi, e quello del vignaiolo rivoluzionario su Edouard?     E dire che l’incontro parte male: «Il re non fa le barriques, ma le barricate!» dice Beppe citando Robespierre. Rinaldi si alimenta di foglietti sparsi in cantina con le sue citazioni preferite, che rilegge con gusto tra sonore risate scartavetrate dal fumo. «Non mi piace Robespierre…», commenta Edouard, «perché rappresenta il terrore, nel quale non credo». «Si va beh, è vero…», replica sorpreso Rinaldi, e forse un po’ dispiaciuto per aver urtato la sensibilità dell’ospite francese. «…E poi le rivoluzioni non si fanno a metà. O complete, o niente! Eh eh eh…». Sembra un film. Da questo momento io mi godo le scene. E ce ne sono di gustose, anche se presto il discorso si fa serio.

Il difetto delle menzioni geografiche

«Ci spiega perché qui vi negano di scrivere da dove provengono le uve del vostro vino?» Domanda Robin, la nostra amica americana. «Perché ci obbligano a mentire!» … e boom! Parte la seconda schioppettata di Rinaldi. «Vede, qui la tradizione dal 1700 è sempre stata quella di assemblare vini provenienti da vigne diverse, per trovare un equilibrio di colore, struttura, acidità… si mescolano le uve di vigne diverse. E io lo scrivevo sulle etichette, come questa ad esempio!» E ci mostra una vecchia bottiglia di Barolo “Cannubi-San Lorenzo-Ravera”. Poi è arrivata la legge, adesso le menzioni geografiche… Si può indicare una vigna, come Brunate, e si può anche aggiungere fino a un 15% di un’altra vigna. «Ma non puoi dirlo!», esclama Rinaldi, che continua a mettere le uve de Le Coste nel Brunate, ma è costretto a mentire, o meglio a tacere, e può scrivere solo Brunate. Il “Cannubi-San Lorenzo-Ravera” adesso si chiama “Tre tine”… «Un’idiozia! Siamo costretti a usare un nome di fantasia… che poi solo banalmente le tine nelle quali vinifico separatamente le tre vigne. Che devo fare?…»

Il vecchio fucile della rivoluzione

Finito il giro, assaggiati dalle botti il Barolo 2013 delle Brunate e il Tre tine (che promettono bene), Beppe Rinaldi torna a ripetere amareggiato che la legge non ti consente di rispettare la tradizione. «La burocrazia non si cambia, si distrugge!», dice il rivoluzionario contadino che pare proprio esasperato dalle complesse regole di questo gioco. Imbraccia una vecchia carabina da caccia, come per mimare la rivoluzione ed Edouard s’illumina. Suo zio, nella Champagne è un collezionista di armi da caccia e riconosce il modello. «Davvero lo conosce?» chiede Rinaldi definitivamente colpito dalla competenza del francese. «E mi può forse trovare la baionetta? Sa… questo fucile avrebbe una baionetta…» «Lo so, certamente. Forse posso trovargliela. Chiedo a mio zio. Ma… lo sa che è vietata?». «Davvero mi può trovare la baionetta?!» Ripete felice come un bambino… Prima di partire conosciamo la figlia Marta. I due si bisticciano affettuosamente per una multa che non si sa bene chi l’abbia presa né da dove venga. Chiediamo di comprare del vino. Ma non c’è n’è. Le 16 mila bottiglie dell’anno sono già allocate e anche quelle dell’anno a venire. Edouard è sinceramente dispiaciuto, ma mentre scendiamo dalle nebbiose colline di metà novembre sorride «… se gli trovo quella baionetta….».

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