Il contadino di Godia, parabola di un rischio

Il contadino di Godia, parabola di un rischio

Una riflessione di Alessandro Torcoli sui provvedimenti appena adottati dal Governo italiano per contrastare l’epidemia di Covid-19. La chiusura dei ristoranti è un duro colpo non solo per i locali stessi, ma anche per tutta la filiera collegata, dai contadini, ai casari, agli allevatori, fino ai viticoltori

Primo lockdown. Le strade sono silenziose, i ristoranti serrati da giorni. E allora chi suona alla porta? Emanuele si trova davanti il contadino che gli ha sempre fornito il meglio della sua terra. Quelle primizie sono il vanto della sua cucina, simbolo di freschezza, genio e orgoglio friulano.

Una storia vera

Il vecchio ha gli occhi umidi e scintillanti alla luce tagliente dell’Est. Gli porge un cestino traboccante di asparagi trionfanti. Emanuele non capisce, è il contadino a parlare: «Questi sono i miei gioielli e te li ho sempre riservati. Ora non so che farne, ma non avevo cuore di buttarli via. Te li regalo e fanne quello che vuoi!». Ora è lui ad avere gli occhi gonfi, ritira la cesta senza riuscire nemmeno a ringraziare, sorride e chiude la porta.
Questo episodio, un po’ romanzato, è però verissimo. È un racconto di Emanuele Scarello, chef patron del ristorante Agli Amici di Godia (Udine), due stelle Michelin, dove ho avuto la gioia di cenare tra il primo lockdown, e questo semi-lockdown che, per loro, è drasticamente simile al primo. Al posto degli asparagi, in autunno arriverà una cesta di funghi, di tartufi o di verze. Sulla porta, una fila di contadini.

Tutto quello che andrà perso

Mentre riflettevo sul significato delle nuove misure, non avevo di fronte solo l’immagine dell’oste di Oderzo disperato; non leggevo solo i messaggi doloranti degli amici cuochi, non ricevevo solo i comunicati allarmanti di tutte le associazioni del settore. Tutto questo è così grave, mediatico e altisonante che, come spesso accade, tocca il cervello ma meno il cuore.
Personalmente, ho interiorizzato e quindi compreso molto meglio la situazione ricordando la parabola contemporanea del contadino di Godia. Ho immaginato quante cassette di ortaggi e frutta pregiata, carni scelte, pesci e forme di formaggi saranno sviliti e persi, insieme ai loro selezionatori e ai venditori.

Trasformare gli euro in persone

E naturalmente quante bottiglie di vino resteranno in cantina, inceppando la vitalità delle aziende, che mediamente (fonte Unione Italiana Vini) perderanno quest’anno il 30% del fatturato sulle vendite nel canale fuoricasa. Si stima un calo di 1,2 miliardi di euro. I pubblici esercizi solo in Lombardia (fonte Confcommercio) hanno bruciato 860 milioni. Sono solo due numeri e molti se ne potrebbero aggiungere, ma quel che conta è saper trasformare gli euro in persone che, a questo punto sempre più probabilmente, si ritroveranno senza lavoro e senza soldi. E fuori dalla porta di Emanuele la coda è lunga, passa Udine, arriva a Venezia, a Milano.

Forse si poteva lasciare accesa una speranza

Le stime sulle chiusure definitive dei locali pubblici, a fine anno, e delle imprese in generale sono orribili. Lasciare aperti i ristoranti fino alle 23 salverebbe le sorti del cibo e del vino italiani? Forse no, ma se pensiamo a tutti quei contadini alla porta, o fuor di metafora a tutte le aziende dell’indotto, almeno un lume di speranza rimarrebbe acceso. Intendiamoci, ogni due giorni il Governo corregge il tiro e ci auguriamo possa ricredersi. Il buon senso avrà vinto. Altrimenti, è probabile che anche il settore enogastronomico subirà un tracollo epico. E questo danneggerà non solo un comparto e qualche milione di famiglie, ma le fondamenta della civiltà italiana e le basi del suo successo: la qualità dei prodotti agroalimentari, della nostra gloriosa enologia, del nostro paesaggio coltivato, della nostra ospitalità.

Corriamo rischi enormi

Non vogliamo mettere sulla bilancia da una parte i ristoranti e dall’altra i nostri affetti nei reparti di terapia intensiva. Questi ultimi avranno sempre la priorità, e non vogliamo nemmeno insegnare nulla al presidente del Consiglio. Non vogliamo perorare la causa dell’enogastronomia a discapito di sport, teatro o musica, tutte colonne del nostro Paese. Ma queste ultime restrizioni sono davvero molto rischiose.

La Terza Pagina è dedicata alla cultura del vino e ospita opinioni su temi di ampio respiro. Questa settimana vi presentiamo in anteprima l’editoriale del direttore Alessandro Torcoli in uscita su Civiltà del bere 4/2020 (ottobre-novembre-dicembre)

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© Riproduzione riservata - 30/10/2020

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